
L’Italia ha il record negativo dei salari reali.
È un’onta che si abbatte sull’intera classe dirigente del Paese, politica e imprenditoriale.
L’Italia è il Paese del G20 dove i salari hanno perso di più in termini di potere d’acquisto: -8,7% rispetto al 2008. Nello stesso periodo, in Francia sono cresciuti del 5%, in Germania addirittura del 15%. Sono dati contenuti nel Rapporto mondiale sui salari 2025-26 dell’OIL, Organizzazione Internazionale del Lavoro, presentato ieri.
Nel triennio 2022-2024 abbiamo avuto prima due anni di crollo (-3,3% e -3,2%) e poi un timido +2,3% nel 2024. Ma non basta a colmare il buco scavato negli anni precedenti.
L’OIL segnala che questa tendenza discendente dei salari ha radici storiche, risalenti ai primi anni ’90, e si è aggravata con la crisi del 2008, la pandemia e l’inflazione legata alla guerra in Ucraina. Anche nel 2024, l’aumento dei salari reali è stato marginale, mentre i profitti sono cresciuti. Il sistema economico italiano resta sbilanciato verso bassi salari, precarietà, scarsa innovazione e alta dipendenza da esportazioni e fondi pubblici.
Il problema infatti è strutturale ed legato alla campagna reazionaria contro il costo del lavoro che ha creato quella ideologia della sottovalutazione del lavoro e della sua precarizzazione. Di qui la bassa produttività (soprattutto nei servizi), la poca innovazione, le imprese piccole e poco organizzate, gli scarsi investimenti nella formazione. Il risultato è che anche quando produttività cresce con l’uso di nuovi macchinari, i salari restano fermi.
Eppure quasi tutti i lavoratori sono coperti da contratti nazionali. Ma il meccanismo di rinnovo è inadeguato, legato a un indice d’inflazione che esclude i costi energetici (quelli che pesano di più sulle famiglie) e rimanda ai contratti aziendali – che però esistono solo nelle grandi imprese – la redistribuzione dei guadagni di produttività.
Intanto restano profonde disuguaglianze:
– i lavoratori stranieri guadagnano il 26% in meno degli italiani;
– le donne, sono penalizzate da part time e carichi di cura e ricevono stipendi più bassi;
– i giovani, anche laureati, sono pagati molto meno rispetto ai coetanei europei.
Una situazione che si trascina da anni, mentre i governi, le imprese e sindacati non riescono a dare risposte. Non di rado deve intervenire la magistratura per ricordare che l’articolo 36 della Costituzione non è un optional.
Neanche il salario minimo, a 9 euro lordi, che vige in quasi tutti i paesi europei si è voluto introdurre in Italia. Una misura insufficiente ma che avrebbe riguardato ben 3,6 milioni di lavoratori che si trovano in condizioni inaccettabili di sfruttamento.
Landini dice che è tempo di aprire una vera vertenza sui salari. A partire dallo sciopero dei metalmeccanici del 28 marzo.
Enrico Rossi

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