
Con una semplice lettera, l’Italia di Meloni è uscita dalla Via della Seta, l’accordo commerciale con la Cina firmato nel 2019 da Giuseppe Conte, che troppe speranze di investimenti e sviluppo aveva suscitato.
In realtà, dal punto di vista economico, a guadagnare è stata soprattutto la Cina che ha aumentato le esportazioni in Italia da 31 a 57 miliardi, mentre quelle italiane verso la Cina sono cresciute solo da 13 a 16 miliardi di euro.
Ma al di là del deludente risultato economico conta soprattutto il valore simbolico dell’uscita dell’Italia.
Infatti, l’Italia era stata l’unico paese del G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti) ad avere firmato quel tipo di accordo, sempre mal visto dagli Stati Uniti; in particolare da quando, per contrastare l’espansione economica della Cina e mantenere l’egemonia mondiale, il governo americano ha deciso di fare affari solo con gli amici occidentali e di alzare barriere commerciale contro i prodotti cinesi e russi.
Dopo il liberismo e la globalizzazione senza regole, voluta sempre dagli USA, ora si è passati ad una fase di “protezionismo aggressivo” in cui si confrontano due blocchi economici, militari e politici e il mondo torna a dividersi pericolosamente.
L’Italia di Meloni con la disdetta degli accordi con la Cina risponde quindi agli interessi e ai desiderata degli USA.
L’operazione ha un grande valore politico e avviene non a caso il giorno in cui Meloni incontra la presidente Metsola e si avvicina al partito popolare europeo.
Si delinea così per il governo una politica estera fortemente filoamericana e in sintonia con l’europeismo della destra moderata.
Per Meloni e per Fratelli d’Italia è una dimostrazione di forte realismo politico e allo stesso tempo un’assicurazione sulla vita futura del loro governo.
Può permettersi la presidente del consiglio di regalare qualche sorrisetto a Salvini, reduce dalla poco riuscita iniziativa a Firenze, dove ha cercato di riunire l’estrema destra europea sovranista e xenofoba sotto le bandiere di un antieuropeismo becero e inconcludente.
È legittimo pensare che alla fine potrebbe formarsi in Europa dopo le elezioni dell’anno prossimo una maggioranza di destra con tutti dentro, proprio sul modello italiano e di cui Meloni sarebbe una delle principali artefici.
La sinistra e il PD, lo stesso M5stelle, d’altra parte, sembrano non riflettere a sufficienza su quanto sta avvenendo, su fatti tanto importanti sullo scacchiere mondiale ed europeo che avranno pesanti ripercussioni anche sulla politica e sull’economia in Italia.
Il nodo a me pare che stia nell’indecisione e nei conflitti sia interni e sia tra PD e M5stelle.
L’errore è di rinviare la discussione sui necessari chiarimenti programmatici e sulla scelta delle alleanze a quando ci saranno le elezioni politiche italiane.
È lo stesso sciagurato sbaglio che fece Enrico Letta, regalando la vittoria alla destra unita sotto l’egida dei neofascisti di Fratelli d’Italia.
Poco più di un anno fa si discuteva di un possibile ingresso del M5stelle nel gruppo dei socialisti e democratici europei.
Sarebbe molto intelligente che Schlein e Conte provassero a riparlane e a riprendere insieme l’iniziativa politica.
Altrimenti il rischio è di finire lessati senza neppure accorgersene come la rana nella pentola dell’acqua che lentamente si scalda.
Enrico Rossi

Schlein e Conte sono il danno dell’Italia oltre al PD. È Conte, che ha firmato l’accordo della “via della seta”.
Anche se la Meloni ha dietro di sé i fascisti. Conte ha dietro i comunisti, che sono stati assai peggiori. Si aggiunga che gli USA hanno regole finanziare precise. E semmai, la deregulation è di origine moscovita e cinese.
Meglio che vinca la ” destra” e che la sinistra si purghi bene di chi dovrebbe essere processato per alto tradimento della patria come Conte .