
di Ennio Ricanelo
politologo e giornalista, corrispondente dal Brasile e inviato speciale per l’America Latina.
San Paolo – Dopo il risultato devastante per la famiglia Bolsonaro, uscita sconfitta dalle elezioni in Brasile a seguito della svolta storica di Lula, nella notte stessa del ballottaggio ha cominciato a muoversi la brama golpista degli alti vertici della famiglia. Flavio (come era noto a tutti già durante le elezioni) ha delle spiegazioni da dare alla polizia in merito a inchieste che vanno dal riciclaggio di denaro al peculato, e che coinvolgono le milizie dello Stato di Rio de Janeiro.
Proprio il giorno dopo le votazioni, lunedì 26, il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes, considerato quasi un nemico pubblico dal clan, ha chiesto il sequestro del passaporto di Flavio per impedire a un indagato di fuggire dal Paese. Uno sforzo vano.
Quando l’intenzione del giudice è trapelata dietro le quinte, Flavio aveva già pianificato una rotta di fuga per andarsene dal Brasile. Il braccio trumpista del Sud America ha lavorato compatto per garantirgli il viaggio. Il punto di partenza è stata l’Argentina del vicinissimo Milei: il candidato sconfitto ha attraversato la frontiera a piedi a Puerto Iguazú, la città al confine con il Brasile.
In un primo momento Javier aveva negato il proprio aiuto a Flavio, ma in seguito ne ha confermato l’assistenza. La destinazione? La sede e icona del potere dell’estrema destra mondiale: il governo Trump negli Stati Uniti, Paese in cui da anni suo fratello vive considerandosi un perseguitato politico, criticando le istituzioni brasiliane e diffondendo fake news sulla situazione del Brasile nel mondo.
Il presidente americano ha confermato l’asilo politico, ma non ha attaccato duramente il Brasile e non ha nemmeno alzato la voce contro Lula. C’è un motivo: la bilancia commerciale tra Brasile e Stati Uniti registra un surplus brasiliano di 62 miliardi di dollari fino ad agosto, e le tasse imposte dal governo Trump contro il Brasile hanno danneggiato più gli americani che i brasiliani. Soprattutto per quanto riguarda la carne: l’inflazione della carne bovina dal 2020 a oggi ha accumulato un +75%, colpendo direttamente l’economia delle famiglie.
Ecco perché non attaccherà il nuovo presidente brasiliano; anche perché Trump affronterà le elezioni di midterm tra pochissimi giorni e le previsioni indicano che subirà una durissima sconfitta al Congresso. Per questo anche lui ha cominciato a sollevare dubbi sul sistema elettorale americano. Esattamente ciò che i suoi sostenitori fanno in ogni parte del mondo.
Dopo essere arrivato negli Stati Uniti, Flavio ha firmato una lettera in cui si dichiara il “presidente eletto del Brasile”, sostenendo che il sistema elettorale non sia affidabile, che non accetterà il risultato delle elezioni e arrivando alla brutale follia di paragonarsi a Ruy Barbosa, storico politico e intellettuale brasiliano esiliato dal Paese dopo la proclamazione della Repubblica. Un’atrocità.
Qui osserviamo un modus operandi molto particolare dell’Internazionale Trumpista: la democrazia viene accettata solo quando si vince. In caso di sconfitta, la democrazia non serve più oppure si sostiene che il processo elettorale sia stato viziato; in altre parole, per loro esiste un solo risultato accettabile: la vittoria.
Ma il concetto di democrazia non si riduce al vincere o perdere: significa difenderla. La mancata vittoria dovrebbe far riflettere più su se stessi che sul sistema. Perché i cittadini non hanno voluto quelle idee? Cosa hanno sbagliato il candidato e il suo gruppo per aver perso? Rispondere agli interessi pubblici e raccogliere i voti è il modo corretto per vincere; non lo è opprimere e sottrarre il risultato delle urne. Questo è un colpo di Stato, il pensiero di una persona che pensa più a se stessa che alla società e che, proprio per questo, dimostra di non essere all’altezza dell’incarico.
Questo è il problema della famiglia Bolsonaro: non possiede una biografia ammirevole per poter ricoprire la presidenza del Brasile, né ha costruito nulla in politica (o quantomeno, nulla di produttivo). Questo è il motivo per cui i brasiliani, nella loro maggioranza, non hanno scelto questo progetto di governo.
Alla luce dello spettro politico attuale, è importante sottolineare che l’esistenza del dissenso e del sano dibattito pubblico, basato sulle idee e sui fatti, rappresenta il pilastro centrale della politica e di quell’alternanza di potere che fortifica la Repubblica. La famiglia Bolsonaro, però, non appartiene a questo mondo, perché a loro è propria l’antipolitica, il rifiuto del dialogo e l’imposizione brutale di una finta verità che delinea un Paese inesistente, il cui unico scopo è, alla fine, quello di mantenere al potere una famiglia che rappresenta di per sé un progetto di potere.
Non accettando il risultato delle urne, Flavio ha dimostrato al mondo ciò che rappresenta veramente. Non è fuggito da una dittatura, come invece sostiene. Che strano Paese dittatoriale è mai quello in cui la Camera e il Senato formano una maggioranza di opposizione, e che gli ha permesso di ricevere più di 60 milioni di voti durante il processo elettorale.
Il timore di Flavio è un altro. Presso la Corte Suprema ha tre inchieste aperte e potrebbe essere incarcerato come il padre. Questa rappresenterebbe la sconfitta totale del potere familiare, e abbandonare il Paese potrebbe rivelarsi l’unica via d’uscita per non finire in prigione. Questo, tuttavia, potrebbe diventare il punto di ripartenza per una destra e un centrodestra democratici; una boccata d’ossigeno per questa parte della democrazia, fondamentale per la sopravvivenza di una sana vita repubblicana.
Esiste vita e rappresentatività lontano dall’ossessione bolsonarista, una cecità assurda che distrugge la capacità di creare dialogo con le altre sfaccettature della politica. La democrazia, infatti, è la piazza che deve accogliere ogni idea che ne rispetti l’esistenza, costruendo così un Paese più equilibrato e giusto per tutti.
Ennio Ricanelo


Trump, le midterm e la politica estera
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