
E così, eccoli qua. Con la loro altisonante dichiarazione di guerra politica, i deputati della Lista Araba Unita si alzano sullo scranno per gridare che sono pronti a cacciare Benjamin Netanyahu. Lo dicono con la foga tipica di chi crede che basti abbattere un uomo per cancellare la storia, per risolvere il groviglio di odio, sangue e sabbia che da decenni consuma questa terra martoriata. Si pongono come i nuovi giustizieri, l’ago della bilancia di un Israele sempre più frammentato, convinti di poter guidare il destino di un paese che, in fondo, li guarda sempre con il dito sul grilletto.
Ma non fatemi ridere. Questa non è politica, è il solito gioco delle illusioni in cui il Medioriente eccelle da millenni. Cacciare il “Re Bibi”, dicono. Una mossa strategica, la chiamano gli analisti dai loro salotti comodi e profumati d’Europa, quelli che non hanno mai sentito il sibilo di un missile o l’odore del ferro e della carne bruciata a Gerusalemme. È una strategia orientata alla destituzione, certo. Ma poi? Cosa resta l’indomani, quando la sedia del premier sarà vuota e i nodi irrisolti di una convivenza impossibile verranno al pettine?
La verità è una sola, ed è dura come la pietra del Muro del Pianto. Rimuovere Netanyahu non spezzerà l’assedio della paura, né placherà il fanatismo che cova da una parte e dall’altra. Chi si siederà dopo di lui su quella poltrona maledetta dovrà fare i conti con la stessa identica realtà: un vicolo cieco dove la pace è un lusso per poeti e la sopravvivenza è l’unica moneta di scambio accettata. La Lista Araba festeggia in anticipo, si vende come il fattore di pressione risoluto, ma la stabilità politica in questo angolo di mondo è una menzogna, un miraggio nel deserto. Cambiano i volti, cambiano i tiranni e i salvatori, ma la rabbia resta. E il conto, statene certi, lo pagheranno sempre i soliti innocenti.
Giuseppe Basilico


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