
Il mondo sembra essersi preso una pausa, in attesa delle elezioni americane di metà mandato del prossimo 3 novembre. Governi, mercati e diplomazie rinviano le grandi decisioni, aspettando di capire se Donald Trump continuerà a esercitare il proprio potere senza particolari ostacoli oppure se il Congresso tornerà a rappresentare un contrappeso alla Casa Bianca. Ma dietro questa apparente immobilità si sta consumando uno scontro politico ed economico che va ben oltre la guerra in Ucraina.
La manifesta simpatia di Trump per Vladimir Putin potrebbe infatti nascondere qualcosa di assai più profondo: una radicata ostilità verso l’Unione Europea, ormai diventata uno dei maggiori concorrenti economici e commerciali degli Stati Uniti.
L’Europa rappresenta un mercato integrato di circa 450 milioni di consumatori, dispone di una moneta comune il cui valore di cambio supera quello del dollaro e possiede una forza industriale, commerciale e finanziaria che le consente di negoziare con Washington senza accettarne automaticamente le condizioni. Il dollaro conserva la propria supremazia internazionale e l’economia americana rimane più grande, ma il mercato unico europeo ha profondamente modificato i rapporti di forza del dopoguerra.
È proprio questa realtà che Trump sembra non voler accettare. Un presidente ottantenne ancora legato a una concezione del potere americano che appartiene al secolo scorso, convinto che gli Stati Uniti possano continuare a imporre dazi, condizioni commerciali e scelte strategiche a Paesi che nel frattempo hanno imparato a difendere collettivamente i propri interessi.
In questa prospettiva Putin diventa un interlocutore conveniente. La Russia non rappresenta un concorrente economico paragonabile all’Unione Europea e la sua presunta superiorità militare è stata clamorosamente ridimensionata dalla guerra in Ucraina. Dopo quasi cinque anni di combattimenti, Mosca non è riuscita a sottomettere una nazione molto più piccola per popolazione ed economia, consumando enormi risorse umane e materiali senza raggiungere gli obiettivi iniziali dell’invasione. L’immagine della seconda potenza militare mondiale capace di travolgere l’Europa è stata ampiamente smentita dai risultati sul campo.
Eppure Trump continua a offrire aperture politiche ed economiche al Cremlino, arrivando a esercitare pressioni sull’Ucraina affinché limiti gli attacchi alle infrastrutture petrolifere russe, mentre le restrizioni ai sistemi satellitari militari e le incertezze sul sostegno americano complicano le operazioni di Kiev.
Ma è proprio qui che la strategia americana incontra un ostacolo che Trump sembra aver sottovalutato. L’Unione Europea e il Regno Unito, anziché adeguarsi alle pressioni di Washington, hanno continuato a sostenere militarmente ed economicamente l’Ucraina, opponendo nei fatti una propria linea politica a quella imposta dalla Casa Bianca. Non una semplice dichiarazione di principio, ma finanziamenti, armamenti, sistemi di difesa, sostegno industriale e nuove sanzioni contro Mosca.
I numeri sono significativi. L’Unione Europea e i suoi Stati membri hanno mobilitato complessivamente circa 224,5 miliardi di euro di assistenza finanziaria, militare e umanitaria dall’inizio dell’invasione. Il solo 14 ottobre Bruxelles ha disposto altri 2,86 miliardi per droni, missili, difesa aerea e necessità operative ucraine. Il Regno Unito ha assunto impegni complessivi per 25 miliardi di sterline, di cui 16 miliardi destinati al sostegno militare. È una risposta politica che cambia radicalmente il quadro. L’Europa e Londra non hanno accettato che il destino dell’Ucraina venga deciso attraverso un accordo tra Trump e Putin, tanto meno che Mosca possa ottenere al tavolo delle trattative ciò che non è riuscita a conquistare militarmente.
Naturalmente le capacità tecnologiche americane restano importanti, soprattutto nell’intelligence, nelle comunicazioni satellitari e nei sistemi antimissile. Ma proprio le scelte di Trump stanno accelerando la consapevolezza europea che una potenza economica di queste dimensioni non può continuare a dipendere militarmente dalle decisioni di Washington. Il vero errore strategico americano potrebbe quindi essere quello di rafforzare, anziché indebolire, la determinazione europea a costruire una propria autonomia politica, industriale e militare.
Le prossime midterm rappresentano il primo appuntamento democratico capace di modificare questi equilibri. Un’eventuale perdita della maggioranza repubblicana alla Camera, e possibilmente al Senato, non interromperebbe la presidenza Trump, ma potrebbe limitarne sensibilmente la libertà d’azione, restituendo al Congresso una maggiore capacità di controllo.
Resta il paradosso di un’America che, dopo aver contribuito per ottant’anni alla costruzione di un’Europa unita per contrastare l’espansionismo sovietico, si ritrova con un presidente che considera quella stessa integrazione un ostacolo alla supremazia economica americana. La convergenza con Putin, letta in questa chiave, non sarebbe dunque soltanto il risultato di una discutibile politica nei confronti della Russia, ma parte di una strategia più ampia di pressione sull’Europa. Una strategia nella quale le divisioni europee diventano un vantaggio per entrambi, anche senza ipotizzare accordi segreti tra Washington e Mosca.
Il problema per Trump è che l’Europa non è più quella del 1945. Possiede una moneta, un mercato, un’industria e un peso economico che non possono essere cancellati con qualche minaccia commerciale o con un’intesa diplomatica con il Cremlino. E continuando a sostenere Kiev nonostante le pressioni americane, insieme al Regno Unito ha dimostrato di non essere disposta a subordinare completamente la propria sicurezza alle convenienze politiche della Casa Bianca.
La vera questione, dunque, non è quanto Trump possa aiutare Putin, ma fino a che punto sia disposto a compromettere i rapporti con l’Europa pur di riaffermare un primato americano che il mondo contemporaneo ha già profondamente ridimensionato.
Piero Terracina

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