
L’8 ottobre, con un post sui social, Donald Trump ha fatto sapere che gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran “prima delle elezioni di midterm”. Una frase che lega apertamente il calendario della guerra, in corso ormai da otto mesi, a quello delle urne, e che suggerisce quanto il voto del 3 novembre possa incidere non solo sugli equilibri interni a Washington ma anche sulla sua politica estera. Se i sondaggi delle ultime settimane si riveleranno corretti, nelle elezioni di metà mandato, infatti, i democratici potrebbero riconquistare una se non entrambe le camere del Congresso. Un rovesciamento degli attuali equilibri potrebbe ridisegnare i rapporti tra Congresso e Casa Bianca proprio sui dossier internazionali, dalla guerra all’Iran alle sanzioni contro Mosca, fino agli impegni verso la Nato, e l’opposizione avrebbe in mano il bilancio delle forze armate e della diplomazia e il potere di convocare e indagare i membri dell’amministrazione. Se controllasse il Senato potrebbe anche bloccare nomine e trattati. Sulla carta basterebbe a frenare il presidente. Nella pratica, però, questi poteri spesso si rivelano meno incisivi di quanto sembrino. E la stragrande maggioranza delle decisioni di politica estera non richiede l’approvazione del Congresso. Inoltre, anche laddove questa sia necessaria, Trump in questi due anni ha mostrato un’indubbia abilità nel trovare il modo di aggirarla. Gli alleati degli Stati Uniti guardano al voto con un misto di speranza e apprensione: un presidente sconfitto a metà mandato, non potendo più contare sul Congresso per la sua agenda interna, tende di solito a dedicarsi ancora di più al resto del mondo. Per la politica estera di Trump, dunque, il voto potrebbe rivelarsi tanto un argine quanto un acceleratore.

Aiuti a Kyiv, si riapre la partita?
In meno di due anni l’agenda America first del presidente ha cambiato il volto della politica estera americana. Trump ha imposto dazi ai partner commerciali, Europa inclusa, ha condotto operazioni militari unilaterali in Venezuela e in Iran e ventilato l’ipotesi di prendersi “con le cattive” la Groenlandia; ha messo in dubbio gli impegni verso la Nato, ha ritirato gli Usa da diversi organismi multilaterali e tagliato gran parte degli aiuti esteri. Nel rapporto burrascoso con Kyiv e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky l’ultimo strappo si è consumato nel giro di una settimana. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Vladimir Putin, il presidente Usa ha annunciato un accordo per riportare il diesel russo sul mercato internazionale. Il giorno seguente, di fronte alle critiche di Zelensky, ha dichiarato che “è ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente”. Il 16 ottobre, con un ordine esecutivo, ha sospeso le nuove sanzioni contro Mosca che il Congresso aveva approvato con un raro voto bipartisan e che lui stesso aveva firmato a settembre. La logica di questa inversione repentina è soprattutto elettorale. Con il carburante alle stelle e il voto alle porte, Trump ha indicato negli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe una delle cause del caro carburante. I dati federali raccontano però un’altra storia: l’impennata del diesel è cominciata con la guerra all’Iran, non con gli attacchi di Kyiv alle raffinerie. Secondo l’Institute for the study of war, l’intesa con Mosca inciderà poco sui prezzi americani prima del voto, mentre porterà liquidità al Cremlino e toglierà all’Ucraina una delle poche leve di cui dispone. Su questo terreno i democratici hanno già un’agenda. Secondo Reuters, con la maggioranza in entrambe le camere potrebbero ripristinare gli aiuti a Kyiv che l’amministrazione ha congelato o cancellato grazie anche al sostegno che l’Ucraina conserva tra molti repubblicani.
Iran: guerra in pausa fino al voto
Sull’Iran, è al benzinaio prima ancora che al Congresso che la guerra è diventata un tema elettorale. I sondaggi mostrano un elettorato frustrato da un conflitto che ha fatto salire i prezzi del carburante e, a catena, quelli dei beni nei supermercati. Sul campo, intanto, la guerra è sospesa ma non finita. Dopo il crollo della tregua a luglio, i negoziati mediati da Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia non hanno portato a nulla, e Trump ha fermato nuovi attacchi solo fino al giorno del voto. Secondo il Times of Israel, il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva preparato una nuova offensiva per il fine settimana del 10 ottobre, poi rinviata perché la Casa Bianca era contraria. Fonti israeliane parlano ora di piani comuni per riprendere i bombardamenti dopo le elezioni americane. È in questo stallo che un Congresso democratico dovrebbe muoversi. L’arma principale sarebbe il bilancio. Il Pentagono stima che la guerra sia costata finora oltre 47 miliardi di dollari e l’amministrazione ha già chiesto al Congresso più di 80 miliardi aggiuntivi. Con la sola Camera dei rappresentanti, i democratici potrebbero negare i nuovi fondi e rallentare la guerra, ma non fermarla. Con la maggioranza anche al Senato, potrebbero invece legare l’intero bilancio della difesa alla fine del conflitto. Trump, però, potrebbe opporre il veto, superabile solo con i due terzi dei voti in entrambe le camere. Più incerta è la strada della War powers resolution, la legge del 1973 che in teoria consente al Congresso di imporre la fine di un conflitto. Il senatore Adam Schiff assicura che i democratici avrebbero i voti per approvare risoluzioni in questo senso. Anche queste, però, possono essere bloccate dal veto presidenziale. E se il presidente decidesse comunque di ignorarle, il Congresso dovrebbe rivolgersi ai tribunali, e ci vorrebbero mesi prima che una causa arrivi fino alla Corte suprema.
L’Europa e nuove incognite
Per l’Europa la posta in gioco è diversa, ma non meno alta. Qualcosa potrebbe cambiare sul commercio. A febbraio la Corte suprema americana ha stabilito che il presidente non può imporre dazi usando i poteri d’emergenza. Trump ha ripiegato su altre leggi, alcune delle quali consentono di applicare dazi per un massimo di 150 giorni, poi servirà il via libera del Congresso. Su una parte delle tariffe che colpiscono anche le merci europee, l’ultima parola spetterebbe quindi alla nuova maggioranza. Sulla difesa il discorso è diverso. Al vertice Nato di Ankara, a luglio, gli alleati avevano trovato un’intesa con Trump grazie a nuovi impegni di spesa e contratti per l’industria della difesa. In cambio avevano accettato, di fatto, di farsi carico della parte principale della difesa del continente. Sull’obiettivo della spesa militare al 5% del Pil, però, la strada è ancora lunga. Secondo i dati presentati ad Ankara, quest’anno solo cinque paesi superano già la soglia del 3,5% per la difesa in senso stretto, mentre la maggior parte resta intorno al 2%. Le midterm ed eventuali nuovi equilibri a Capitol hill però non cambierebbero la rotta di fondo. L’idea che l’Europa debba farsi carico della propria difesa è condivisa da gran parte della classe dirigente americana, non solo dalla Casa Bianca. Per questo l’Unione si è già mossa con prestiti comuni per acquistare armi e un piano per rilanciare la spesa militare entro la fine del decennio. Ma il denaro non basta a colmare in pochi anni dipendenze costruite in decenni. Dall’intelligence alla difesa antimissile, l’Europa conta ancora sugli Stati Uniti per capacità che oggi non è in grado di sostituire. In definitiva, un Congresso democratico potrebbe rendere più costosa ogni mossa del presidente, sull’Ucraina come sull’Iran e sulla Nato, ma difficilmente potrebbe impedirla. Inoltre, anche in caso di sconfitta alle midterm, Trump resterà alla Casa Bianca per altri due anni, con tutti i poteri che la carica comporta. Come scrive Andrew Gawthorpe del Foreign policy centre, “gli resta un ultimo atto, e con esso la possibilità di sorprendere, e sgomentare, ancora una volta gli alleati dell’America”.
Alessia De Luca


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