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Allora ditelo. Addio investimenti stranieri

di Enrico Cisnetto | 25 Giugno 2012

In Italia le risorse ci sono, ma burocrazia e opposizioni ideologiche ne impediscono l’uso. Caso da manuale, quello degli investimenti in Italia della multinazionale americana Forest Oil.

In Italia le risorse ci sono, ma burocrazia e opposizioni ideologiche ne impediscono l’uso. Per questo tante energie sono state buttate e tante altre corrono seri rischi. Caso da manuale, quello degli investimenti in Italia della multinazionale americana Forest Oil. Parliamo di un progetto di estrazione e trattamento di gas naturale per una durata di 14 anni, con successivo e completo smantellamento, nel territorio di Bomba, 901 anime in provincia di Chieti. Un’attività che altrove sarebbe considerata di ordinaria amministrazione. In Italia no, non si può fare. Eppure stiamo parlando – in tempi di crisi e in un territorio che certo ricco non è – di investimenti (interamente privati) per 85 milioni di euro, l’assunzione di centinaia di persone, la creazione di un indotto. Niente. Comune e Provincia si sono messi di traverso, e la commissione di Valutazione di Impatto Ambientale – nella sua ultima seduta prima di essere stravolta da una legge regionale – ha sentito il bisogno di bocciare il progetto della multinazionale americana. Decisione che il Tar abruzzese ha giudicato sbagliata nella sostanza, perché agli studi presentati dalla Forest non ha opposto argomenti altrettanto concreti, e ha poi sospeso perché carente nella forma. Così, nonostante che il progetto della Forest avesse il pieno rispetto di tutte le normative – anche di quella ambientale abruzzese, il 30% più stringente di quella nazionale – che il giudizio di tutte le istituzioni non territoriali (Sviluppo Economico e Infrastrutture, Sovrintendenze ai Beni ambientali e ai Beni archeologici) fosse positivo e che non mancasse neppure l’assenso della concessionaria della diga del lago di Bomba (l’Acea) stante l’irrilevanza dei rischi idrogeologici, è bastato il niet dei politici locali per bloccare tutto. E poi ci lamentiamo di dover comprare l’energia dall’estero o che nessuno vuole venire da noi a fare impresa. Abbiamo investimenti esteri minori dell’8% rispetto alla media europea (un gap da 20-30 miliardi l’anno) e ci ostiniamo a far scappare quelle imprese straniere che ancora vogliono investire. La realtà è che la sindrome Nimby è più forte del bisogno di lavorare, dimostrato dal fatto che in quelle zone la disoccupazione è al 25%, tanto che alla Forest sono arrivate 1500 candidature e manifestazioni d’interesse di 50 aziende (e 3000 lavoratori). E che le prossime elezioni regionali hanno indotto chi vuole essere eletto a intercettare il consenso sul facile slogan “non inquinateci la nostra terra” (si parla di turismo “ecompatibile” pensando di fondarci il benessere di una regione). A questo punto si dica definitivamente che in Italia non si possono fare infrastrutture e sviluppo, così evitiamo di far perdere tempo e soldi al prossimo.

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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