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La Repubblica di Weimar

La vittoria della AFD in Pomerania Mecklembutgo è bilanciata da quella della Link a Berlino, non fosse che Berlino conta almeno un milione di abitanti in più della somma di quelli dei Land in cui la AFD ha fatto il pieno. Se in Sassonia Anhalt la AFD è al 34 per cento, a Berlino non arriva al 13. L’incremento della AFD c’è eccome, ci mancherebbe. Giustamente ora si considera un autentico partito popolare, capace di superare i suoi confini di militanza. Sulla base di una proiezione nazionale non supera il 25 per cento dei consensi.

di Riccardo Bruno | 22 Settembre 2026

La vittoria della AFD in Pomerania Mecklembutgo è bilanciata da quella della Link a Berlino, non fosse che Berlino conta almeno un milione di abitanti in più della somma di quelli dei Land in cui la AFD ha fatto il pieno. Se in Sassonia Anhalt la AFD è al 34 per cento, a Berlino non arriva al 13. L’incremento della AFD c’è eccome, ci mancherebbe. Giustamente ora si considera un autentico partito popolare, capace di superare i suoi confini di militanza. Sulla base di una proiezione nazionale non supera il 25 per cento dei consensi. Esattamente come accadrà in Pomerania, la Germania dovrebbe riuscire ad evitare la AFD al governo. Almeno per ora.

Il cancelliere Merx ha considerato i risultati un disastro. La CDU in Pomerania, da forza dominante che era è ridotta sotto il 5 per cento e potrebbe non entrare nel Parlamento regionale. A Berlino è intorno al venti, cioè sotto Link e SPD che sommandosi ai verdi avrebbero numeri per il prossimo governo cittadino. La novità è che la Link a Berlino è il primo partito. Sarebbe come se nel 1920 invece che il primo partito fosse quello socialdemocratico di Ebert e Noske, lo fosse stato quello spartachista. La guerra civile avrebbe potuto durare dieci anni, prima del nazismo.

Merx si trova nella posizione del cancelliere Bruning nel 1930. Il suo partito cattolico diventa minoritario ed i suoi alleati anche. Tutti a perdere voti a favore delle estreme opposte, nazionaliste o comuniste che fossero. Allora Bruning giocò la carta della “democrazia autoritaria”, il termine lo inventò lui, il governo che si sottrae al controllo del parlamento confidando nel presidente della Repubblica, era Hindenburg. Fu la fine politica di Bruning. Associ la democrazia all’autoritarismo e a quel punto si sceglie direttamente il secondo alla prima.

Quello che appare divergente rispetto al secolo scorso, è che la Germania non ha perso una guerra con condizioni umilianti e che soprattutto non c’è la disperazione economica di allora. Questo offre un margine per poter ancora governare il paese dal centro, evitando stravolgimenti clamorosi. Anche sotto il profilo migratorio, la Germania è uno degli Stati europei che ha saputo mostrarsi un modello di integrazione. Eppure è un dato che come nel 1930 le estreme crescono. A differenza della federazione spartachista, che era rivoluzionaria, ma anti sovietica, la Link è per l’alleanza con la Russia di Putin, o chi per lui e per il disarmo. Cioè, la Link ha più in comune con AFD che con la SPD, per lo meno per ciò che riguarda la collocazione internazionale.

A Berlino nel 1932 contro i provvedimenti del governo Von Papen che avevano ridotto i salari dei trasportatori, i sindacati comunisti si unirono a quelli nazional socialisti per paralizzare la città una intera settimana. Questo è un po’ il rischio che corre l’attuale coalizione governativa, la convergenza fra due populismi opposti. Si incontrano per far fuori il governo, poi regolano i conti fra di loro. Come si vide, un processo politico del genere, non ha bisogno di una tremenda crisi mondiale. Basta appiccare una scintilla. Anche l’Italia farebbe bene a pensarci.

Riccardo Bruno

Direttore politico de “La Voce Repubblicana”

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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