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“Australia in lutto, Italia in corto circuito”

Il giorno dopo l’attentato di Sydney, l’Australia ha reagito da Stato. Lutto nazionale, bandiere a mezz’asta, parole nette. Un messaggio semplice: è terrorismo, è una ferita nazionale, e chi è stato colpito non resta solo. Il giorno dopo, in Italia, la notizia che rimbalza è l’opposto di quella compattezza. Non un segnale chiaro, ma l’ennesimo cortocircuito: liberato l’imam di Torino dopo lo stop al trattenimento, mentre era dentro un percorso di espulsione per motivi di sicurezza. E alla gente arriva una frase sola, secca: quando si parla di fondamentalismo, noi non chiudiamo mai il cerchio. Perché era stato fermato e trattenuto? Per un motivo preciso, non generico: dopo dichiarazioni pubbliche sul 7 ottobre, in cui avrebbe definito quell’azione “resistenza”, negando o sminuendo la natura violenta e dicendosi, in sostanza, d’accordo con quanto accaduto. Su quelle frasi lo Stato ha costruito la valutazione di pericolosità: non una discussione accademica, ma un profilo ritenuto incompatibile con sicurezza e ordine pubblico.

di Piero Terracina | 16 Dicembre 2025

Il giorno dopo l’attentato di Sydney, l’Australia ha reagito da Stato. Lutto nazionale, bandiere a mezz’asta, parole nette. Un messaggio semplice: è terrorismo, è una ferita nazionale, e chi è stato colpito non resta solo.

Il giorno dopo, in Italia, la notizia che rimbalza è l’opposto di quella compattezza. Non un segnale chiaro, ma l’ennesimo cortocircuito: liberato l’imam di Torino dopo lo stop al trattenimento, mentre era dentro un percorso di espulsione per motivi di sicurezza. E alla gente arriva una frase sola, secca: quando si parla di fondamentalismo, noi non chiudiamo mai il cerchio.

Perché era stato fermato e trattenuto? Per un motivo preciso, non generico: dopo dichiarazioni pubbliche sul 7 ottobre, in cui avrebbe definito quell’azione “resistenza”, negando o sminuendo la natura violenta e dicendosi, in sostanza, d’accordo con quanto accaduto. Su quelle frasi lo Stato ha costruito la valutazione di pericolosità: non una discussione accademica, ma un profilo ritenuto incompatibile con sicurezza e ordine pubblico.

E qui c’è il punto politico, senza giri. Se qualunque decreto dello Stato diventa materiale da demolire nei tribunali, lo Stato perde credibilità. Fine. E quando lo Stato perde credibilità, non “vince il diritto”: vince l’idea che comandino solo i cavilli e che l’esecutivo sia sempre provvisorio, sempre sotto tiro, sempre indebolito. È anche l’arma più comoda per una certa sinistra italiana: non avendo contenuti solidi, prova a delegittimare il governo facendo saltare ogni iniziativa e poi raccontando il caos come colpa di chi governa. Un film già visto.

Dentro questo vuoto si infila un’altra cosa che stiamo trattando come una virtù automatica: l’inclusione senza regole. Quella non è inclusione. È una tenia che sta divorando l’Occidente dall’interno, perché ci abitua a non pretendere nulla, a chiamare tutto “opinione”, a confondere il rispetto con la resa.

L’Australia il giorno dopo ha messo un segno visibile. L’Italia il giorno dopo ha mostrato, ancora una volta, il suo tallone d’Achille: dire sicurezza e poi non riuscire a farla valere. E quando questo diventa la norma, non è più un inciampo. È un metodo. E il conto lo pagano tutti.

Piero Terracina

Pubblicato in : Editoriale, Esteri, Non sanno quello che dicono

Info Piero Terracina

Mi chiamo Piero Terracina, ho 70 anni, lavoro nel campo delle chitarre dal 1979 e sono un punto di riferimento per molti musicisti.

Ma questa è solo una parte di ciò che sono.

Sono ebreo, panteista, visionario. Non appartengo a nessuna corrente politica, assolutamente apartitico.

Da cinquant’anni studio storia, politica ed economia. Non per mestiere, ma per necessità. Perché capire il mondo non è un passatempo: è un dovere. Scrivo per onestà intellettuale, per rimettere ordine dove il pensiero si è fatto confuso, omologato, pigro.

Non ho mai accettato verità impacchettate né morali a comando.
Credo nella responsabilità personale, nel dubbio, nella tradizione, nella libertà del pensiero critico.
Non appartengo a nessuno. E non scrivo per piacere: scrivo perché tacere, a volte, è peggio che sbagliare.

Da me troverai solo lavori fatti con le mani e idee scolpite con la testa.

Senza slogan. Senza bandiere. Solo ciò che penso. Solo ciò che faccio.

A settembre 2026 ho fondato il sito Volo Radente (www.voloradente.eu) dove pubblico i miei articoli riprodotti anche su Pensalibero.it

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