
“Stiamo andando verso la fine della guerra”: a dirlo non è Donald Trump o Volodymir Zelensky ma, per la prima volta, Vladimir Putin. Dopo avere incontrato a San Pietroburgo l’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff, il presidente russo ha detto di essere “favorevole in linea di principio” alla ripresa dei negoziati trilaterali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti per porre fine alla guerra. Secondo il Cremlino, i nuovi colloqui – che sarebbero i primi da febbraio – avrebbero “natura tecnica”, potrebbero svolgersi ad Abu Dhabi a partire dal 10 novembre, e sarebbero incentrati sulle garanzie di sicurezza post-belliche per Mosca e Kyiv. L’ipotesi però, preoccupa l’Europa perché arriva in un contesto in cui le distanze tra Washington e Bruxelles non potrebbero essere più marcate. Poco prima dell’incontro con Witkoff, Putin ha annunciato il rilascio di Stephen Hubbard, cittadino statunitense 74enne incarcerato da più di quattro anni in una prigione russa dopo essere stato catturato nell’Ucraina orientale. “Si trova all’aeroporto di Pulkovo”, ha detto Putin a Witkoff, che ha per questo definito il presidente russo “uomo di grande umanità”. La reazione negli Stati Uniti degli stessi repubblicani è stata furente: “Putin è un assassino spietato”, ha notato il senatore John Cornyn, mentre il deputato Don Bacon ha definito i complimenti di Witkoff “l’ennesimo imbarazzo”. Ma Trump ha difeso l’inviato, sottolineando che si riferiva alla liberazione di un cittadino americano.

Qualcosa si muove?
La sensazione è che sull’Ucraina qualcosa si stia muovendo. Witkoff è volato in Russia dopo una giornata di colloqui a Oslo con il presidente Zelensky, i leader di Norvegia e Finlandia e i rappresentanti di Francia, Regno Unito, Germania, Polonia, Unione europea e Nato. I colloqui si sono concentrati sull’elaborazione di una proposta unitaria per un “accordo quadro” volto a porre fine alla guerra e per un incontro trilaterale con Mosca a cui anche gli ucraini si sarebbero detti favorevoli in linea di principio. Secondo Axios, tuttavia, Putin avrebbe anche avanzato la possibilità che la Russia faccia da mediatore tra Stati Uniti e Iran. “Sapete che abbiamo un rapporto speciale e di fiducia con l’Iran, con i nostri partner in Iran, con i nostri amici, costruito nel corso di decenni, e se c’è qualcosa che possiamo fare per risolvere questa crisi, saremo lieti di farlo”, avrebbe chiarito il leader del Cremlino. La sua offerta arriva in un momento ben preciso. Nelle ultime settimane Washington ha moltiplicato le aperture verso Mosca: prima il via libera temporaneo all’acquisto di diesel russo, poi la deroga alle nuove sanzioni approvate dal Congresso appena un mese fa. In entrambi i casi la motivazione dichiarata è la stessa: contenere l’impennata dei prezzi del carburante provocata dalla guerra con l’Iran in vista delle elezioni di midterm. Non è dunque un caso che Putin metta sul tavolo i propri buoni uffici sull’Iran, proponendosi come interlocutore necessario in un fronte da cui Trump non trova una via d’uscita.
Una “nuova Yalta”
Se l’ipotesi di un vertice sull’Ucraina senza Bruxelles al tavolo già preoccupa le capitali europee, l’appuntamento che davvero la inquieta è un altro. Secondo il Wall Street Journal, Putin avrebbe proposto a Trump un vertice a tre con Xi Jinping. L’incontro si terrebbe a margine del summit dei leader dell’Apec (Cooperazione economica Asia-Pacifico), in programma a Shenzhen il 18 e 19 novembre. La Casa Bianca non commenta, ma il segretario di Stato Marco Rubio ha ammesso che “se ne discute”. Le ambizioni di Mosca, al contrario, sono chiare. Secondo un ex ufficiale dell’intelligence russa citato dal quotidiano americano, Putin concepisce il formato come “una nuova Yalta”, destinata a ridisegnare le sfere d’influenza globali. Per Trump l’invito ha una sua attrattiva: un tavolo con i leader delle altre due grandi potenze rientra nelle sue corde. “Potremmo incontrarci per parlare di armi nucleari e denuclearizzazione – ha detto il presidente americano ai giornalisti fuori dalla Casa Bianca – Se il presidente Xi lo desidera, lo accetterei. Sono sicuro che parleremmo anche di altre cose, come il commercio”. Le incognite però non mancano. Sul fronte interno, Trump rischierebbe di alienarsi ulteriormente l’ala repubblicana già critica verso le recenti aperture a Mosca, mentre sul piano esterno il segnale arriverebbe fino a Taipei, che in un dialogo simile tra superpotenze rischierebbe di vedersi come la prossima pedina sacrificabile. Anche per Xi il bilancio sarebbe in chiaroscuro: da un lato rafforzerebbe l’immagine di Pechino come potenza mediatrice e affidabile, dall’altra esporrebbe la Cina a una frizione con l’Europa, un mercato per i suoi export di cui non può fare a meno. L’unico a trarne solo vantaggi sarebbe Putin, e non a caso l’idea porta la sua firma.
L’Europa ha tutto da perdere
Di certo chi ha tutto da perdere da una nuova Yalta è l’Europa, che guarda con crescente preoccupazione al possibile riavvicinamento tra Washington, Pechino e Mosca. Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha colto il punto: “La prima Yalta riconobbe il dominio sovietico sulle aree dell’Europa orientale controllate dall’Armata rossa. Ora Putin vuole in regalo i territori ucraini che non riesce a conquistare”. A Bruxelles la linea ufficiale resta quella della fermezza. Alla vigilia del Consiglio europeo, il presidente del Consiglio europeo António Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen avevano escluso qualsiasi allentamento delle sanzioni contro Mosca, mentre Washington andava nella direzione opposta. Ma tenere il punto sulle sanzioni non garantisce agli europei di non essere investiti dalle conseguenze di un accordo raggiunto senza il loro consenso in Ucraina. La proposta unitaria per un accordo quadro, messa a punto a Oslo con Kyiv, è il tentativo di non arrivare a cose fatte. Se il negoziato si spostasse a Shenzhen, però, l’incognita si amplierebbe: le capitali europee rischierebbero di dover gestire le conseguenze di un’intesa che non ha contribuito a scrivere non solo sul futuro dell’Ucraina, ma dell’intero continente. A Yalta l’Europa era l’oggetto della trattativa. A Shenzhen la storia rischia di ripetersi.
Il commento
di Stefano Stefanini, Senior Advisor ISPI
“Putin l’ha proposto, Trump mezzo accettato, Xi – che l’ospiterebbe – non si è ancora pronunciato. Per ora, l’incontro dei tre leader ai margini del vertice Apec che si terrà a Shenzhen, in Cina, il 18 e 19 novembre, è tutt’altro che confermato ma pende come una spada di Damocle sulla scena internazionale, specie su chi ne sarebbe escluso – gli europei – e su chi rischierebbe di farne le spese – l’Ucraina e Taiwan. L’interesse di Putin è trasparente. Sarebbe un altro passo di riabilitazione internazionale e di normalizzazione dei rapporti con Washington, specie se seguito dalla sua partecipazione al G20 di Miami il 14-15 novembre. E lo metterebbe alla pari, almeno formalmente, di Stati Uniti e Cina, consacrandolo come uno dei ‘tre’ grandi. Teme i ‘due’ con Mosca fuori. Meno chiaro cos’avrebbero da guadagnarci gli altri due.”
Alessia De Luca

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