
Gli israeliani non vogliono la guerra, e non è uno slogan buonista: non c’è nessuno che desideri spedire un figlio di vent’anni a morire in un quartiere distrutto di Gaza, non c’è nessuno che sogni di trasformare la propria vita in una sequenza di funerali e sirene, eppure la guerra diventa ogni volta inevitabile perché vivere sotto la minaccia costante dei razzi, delle sirene, dei tunnel che spuntano sotto i kibbutzim e dei sequestri che spezzano famiglie intere è una condizione che nessuna società può tollerare a lungo senza implodere; il punto è che per decenni Israele ha scelto di “gestire” il conflitto e non di risolverlo, di tagliare l’erba quando cresceva troppo, illudendosi che un’operazione ogni due o tre anni bastasse a mantenere il problema sotto controllo, ma il 7 ottobre ha mostrato quanto fosse fragile questa deterrenza e quanto illusorio fosse pensare che il nemico restasse dentro un recinto permanente.
Oggi il Paese vive in un paradosso pericoloso, diviso tra il massimalismo retorico della “distruzione totale di Hamas” e la consapevolezza che questa formula non significa nulla se non viene tradotta in obiettivi concreti, perché una vittoria reale non si misura con le macerie dall’alto o con le dichiarazioni dei portavoce, ma con il ritorno a una vita normale. Senza sirene ogni notte, senza bambini che crescono sapendo già la distanza che li separa dal rifugio più vicino, senza il terrore che l’autobus venga fermato e i passeggeri rapiti.
Il vero problema, come ha scritto Aharon Bregman, è che Israele si è abituato a “amministrare” il conflitto come si amministra la Salerno Reggio Calabria senza mai progettare la sua chiusura, e questa amministrazione, che poteva sembrare pragmatismo, ha finito per essere la premessa del disastro.
Quando amministri il fuoco invece di spegnerlo prima o poi le fiamme ti entrano in casa, e allora non resta che reagire.
Reagire non basta più, serve una strategia che non si accontenti di abbassare l’erba a colpi di falce, e questa strategia passa da almeno quattro mosse: ridefinire gli obiettivi in termini realistici, non l’annientamento ma la sicurezza verificabile con confini controllati, blocco dei rifornimenti e un processo graduale di scambio ostaggi-prigionieri.
Restituire all’opinione pubblica una rappresentazione più vera del conflitto, che mostri anche la sofferenza civile palestinese, perché nasconderla non rafforza Israele ma lo isola sempre di più e rende incomprensibile la sua posizione fuori dai suoi confini.
Ricucire la società israeliana divisa tra chi combatte e chi è esentato, perché la frattura tra riservisti esausti e haredim fuori dalla leva corrode la coesione e senza coesione ogni guerra è persa dall’interno.
infine progettare subito il dopo, con una governance transitoria a Gaza sostenuta da partner arabi e garanzie internazionali, perché senza un quadro politico chiaro il conflitto diventerà ancora una volta cronico.
La guerra non è una scelta, è una reazione, ma se questa reazione non è accompagnata da una visione politica, resta una trappola che divora generazioni, e il vero punto non è se Israele “vuole la guerra”, perché non la vuole, ma se ha finalmente il coraggio di smettere di amministrare il conflitto e cominciare a costruire un’uscita che sia reale, credibile e definitiva, perché solo allora si potrà dire che questa guerra, costata così tanto, non è stata solo l’ennesima parentesi di sangue in un copione già scritto.
Nico Kir

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