Dai Longobardi, ai promessi Sposi, ai processi della Peste: inizia con l’Adelchi, annunciato nel 1820, il ciclo storico con cui Manzoni smonta i miti della nazione italo/longobarda e del potere.
Nella lettera all’amico parigino Claude Fauriel del 1820, Manzoni svela il progetto dell’Adelchi e del Discorso, e denuncia l’equivoco storiografico che confonde Longobardi e Italiani. È l’inizio di un percorso che culminerà nei Promessi Sposi e nella Colonna infame, con implicazioni che vanno oltre il piano letterario.

Introduzione
È il 17 ottobre 1820. Manzoni scrive da Milano all’amico Claude Fauriel. Si parla di letteratura e di storia, ma sotto la penna dello scrittore si affaccia qualcosa di più profondo: un gesto di rottura. Non solo l’annuncio dell’Adelchi, la tragedia che metterà in scena la fine del regno longobardo in Italia, ma soprattutto una presa di distanza da secoli di storiografia “filosofica” —come la definisce probabilmente con una punta di ironia— con chiaro riferimento a Machiavelli e a quanti costruiscono modelli generali traendoli da singoli fatti storici. Manzoni denuncia l’errore sistematico di considerare i Longobardi come Italiani — «per l’eccellente ragione che il loro insediamento in Italia durò più di due secoli» — e prepara così il terreno per un’opera letteraria e critica che affonderà nel cuore della storia patria, nelle sue “origini” moderne, con una radicalità inedita.
Questa lettera rappresenta il primo documento ufficiale del progetto che porterà alla stesura delle quattro opere chiave della maturità manzoniana: Adelchi (1822), il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822), I Promessi Sposi (1827) e la Storia della colonna infame (1823 come Appendice a Fermo e Lucia e poi integrata nell’edizione dei Promessi Sposi del 1840). Le prime due affrontano la questione delle origini — il problema della conquista e della violenza fondativa — mentre le altre due mettono in scena la storia recente d’Italia, col Seicento come laboratorio tragico di arretratezza istituzionale, superstizione e impunità dei potenti.
In febbraio, pochi mesi dopo la lettera, Manzoni scriverà che durante una malattia si era fatto leggere l’Ivanhoe di Walter Scott, uscito nel 1819 e diventato un best seller europeo: è un indizio cruciale. Come Scott aveva messo in scena la nascita dell’Inghilterra moderna nel conflitto tra Normanni e Sassoni, così Manzoni si appresta a scrivere la “sua” storia italiana — prima dell’invasione longobarda e poi del dominio spagnolo — senza mai nominare gli austriaci. È l’epoca della Restaurazione. L’insofferenza crescente verso riti, sistemi e pratiche politiche, sentite ormai al di fuori della storia, aveva prodotto i moti che caratterizzeranno il biennio 1820-21: i patrioti italiani complottano, i fallimenti sono imminenti, e lo Spielberg è una minaccia concreta.
Manzoni, che ancora nell’estate del 1820 (dal sett, 1819) si trovava a Parigi con la famiglia, sente nel profondo il fermento patriottico che si respirava ovunque, lascia la Francia in agosto e torna in Italia. Il suo posto è lì. Come Thierry, che nello stesso periodo si avvicina alla Carboneria francese, lavorando nel contempo al progetto che diventerà l’Histoire de la conquête de l’Angleterre, Manzoni si trova ad avere amici stretti, come il conte Federico Confalonieri, che organizza la Carboneria a Milano, per finire poi allo Spielberg (sarà lo stesso Manzoni a redigere nel febbr. 1830 una supplica all’imperatore Francesco I d’Austria in nome della contessa Teresa Casati Confalonieri che domandava la grazia per il marito Federico).
Ma sul piano storico, qual era l’interpretazione prevalente nel decennio in questione sulle origini dell’Italia moderna? Nella prefazione a una edizione ottocentesca tradotta della Historia Langobardorum di Paolo Diacono (1826), si poteva leggere ad esempio «La storia di Paolo Diacono contiene le memorie originali di que’ Longobardi, che dalle selve del settentrione vennero a stabilirsi sotto il nostro cielo, e mescolati colle generazioni degl’ italiani crearono un popolo nuovo nella storia moderna. In poche parole la storia de’ Longobardi è la storia dei nostri padri, e perciò essa ci appartiene molto più che non quelle delle antiche nazioni Greca e Romana». Una formula che riecheggia l’eredità muratoriana e giannoniana, e che testimonia quanto fosse radicato il mito dell’assimilazione precoce dei conquistatori — una semplificazione che Manzoni rifiuta con nettezza, svelandone le implicazioni ideologiche.
Lettera di Alessandro Manzoni a Claude Fauriel
Milan, 17 ottobre 1820
… Che cosa sono i poeti, mio caro amico! È necessario anche che vi parli di progetti di lavoro e vi chieda la vostra opinione. Ho in mano un soggetto di tragedia che inizierò subito per finirlo in inverno, se possibile; perché Adolphe [ Adolfo ], che mi avevate proposto, non potrei trattarlo se non in un modo verso il quale il pubblico sarebbe troppo poco abituato e contro il quale avrebbe persino troppi pregiudizi. Quello che voglio affrontare ora è molto più popolare, è la caduta del Regno dei Longobardi, o meglio della dinastia longobarda e la sua estinzione nella persona dell’ultimo re Adelgise [ Adelchi ], con Didier [ Desiderio ] suo padre.
Cercando ovunque notizie e osservazioni su questo periodo, ho visto, o mi è sembrato di vedere, che non era stato affatto compreso da coloro che ne parlavano. Quanto ai cronisti contemporanei, sapete che di solito non sono altro che dei narratori molto aridi e che sono ben lontani dall’aver indovinato quali sarebbero state le cose del loro tempo per le quali la posterità avrebbe avuto la maggiore curiosità. Gli studiosi dei tempi successivi alla rinascita delle lettere, pur raccogliendo molti fatti e traendo talvolta induzioni ingegnose e difficili su alcune usanze e costumi del Medioevo, non hanno mai visto ciò che c’era di importante e vero nelle istituzioni, e nel carattere di quell’epoca. Per gli storici che chiamiamo filosofi, è molto peggio, perché hanno visto ciò che non c’era. Quindi, per darvi conto di un sol punto, trovo che da Machiavelli a Denina e oltre, tutti concordano nel considerare i Longobardi come Italiani, e ciò per l’eccellente ragione che il loro insediamento in Italia durò più di due secoli.
I Turchi allora, con questo criterio, non possono essere che Greci. Vedete bene che partendo da questo presupposto hanno per forza giudicato in modo errato i fatti, le leggi, le persone, tutto. Per cercare di farmi un’idea il più completa possibile di questo punto della storia, mi sono immerso nelle cronache della raccolta Rerum Italicarum, e ho anche frequentato alcuni dei diciannove grandi complici del signor Thyerri, che mi sono indispensabili non solo per i collegamenti immediati della storia di Carlomagno con quella dei Longobardi, ma anche per cogliere qualche indicazione sugli insediamenti dei conquistatori barbari, che si somigliano tutti moltissimo.
Ora vorrei che voi foste così gentile da indicarmi qualche opera moderna (oltre alle più note) di coloro che, bene o male, hanno voluto districare il caos di queste istituzioni nel Medioevo, e che hanno parlato soprattutto della condizione dei popoli indigeni soggiogati e posseduti, che è il punto su cui la storia è più povera, poiché per quanto riguarda i Longobardi, degli Italiani non troviamo quasi nessuna menzione nella loro storia, che tuttavia si è svolta in Italia. Completata la tragedia, intendo raccogliere un piccolo lavoro storico sui fatti che ne costituiscono l’argomento e sulla maniera in cui sono stati rappresentati; e il mio scopo in questo è dimostrare che la storia degli insediamenti dei barbari in Italia è ancora tutta da scrivere, e incoraggiare qualcuno a intraprenderla, o almeno a scrollarsi di dosso molte credenze fermissime e incredibilmente assurde. …
Addio, [ dà notizie su Cousin, ammalato ma “in condizioni di salute molto migliori di quando è arrivato da noi” ]. Salutatemi M.rs Thyerri, Salfi, Montgarni, il signor Mazet, Glaize, ecc.
[ Subito prima aveva ricordato la felicità della madre Giulia e di tutta la famiglia nel ricevere le lettere di Madame de Condorcet ]traduz. Luciano Priori Friggi
Conclusione
Questa lettera, forse un po’ sottovalutata, contiene in realtà il manifesto implicito di un nuovo modello su come raccontare la storia. L’ironia tagliente sul paragone tra Longobardi e Italiani (“I Turchi allora, con questo criterio, non possono essere che Greci”) non è un semplice gioco dialettico, ma la denuncia di una cattiva coscienza nazionale: quella che costruisce identità posticce, rassicuranti, sulla rimozione della violenza storica.
Nell’Adelchi, oltre alla smitizzare l’ideale eroico su cui si basa tanta produzione letteraria di epoca medievale, il poeta darà voce a questa lacerazione con accenti ancora tragici; nel Discorso, smonterà filologicamente i miti dell’assimilazione e della “continuità nazionale”; nei Promessi Sposi, la storia diventerà teatro di sopraffazione e passività, ma con un filo conduttore che per vie arcane lega i conquistati, i vinti, la gente umile asservita dell’epoca barbarica, al Medio Evo che non sembra voler passare mai, con le sue infinite reincarnazioni, e tuttavia con spiragli di cambiamento, legati non solo alla Provvidenza spicciola, invocata dai più deboli; nella Colonna infame, infine, essa verrà dissezionata come macchina giuridica dell’ingiustizia.
Quella che inizia nell’autunno del 1820, con una lettera all’amico Fauriel, è una lunga battaglia contro la menzogna delle narrazioni ufficiali — letterarie o storiche che siano — e a favore di una verità che sa essere fragile, ma necessaria. In un tempo come il nostro, in cui la riscrittura della storia torna spesso ad essere strumento di propaganda, rileggere Manzoni, avendo ben chiaro il progetto che matura con un’accelerazione improvvisa nel 1820, può essere un buon esercizio di libertà intellettuale, anche perché oggi come ieri, il punto da cui parte la riflessione manzoniana, se la “fusione” tra Longobardi e Italiani, sia avvenuta nei duecento anni del loro dominio assoluto in Italia oppure no, è un nodo storico tutt’altro che risolto. E non è un nodo qualsiasi, perché a chiamare Carlomagno e i Franchi, altro popolo germanico, fu un papa, e il risultato, se forse migliorò almeno un po’ la condizione degli italiani, fu per Manzoni quello che lui canta nel “cantuccio” del Coro del terzo atto dell’Adelchi, dove la delusione si sposa con la costatazione che la libertà dev’essere il risultato di una una battaglia, anzi una lotta tra le razze, come andava scrivendo il giovane Thierry, tra la razza dei conquistatori e quella dei conquistati.
E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.
Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.
Nota
Augustin Thierry (1795–1856), citato nella lettera con la grafia “Thyerri” (probabilmente una svista, perché in altre lettere è scritto correttamente), fu tra i primi a interpretare la storia europea alla luce della conflittualità tra popoli conquistatori e conquistati. Collaboratore del Censeur Européen e poi autore della Histoire de la conquête de l’Angleterre par les Normands (1825), Thierry proponeva una visione dinamica della storia come lotta per la libertà. Vicino agli ambienti liberali francesi, fu una figura chiave nella transizione verso una storiografia “dei vinti”, che influenzò, insieme all’Ivanhoe di Walter Scott, anche la riflessione di Manzoni.
Luciano Priori Friggi
Fonte: Manzoni, Lettere, Mondadori, 1970.

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