
Tra i tanti equivoci tutti italioti, ce n’è uno che in Italia torna sempre, cioè l’idea che il referendum sia uno strumento neutro, quasi tecnico, pulito e ordinato; sulla carta è così ma nella realtà è tutta un’altra storia, perché quando entra in territori politici veri diventa una trappola e per chi governa è quasi sempre una trappola perfetta.
Il motivo è semplice, un esecutivo non può fare campagna elettorale come l’opposizione, non può urlare, non può estremizzare, non può spingere più di tanto, deve mantenere un profilo istituzionale, deve restare dentro certi limiti e sembrare equilibrato anche quando non può permetterselo, ed è proprio lì che perde terreno.
L’opposizione invece è libera, può fare esattamente l’opposto, può semplificare, polarizzare, trasformare qualsiasi tema in uno slogan, non deve governare nulla, non deve tenere insieme niente, deve solo portarti dalla sua parte, e oggi questo basta.
Così il referendum smette di essere un voto sul merito e diventa un voto politico, non si vota più la riforma ma il governo, sempre.
È quello che è successo, una consultazione istituzionale si è trasformata in una bocciatura politica e chi stava al governo si è trovato incastrato nel ruolo, costretto a mantenere una linea moderata, quasi bipartizan, senza poter entrare davvero nello scontro, ma fuori dallo scontro oggi non esisti.
È un equilibrio che non regge, da una parte c’è chi costruisce il clima, spinge, occupa ogni spazio, dall’altra c’è chi prova a spiegare, a restare composto, e in questo gioco la spiegazione perde sempre.
Il punto non è nemmeno se la proposta fosse giusta o sbagliata, il punto è che il campo era già inclinato.
Per questo fare un referendum, per un governo, è un azzardo enorme, perché quel voto non resterà mai sul tema ma diventa automaticamente un giudizio su chi sta al potere, e quando succede il boomerang è dietro l’angolo.
Sulla carta è democrazia, nella pratica è un regolamento di conti, e chi governa parte già sotto, sempre.
Tant’ è.
Piero Terracina

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