
Due anni dopo il 7 ottobre, la storia di Roei Shalev è tornata come una scheggia nel cuore d’Israele. È morto come aveva vissuto negli ultimi ventiquattro mesi: in silenzio, con dentro un incendio che non si spegneva più. Si è dato fuoco dentro la sua auto, vicino a Netanya. Aveva venticinque anni. Poco prima aveva scritto sui social: «Non arrabbiatevi con me. Nessuno potrà capire. Voglio solo che questa sofferenza finisca». Non era una frase teatrale, era l’ultima richiesta di un ragazzo che non ce la faceva più a vivere nel ricordo.
Roei era sopravvissuto al massacro del Nova Festival, quella mattina del 7 ottobre 2023, quando i miliziani di Hamas irruppero tra i tendoni e i camper in cui centinaia di ragazzi ballavano. Con lui c’erano la fidanzata, Mapal Adam, e un’amica, Hilly Solomon. Cercarono di nascondersi sotto un camion, ma i terroristi li trovarono. Mapal e Hilly furono uccise. Roei fu ferito alla schiena. Restò immobile per ore, fingendosi morto, accanto ai loro corpi. Quando arrivarono i soccorsi, era vivo per miracolo.
Da allora, la sua vita è stata una lunga coda di quella giornata. Sua madre, devastata dal dolore, si tolse la vita pochi giorni dopo, come se la tragedia non avesse smesso di chiedere pegno. Roei provò a reagire: aprì un piccolo locale chiamato “Mapal Café” per ricordare la ragazza che amava. Partecipò a incontri, interviste, progetti di sostegno per altri sopravvissuti. Sorrideva nelle foto, ma non guariva. Continuava a dire che il dolore non passava, che dentro era rimasto fermo a quel mattino.
Non è un caso isolato. Negli ultimi mesi altri sopravvissuti del Nova Festival si sono tolti la vita. Il padre di Roei ha chiesto al governo di trattare la salute mentale di chi è rimasto come un’emergenza nazionale. Perché quella generazione — la generazione del Nova, i ragazzi che danzavano nel deserto — porta addosso un trauma collettivo che Israele non ha ancora saputo affrontare.
Due anni di guerra hanno trasformato il Paese in un corpo teso, ferito, che non riesce più a distinguere tra difendersi e sopravvivere. Da Gaza continuano a partire razzi, le famiglie degli ostaggi vivono sospese, e i soldati rientrano con occhi che non riescono più a chiudersi. Israele ha imparato a combattere, ma non a guarire. La retorica della forza — “bisogna essere più forti del dolore” — è diventata un’altra forma di anestesia. In realtà, sotto la corazza, si accumulano i traumi: soldati, civili, genitori, giovani. Migliaia di vite spezzate non solo fisicamente, ma psicologicamente.
Roei non è morto solo per il ricordo di Mapal. È morto anche per un sistema che non sa cosa fare con chi non riesce più a vivere. In Israele si parla di resilienza, di vittoria morale, di non piegarsi al terrore. Ma la verità è che c’è un intero Paese piegato in due dal dolore. Non si vede, perché lavora, combatte, sorride, ma dentro è sfiancato. È una generazione che ha perso la fiducia nel futuro, che non crede più nella pace e che non sa più se la vita, così com’è, valga davvero la pena.
Il suicidio di Roei non è solo un fatto di cronaca. È un promemoria tragico: che la guerra non finisce quando cessano i bombardamenti. Finisce solo quando la mente smette di riviverla ogni notte. E Israele, due anni dopo, è ancora in guerra dentro di sé. Si difende dai nemici esterni, ma continua a perdere le sue anime migliori — non nei campi di battaglia, ma in silenzio, nei parcheggi, nelle camere chiuse, nelle auto incendiate.
Roei aveva scritto che a volte gli sembrava di vedere Mapal tendere la mano dal cielo. Forse è andato a prenderla. Forse, per lui, l’unico modo per uscire dall’incendio interiore era attraversarlo del tutto. Ma noi, che restiamo, non possiamo limitarci a piangere. Dobbiamo domandarci cosa diventa un Paese quando i suoi giovani preferiscono morire piuttosto che continuare a sopravvivere. Quando la guerra comincia a vivere dentro le persone, e non c’è più un confine da difendere, ma solo un abisso da colmare.
Israele non può permettersi di dimenticare Roei Shalev. Perché il suo gesto non parla solo di lui, ma di tutti quelli che da due anni camminano vivi tra i morti, e nessuno li vede più.
Nico Kir

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