
29 novembre 2024. Una data “storica” per il mondo intero e per Lucca in particolare: cento anni prima moriva a Bruxelles un suo figlio divenuto uno dei più grandi compositori della storia del melodramma, Giacomo Puccini.
Il 2024 è stato, nel bene e nel male, un anno denso di eventi a lui dedicati: ovunque l’eco della sua musica si è fatto sentire a riportare quelle emozioni che fin dagli esordi avevano suscitato nel pubblico dei teatri dove erano state rappresentate le sue opere. Lucca, ovviamente, non è stata da meno con grandi eventi promossi anche dal Comitato Nazionale per le Celebrazioni Pucciniane, ma una cosa davvero “speciale” c’è stata proprio nel giorno della ricorrenza della morte: dopo due secoli (nel 1817 il seicentesco teatro lucchese, in onore della dinastia dei Borbone il cui stemma riporta tre gigli d’oro, ebbe il nome “del Giglio”) al tradizionale e storico nome “del Giglio” è stato aggiunto quello di Giacomo Puccini.
Un tardivo omaggio al loro concittadino? Una sorta di riconciliazione con quel “discolo” che si era macchiato della colpa di aver portato via dalla famiglia una signora con tanto di figli per viverla in un lungo concubinaggio, anche se forzato? I rapporti di Lucca con Puccini sono a tutt’oggi oggetto di approfondimento e contraddittori i giudizi dei critici e degli storici; sta di fatto che solo un secolo dopo la sua morte Lucca ha sentito il bisogno di “omaggiare” il suo illustre cittadino dedicandogli il teatro cittadino.
Per un evento di questa portata, sinceramente ci aspettavamo qualcosa di più di quello che abbiamo visto: nel silenzio della piazza, il carrello elevatore ha sollevato il Sindaco, Mario Pardini, che ha provveduto a togliere il panno che nascondeva il nome di Puccini, mostrando ai presenti (pochi in verità) sulla facciata restaurata del teatro, il nuovo nome “Teatro del Giglio Giacomo Puccini”. Applausi sinceri, un “Viva Puccini” quasi inaspettato e… tutto finito.
La seconda parte della serata era ovviamente dedicata all’attesissima TOSCA del centenario, quella che già in estate era stata pubblicizzata con tanto di manifesti e che ha generato inevitabilmente grandi attese.
Teatro esaurito, pubblico delle grandi occasioni, adrenalina al massimo. In tutti si respirava l’emozione di questa serata “speciale”: una delle sue più celebri opere, nel suo teatro il giorno che ricorda la sua morte!
Lucca ha coprodotto questa Tosca riunendo i teatri di tradizione della costa toscana Lucca, Livorno e Pisa ma coinvolgendo anche Ravenna, Modena e Ferrara. “Abbiamo ripreso a produrre opere – ha detto con orgoglio Giorgio Angelo Lazzarini, amministratore unico del teatro – Con questa produzione il Teatro del Giglio ha tracciato il percorso che intende perseguire e proseguire nel futuro in special modo per la lirica, la strada della qualità, con lo scopo di far tornare il Giglio tra i teatri d’eccellenza italiani come era stato nel XIX secolo, ma anche la strada del coinvolgimento sempre maggiore di Lucca e dei lucchesi, facendo crescere in loro sempre di più l’amore per il proprio teatro, per le occasioni di incontro cittadino col cerimoniale richiesto dall’Opera”.
“Tosca è l’opera che apre il Novecento, il secolo che consacra la modernità del Maestro – ha invece sottolineato Cataldo Russo, direttore artistico del Teatro del Giglio – Con questa celebrazione intendiamo aprire un nuovo percorso che orienti il Teatro e la Città di Lucca verso il futuro, costruendo un legame nuovo e più saldo con Giacomo Puccini, rispettando la storia e la tradizione del nostro teatro. Una produzione che si distingue per il suo carattere intensamente teatrale, mettendo al centro l’artigianalità del “fare teatro” che, in un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dal linguaggio del video, diventa sempre più raro trovare sul palcoscenico. Un teatro ricco di sostanza e materia, in cui si rende omaggio ad una donna, la regista Cristina Pezzoli, che ha saputo lasciare un’impronta significativa anche nel nostro teatro, nel solco di maestri come Massimo Castri e Luca Ronconi. Il nostro obiettivo è rendere omaggio a Puccini, avvicinandoci il più possibile alle sue idee musicali e teatrali, consapevoli che l’opera, come ogni forma di spettacolo, si evolve e muta nel tempo. La scelta di un giovane ma già affermato conductor alla guida dell’orchestra del Maestro Muti è un altro valore che vogliamo trasmettere con forza con questa nostra produzione: creare le occasioni per rendere i giovani protagonisti, e trasmettere l’opera alle nuove generazioni proiettandola verso un futuro luminoso”.
Premesso che gli applausi non sono mancati né durante la recita né alla fine, dovendo essere sinceri fino in fondo, forse si poteva fare qualcosa di più, almeno per gli interpreti del cast.
Ma andiamo per ordine.
Una scenografia decisamente sontuosa, quella propostaci da Giacomo Andrigo, talvolta poco comprensibile come nel II^ atto dove Scarpia si trova ad essere quasi schiacciato da un catafalco, talaltra invece decisamente suggestiva come nel III^ atto dove Castel Sant’Angelo, pur riconoscibile, diviene una sorta di luogo-non luogo dove l’epilogo ferale per Cavaradossi e Tosca viene accolto alla stregua di un sogno/incubo raccontato a distanza di tempo.
Interessanti i costumi di Rosanna Monti che sembrano seguire più gli stati d’animo che la coerenza cronologica della vicenda. Incredibilmente efficaci quelli della conclusione del I^ atto al Te Deum affidati a sacerdoti e porporati: sembrano “l’armata di terracotta” della città di Xi’an, monocrome statue prive di sentimenti irrigiditi in una ritualità ormai priva di significati mente intorno a loro la vita gioca le sue carte con ben altri stati d’animo.
Complessivamente buona la regia di Luca Orsini, tradizionale e rispettosa, che tuttavia sembra limitarsi a raccontare i fatti noti senza scavare più di tanto nell’animo dei personaggi che restano così a mimare gesti prevedibili e non sempre capaci di descrivere il dramma in cui si trovano ad agire.
Musicalmente la presenza della Orchestra Giovanile Luigi Cherubini guidata da una notevole bacchetta com’è quella di Henry Kennedy, ha saputo ben restituire le sfumature di una partitura nella quale ogni dettaglio fa la differenza e che richiede grande attenzione tecnica ma altrettanta capacità di entrarvi in sintonia per poterla interpretare al meglio.
“Dirigere Tosca al Teatro del Giglio di Lucca – ha affermato Henry Kennedy – è per me un grande privilegio; per questo appuntamento così speciale, in occasione della ricorrenza dei cento anni dalla morte del Maestro, ho voluto adottare l’edizione critica curata dal professor Roger Parker (musicologo, docente di musica presso il King’s College London, ha curato per la Casa Ricordi l’edizione critica di Tosca, ndr), risultato di anni di ricerca e dedizione; un lavoro che mi dà la certezza di avere a disposizione il contesto giusto e la sicurezza necessaria per compiere scelte musicali pienamente informate e aderenti alla volontà del Maestro Puccini”.
Buona la performance del Coro Arché diretto dal M° Marco Bargagna, come pure quello delle voci bianche Puccini 100 diretto da Angelica Ditaranto, della Cappella di Santa Cecilia di Lucca e della Scuola di Musica Buonamici diretti da Lorenzo Corsaro.
Le “dolenti note” cominciano invece con il cast, a partire da un Azer Zada (Cavaradossi) davvero poco adatto per una serata di questa importanza. Seppure nel corso dei tre atti ha mostrato un certo miglioramento, la sua è stata davvero una prova insufficiente sia dal punto di vista vocale che interpretativo.
Clarissa Costanzo ha dato vita ad una Tosca credibile: la voce, se pure deve ancora raggiungere le potenzialità che mostra di avere, da’ prova di saper cogliere le diverse nuance del personaggio esprimendole con convinzione.
Al suo debutto nella sua città in un’opera completa, il baritono Massimo Cavalletti ha dato vita ad un Barone Scarpia potente e malefico. “Con Henry (Henry Kennedy, ndr) – ha detto Cavalletti nella conferenza stampa – abbiamo cercato di leggere lo spartito nel modo in cui Puccini avrebbe voluto per raggiungere la realtà scritta lì e per rendere la magia totale dello spartito pucciniano”.
Non sappiamo se davvero lo Scarpia pensato da Puccini fosse quello proposto da Cavalletti, ma il suo certamente ha emozionato il pubblico fin dal suo ingresso: scenicamente sicuro di sé, vocalmente capace di restituire ogni sfumatura del personaggio dando valore e peso ad ogni parola così che appaia chiara la sua personalità ed il contrasto con la fragilità di Tosca e l’irrazionale irruenza di Cavaradossi, ha riscosso un successo incredibile ma meritatissimo.
Decisamente sopra le righe, invece, Nicolò Ceriani, che ha fatto del Sacrestano un personaggio fuori dal suo ruolo reale scivolando in un gratuito macchiettismo.
Buona la prova di Omar Cepparolli, Angelotti misurato ed efficace nella recitazione quanto apprezzabile nella vocalità calda e appassionata. Apprezzabile lo Sciarrone di Eugenio Maria Degiacomi come pure lo Spoletta di Alfonzo Zambuto che mostra di saper curare il personaggio dosando l’interpretazione all’occorrenza.
Qualche riserva per Dalia Spinelli, il pastorello, che non ci è sembrata, pur nella brevità della sua parte, pronta ad affrontarla.
Questa disomogeneità tra i livelli dei cantanti non aiuta in genere la qualità complessiva di un’opera, ma in contesti come questo, la Tosca del centenario, quella che resterà nella storia di Lucca e del suo teatro, a nostro avviso non ci sarebbero dovuti essere.
Come abbiamo detto in premessa, il pubblico ha dimostrato ampiamente di aver apprezzato lo spettacolo e anche il nostro giudizio, nell’insieme, è positivo; ci dispiacciono quelle sbavature che forse, con una attenzione maggiore, si potevano evitare e che avrebbero davvero dato vita ad un evento indimenticabile.
Stefano Mecenate










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