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Per cambiare il paese occorre cambiare le credenze dei cittadini

Richard Wright, il grande scrittore americano ci insegna che il razzismo statunitense raggiunse il massimo obiettivo quando riuscì a far pensare le vittime, i neri appunto, esattamente come desideravano i loro aguzzini, i bianchi. Quando insomma i primi a pensare di non valere nulla erano i neri stessi. Di Fabrizio Amadori

di Fabrizio Amadori | 25 Marzo 2021
Richard Wright | Carl Van Vechten, Public domain, attraverso Wikimedia Commons

Io credo che molti osservatori dell’Italia siano lontani dal vero quando la valutano.

Si scomodano questioni generali – corruzione, clientelismo, inefficienza, lassismo, demagogia – senza pensare che tutto è riconducibile ad una unica, potentissima parola: il wrightismo  psicologico di cui ho già parlato in altri articoli.

Di cosa si tratta? Richard Wright, il grande scrittore americano che molti insistono a definire afro-americano come se questo fosse importante da sottolineare, in uno dei suoi tre capolavori, “Ragazzo negro” (gli altri sono “I figli dello zio Tom” e “Paura”), ci insegna una cosa importantissima (sviluppata anche dal filosofo Fanon, del resto): che il razzismo americano raggiunse il massimo obiettivo quando riuscì a far pensare le vittime, i neri appunto, esattamente come desideravano i loro aguzzini, i bianchi; quando insomma i primi a pensare di non valere nulla erano i neri stessi, i quali spesso erano i principali nemici dei propri “fratelli” – come li avrebbe definiti Malcolm X -, quelli cioè che invece ce la volevano fare, che intendevano sottrarsi alla presa psicologica dei bianchi rivendicando la propria dignità, i propri diritti, il proprio desiderio di rivalsa sociale: potendo votare, potendo svolgere lavori di alto livello, potendo fare carriera politica e militare (durante la Seconda guerra mondiale i neri dell’esercito americano, giunto in Europa per combattere la bestia nazista bieca e razzista, non potevano diventare ufficiali o pilotare aerei, ad esempio).

Tale wrightismo psicologico si può declinare in molti altri contesti, e non solo in quello di una dialettica “razziale”.

Infatti, non è vero forse che le prime a pensare che certi mestieri siano fatti per gli uomini risultino le donne stesse, le quali biasimano – o comunque hanno biasimato per lungo tempo in Italia – quelle tra loro che aspiravano a svolgere professioni “maschili” come l’avvocato, il giudice, il poliziotto o il calciatore? 

E poi, non è forse vero che i primi a pensare che certi mestieri siano per i “vecchi” sono spesso i giovani stessi, soprattutto se per “mestiere” si intende uno ad alto grado di potere e remunerazione, come quello di top manager in una società o di generale nell’esercito? Eppure la storia mostra che spesso i migliori condottieri erano persone giovani abituate al campo di battaglia e a decisioni rapidissime per salvaguardare se stessi coi soldati. Sappiamo inoltre che molte delle idee più innovative anche nel campo economico vengono sviluppate da persone giovani, per non parlare del settore della ricerca, dove le principali scoperte vengono fatte quasi sempre prima e non dopo una certa età (in matematica si è scelto di conferire il premio più prestigioso, la Medaglia Fields, a gente sotto i 40 anni poiché si sa che con gli “anta” le capacità creative in tale settore declinano).

E ancora, non è forse vero che i primi a pensare che le persone religiose di professione, diciamo così, siano più spirituali e meritevoli di stima, soprattutto ai massimi livelli, sono spesso i laici stessi? Eppure ogni anno escono fuori esempi eclatanti di miseria umana – ipocrisia, avidità, corruzione, lussuria – riguardanti membri del clero anche a piani altissimi della gerarchia, a suggerire che religiosità e spiritualità sono cose molto diverse, e che uno può essere spirituale molto più di un religioso di professione, quasicché la “spiritualità istituzionalizzata” – come io definisco la religiosità – sia destinata a morire schiacciata dalle troppe regole e idee possedute per via esogena e non endogena. 

Si tratta comunque, in tal caso, di un discorso particolarmente complesso, me ne rendo conto. 

E infine, non è vero forse che i primi a stimare i ricchi senza porsi molti problemi sul come lo siano diventati (per merito reale? Per legami familiari, e per eredità in primis? Per comportamenti scorretti quando non addirittura illegali o malavitosi?) sono i poveri stessi, i quali spesso – ho notato con raccapriccio – sono più portati a concedere un favore ad un ricco che ad un povero che pure ne avrebbe maggior bisogno, e a non aspettarsi la restituzione di questo stesso favore mostrandosi anzi particolarmente felici di averlo fatto proprio a lui, al ricco (cioè a quello che meno ne avrebbe bisogno)? 

Io credo che un popolo per riuscire a migliorarsi debba essere consapevole di un simile male di fondo, il wrightismo psicologico appunto: consapevolezza, questa, che aprirebbe innanzitutto le porte al merito, sottraendo a condizionamenti psicologici nocivi la libertà di pensiero, e con essa quella della nazione. 

Fabrizio Amadori 

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, battaglia, demagogia, discorso, europa, giovani, guerra mondiale, italia, Laici, merito, nazione, persone, razzismo, seconda guerra mondiale, soldati

Info Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico “Mazzini”, laureato in filosofia all’Università Statale del capoluogo ligure, amo la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all’estero (Zambia), mi occupo da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al mio attivo ho numerose pubblicazioni – articoli e interviste – su giornali e riviste culturali nazionali (“Ideazione”, “Filosofia”, “Poeti e poesia”, etc.). Da studioso in ambito letterario ho scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il mio breve saggio “Ragionare alla Poe”, “Avanguardia” n. 59). Sono stato il primo a parlare di “narratologia deduttiva” (“Prometeo” n. 145).
Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col mio pamphlet “Giovani e potere” – o “Giovani, sesso e potere” a seconda dell’edizione – (prefazione di Dino Cofrancesco), ho potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, ho scritto per i giornali anche di cultura. Di recente ho iniziato a pubblicare alcune poesie – o “testi rimati” come li definisco io – sulla rivista “Poeti e poesia”. Già membro della segreteria della “Enzo Tortora” di Milano e Consigliere generale della “Coscioni”, mi sono occupato come oratore del referendum per l’abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano “Liberazione” – di ispirazione comunista – ad usare come allegato per la campagna il materiale dell’associazione radicale.

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