
“Fatti da parte che sei nei piedi!”, più o meno è questo il senso del messaggio fatto pervenire pubblicamente a più riprese da Donald Trump a Volodymyr Zelensky nell’arco di pochi giorni. Non è un mistero che fra i due non corra buon sangue. Per Trump il presidente ucraino rappresenta il principale ostacolo ad un accordo di pace che lui avrebbe già negoziato, ma non confessato, con Vladimir Putin a Anchorage, in Alaska, il 15 agosto dello scorso anno alle spalle e sulla pelle degli ucraini.
Anche la settimana passata l’inquilino del Cremlino ha ribadito che il Donbass è storicamente russo e che russi e ucraini sono geneticamente un unico popolo. Per Mosca, quindi, non si tratterebbe di una concessione ma di una semplice restituzione, quella di ottenere l’ultimo brandello dell’oblast di Donetsk che le forze di Kyiv pervicacemente controllano.
Non fosse che proprio quella fetta di territorio è stata trasformata in una cintura-fortezza su cui fa perno l’intero assetto difensivo dell’Ucraina senza la quale il Paese sarebbe paurosamente esposto a nuovi e potenzialmente più devastanti attacchi russi.
È dal 2023 che, in pratica, il fronte non si muove. Nonostante l’immane sforzo bellico e più di un milione e mezzo di vittime fra morti e feriti le forze russe controllano meno del 20% del territorio ucraino e, negli ultimi mesi, hanno addirittura perso leggermente terreno. Se prima l’obiettivo di Mosca era di conquistare tutto il Donbass entro l’autunno, adesso l’obiettivo è stato spostato a marzo del prossimo anno ma, dati alla mano, anche questo sarà irraggiungibile. Ecco perché la macchina da guerra russa ha cambiato direzione sfogando drammaticamente la rabbia e la frustrazione su tutto il territorio per colpire indiscriminatamente la popolazione civile, desertificare le città e rendere invivibile e inabitabile l’intera Ucraina.
«Le autorità russe hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità attaccando civili e infrastrutture energetiche vitali, tra altre violazioni del diritto internazionale», sono le conclusioni, peraltro scontate, della Commissione di Inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sull’Ucraina di questa settimana. Parole drammatiche ma inutili perché, comunque, non cambieranno la strategia cinica e spietata di Mosca anche in considerazione del fatto che il mediatore americano Steve Witkoff ha spudoratamente definito «compassionevole» il comportamento dell’autocrate del Cremlino.
Dopo essersi accattivato, con un abile corteggiamento, l’appoggio di Donald Trump, Putin aspetta comodamente seduto sulla riva sinistra occupata del fiume Dnipro di vedere passare i cadaveri dei suoi avversare europei in caduta libera di consensi, Macron e Merz in primo luogo, contando sul supporto garantito dei partiti dell’estrema destra francese e tedesca (NB ma non erano gli ucraini i nazifascisti?). Non bastassero le difficoltà sul fronte ucraino per l’Europa si approfondisce anche il fossato tra le sponde dell’Atlantico.
Il 9 ottobre le autorità americane hanno annunciato nuove e massicce sanzioni contro la Corte Penale Internazionale (Cpi) con l’intento di smantellarla. La risposta europea non si è fatta attendere. «Il Consiglio europeo ribadisce il sostegno dell’Ue alle istituzioni che difendono il diritto internazionale, anche attraverso l’efficace protezione dei tribunali internazionali e dei loro funzionari da eventuali minacce o sanzioni…… il Consiglio chiede alla Commissione di intraprendere tutte le iniziative appropriate che contribuiscano alla protezione della Corte e all’attenuazione delle sanzioni, in particolare nei confronti delle imprese dell’Ue, affinché possano continuare a fornire servizi alla Corte», si legge nelle conclusioni del summit di Bruxelles del 16 ottobre, cui ha fatto seguito la clamorosa decisione del Parlamento Europeo di assegnare il prestigioso premio Sakharov per la libertà di espressione alla Corte stessa tra il tripudio degli europarlamentari riuniti a Strasburgo.
Il gesto europeo appare come un guanto di sfida a Washington ma per passare dalle parole ai fatti la strada è ancora lunga. Nell’annunciare le sanzioni il segretario di stato americano Marco Rubio ha dato sei mesi di tempo ai paesi che sostengono la Corte Penale per venire incontro alle preoccupazioni del suo governo. Per la diplomazia europea si apre una finestra negoziale di difficile soluzione per evitare lo scontro frontale. Peraltro va sottolineato che anche le autorità russe dal 2023 applicano sanzioni contro la Cpi dopo il mandato di arresto emesso dai giudici internazionali nei confronti di Putin per crimini di guerra. Parlare, oggi, di diritto internazionale e multilateralismo non va di moda. Stretta nella morsa fra Usa e Russia l’Unione Europea rimane l’ultimo baluardo di democrazia liberale in un mondo dove le democrazie liberali sembrano una specie in via di estinzione. Peccato che molti, anche da noi purtroppo, non se ne rendano ancora conto.
Paolo Bergamschi
(da Vita.it)


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