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C’è un elemento che più di altri definisce la fase politica di queste ore.
Non è la crisi.
È il tempo.
Il tempo che Giorgia Meloni deve decidere come usare.
Dopo la sconfitta referendaria, il quadro si è mosso rapidamente.
Ma non si è rotto.
E questa è già una notizia.
Perché, nonostante le turbolenze, la linea ufficiale della maggioranza resta chiara: andare avanti fino alla fine della legislatura.
Lo dicono i vicepremier.
Lo ribadiscono i ministri.
“Nessuno pensa a elezioni anticipate”, è la formula che rimbalza da Palazzo Chigi alle sedi di partito.
Eppure, sotto la superficie, il tema resta.
Come uno spettro che aleggia ma non si materializza.
È il segno di una politica che riflette.
E che misura ogni passo.
Perché le opzioni sul tavolo sono tre.
Proseguire senza cambiamenti.
Aprire la strada a un rimpasto.
Oppure giocare la carta delle elezioni anticipate.
La prima appare, oggi, la meno probabile.
Troppi scossoni nelle ultime settimane.
Troppi segnali di logoramento.
La seconda è quella che prende corpo.
Il rimpasto, nella tradizione parlamentare, è lo strumento per evitare la crisi.
Un intervento mirato.
“Chirurgico”, direbbero gli addetti ai lavori.
Serve a rilanciare l’azione di governo senza interromperla.
Ed è esattamente ciò che Meloni sta valutando.
Le dimissioni di Daniela Santanchè.
Quelle di Andrea Delmastro.
E della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi.
Non sono episodi isolati.
Sono l’inizio di una ridefinizione degli equilibri.
Un modo per assorbire il colpo del referendum.
E rilanciare.
Ma è la terza opzione quella che più incuriosisce.
Il voto anticipato.
Non perché sia imminente.
Ma perché esiste.
Ed è stata presa in considerazione.
Andare alle urne oggi significherebbe giocare d’anticipo.
Cogliere le opposizioni in una fase ancora incompiuta.
Il cosiddetto campo largo ha vinto il referendum.
Ma non è ancora una coalizione.
Non ha un leader condiviso.
Non ha un programma definito.
E questo pesa.
Ma il voto anticipato è anche un rischio.
Perché il quadro internazionale è instabile.
Perché l’economia resta fragile.
E perché manca ancora una legge elettorale definitiva.
Andare alle urne senza regole condivise sarebbe un salto nel buio.
Non a caso, dentro la maggioranza, prevale la prudenza.
E prende corpo l’idea di un rimpasto “mirato”.
Un modo per blindare il governo fino al 2027.
Ma anche per selezionare la classe dirigente.
Tagliare i rami secchi.
Rafforzare i punti deboli.
In questo senso, il rimpasto non è solo una soluzione tecnica.
È una scelta politica.
Serve a guadagnare tempo.
Ma anche a usarlo.
Perché il vero nodo è proprio questo.
Non quanto tempo resta alla legislatura.
Ma come viene utilizzato.
Meloni ha davanti a sé un passaggio decisivo.
Può subire il tempo.
Oppure governarlo.
Il referendum ha segnato una battuta d’arresto.
Ma non una sconfitta definitiva.
Ha aperto una fase nuova.
E nelle fasi nuove, la politica si misura sulla capacità di adattarsi.
Il rimpasto è l’opzione più razionale.
Il voto anticipato quella più audace.
Tra le due, si gioca il futuro dell’esecutivo.
E forse anche quello degli equilibri politici dei prossimi anni.
Perché in politica, più che le scelte, contano i tempi delle scelte.
E questa è, prima di tutto, una questione di tempo.
Cesare Mannucci

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