
Nell’ introduzione al suo recente saggio Alla morte del re. Sovranità e leggi di successione nell’Europa dei secoli XVII-XVIII ( Salerno Editrice 2020), Il Prof. Marcello Verga docente di Storia moderna presso l’Università di Firenze e commissario straordinario dell’Istituto Storico Italiano per l’Età Moderna e Contemporanea, cita un brano del Contratto sociale nel quale Rousseau osserva che alla morte di un re le elezioni lasciano degli intervalli pericolosi. Perciò in molti casi si è resa la corona ereditaria e si è stabilito un ordine di successione che impedisse ogni disputa invece di puntare sul criterio elettivo che almeno in teoria avrebbe dovuto indicare la persona più adatta a governare.
Eppure nonostante ciò le dispute e addirittura le guerre di successione non sono mai venute meno. Perché? Abbiamo approfondito l’argomento del libro in questa intervista con il Prof. Verga.
Perché in molti casi, nel corso della storia, le leggi di successione non hanno garantito che alla morte del re non ci fossero contese?
Le leggi di successione, varate tra metà del XVII secolo e i primi decenni del secolo successivo, dalle vicende complesse della Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688 alle cosiddette guerre per le successioni ai regni di Spagna, Polonia, Austria e, poi, Baviera – ma, come vedremo, anche per la successione agli stati dei Medici, segnarono profondamente la storia europea: per il disegno della carta politica dell’Europa e di nuove gerarchie tra le principali potenze, ma anche per la definizione della legittimità stessa del potere sovrano. La teoria dell’origine divina del sovrano trova, nell’Europa di metà Seicento – dalla rivoluzione di Cromwell alla cacciata della famiglia Stuart dal regno d’Inghilterra, sempre meno argomenti per contrastare la teoria del patto sociale. Questo patto, stretto tra uomini liberi, avrebbe conferito sì l’esercizio del potere ad un sovrano; ma al tempo stesso sanzionava che la sovranità era nelle mani dei sottoscrittori del patto. Dunque, si poteva sostenere che, morto il re, si dovesse procedere ad una nuova conclusione del patto. Questo intreccio tra ricerca di un equilibrio tra le grandi potenze europee e aperto dibattito sui titolari della sovranità ha rappresentato una fase cruciale non solo, ripeto per la storia della politica europea tra Sei e Settecento, nei decenni nei quali si estinsero alcune famiglie regnanti, gli Asburgo di Spagna e, per restare in Italia, i Farnese, i Gonzaga, i Medici. La definizione di una legge di successione, legittimata da leggi scritte e, in molti casi, votate da assemblee rappresentative degli stati, servì a segnare una soluzione, certo non sempre formalizzata come nel caso inglese, volta a depotenziare il conflitto che avrebbe potuto accompagnare la morte del re. Si affermò, nell’Europa del Settecento, il principio che, morto il re, la legge – e non la volontà del sovrano – avrebbe indicato il successore legittimo. Il sovrano riconosceva così una legge al di sopra della propria volontà; la sovranità, insomma, trovava un nuovo soggetto: il popolo.
La legge salica accese la conflittualità … perché fu introdotta ?
La legge salica vigeva solo in Francia. Nell’Europa della cosiddetta età moderna non mancarono, infatti, regine e principesse di grande valore: Caterina d’Aragona, Maria Stuart regina di Scozia, poi fatta uccidere da un’altra celebre regina, Elisabetta I Tudor, Cristina di Svezia, e poi, nel Settecento, Maria Teresa d’Austria e Caterina II di Russia. Se ne discusse negli anni che seguirono la conclusione della guerra per la successione spagnola. Saliva al trono delle Spagne il giovane Filippo V d’Angiò, nipote del re di Francia Luigi XIV. Condizione per la quale si arrivò alla pace tra le principali potenze fu la rinuncia del giovane Filippo ad ogni pretesa al trono di Francia; ma questo avvenne in un momento in cui l’ormai anziano e provato Luigi XIV temette che anche la sua famiglia potesse soccombere all’estinzione. E sul modello della monarchia francese il giovane Filippo V introdusse la legge salica nella monarchia spagnola, non senza polemiche e contrasti tali da essere ancora vivi nel dibattito ottocentesco sulla successione spagnola.
Ma ebbe migliori risultati l’automatismo della successione o il potere del sovrano di nominare il suo successore ?
L’elaborazione di leggi di successione, con l’intervento di istanze assembleari rappresentativi dei ceti di governo territoriali, come avvenne in Inghilterra con il voto del Parlamento, ma anche in Spagna con l’intervento delle Cortes e a Vienna con il voto delle assemblee dei vari domini degli Asburgo, ha contribuito a dare una soluzione al dibattito su chi è il titolare della sovranità. Nei dibattiti e nelle lotte che hanno accompagnato la definizione delle successioni regie nell’Europa tra XVII e XVIII secolo si legge tutta la drammaticità di un dibattito sul rapporto tra sovrano e popolo, due soggetti tra loro confliggenti, ma obbligati a trovare una soluzione. Come scrisse Rousseau, nel 1762,”il re muore, ne occorre un altro- Le elezioni lasciano degli intervalli pericolosi […]. Che fare per prevenire questo male? Si è resa la corona ereditaria […] e si preferisce rischiare di avere per capi dei bambini, dei mostri, degli imbecilli piuttosto di avere da disputare sulla scelta dei buoni re”. Ed è nel contesto delle monarchie ereditarie dell’Ottocento che il dilemma tra il rischio di un sovrano imbecille e la scelta di un buon re ha trovato il nuovo linguaggio della rappresentanza e della costituzione.
Le diverse leggi rispondevano ai differenti caratteri dei popoli ?
Il consolidarsi delle famiglie regnanti sulla base delle leggi di successione ha contribuito a costruire un necessario rapporto tra il sovrano, il territorio da lui governato e il popolo che lo abita, in un contesto, quello della cultura politica del Settecento che vede configurarsi e consolidarsi il valore della nazione e di popolo quale una comunità che condivide la stessa storia, la stessa cultura e soprattutto un forte senso di appartenenza. E’ questo, il Settecento, il secolo della affermazione di termini e di valori quali “carattere nazionale”, “patriottismo” dinastico, orgoglio nazionale. Sul rispetto di questi valori si legittima l’esercizio della sovranità dal Settecento in avanti, ed ancora oggi nelle tante monarchie della nostra Unione Europea. E, non a caso, il Settecento è il secolo degli inni dinastici: dall’inglese God save the King all’inno napoletano di Paisiello, all’inno imperiale di Haydn.
Perché ci furono problemi sulla successione in Toscana ?
Fu chiaro, già nel 1713, che la famiglia dei Medici si sarebbe estinta di lì a poco senza successori. La questione della successione agli stati medicei – lo stato fiorentino, formalmente una repubblica con a capo un granduca, e lo stato di Siena, un feudo del Sacro Romano Impero concesso ai Medici – diventò così una delle tante poste in gioco per la definizione degli equilibri tra le grandi potenze europee e, tra queste, tra i Borbone di Francia e di Spagna e gli Asburgo, che dai primi del Settecento si erano ben insediati nella penisola. Tra 1713 e 1737, anno della morte dell’ultimo granduca Medici e dell’insediamento negli stati medicei – ora formalmente riconosciuti in Granducato di Toscana –di Francesco Stefano di Lorena, marito di Maria Teresa d’Austria, erede dei domini degli Asburgo, si colloca tutta una serie di accordi, di trattative per la successione toscana, della quale, a ragione, si disse che “era come il poeta dell’Ariosto, che ad ogni canto si crede di essere alla fine e si è sempre da capo”. E questi decenni segnarono profondamente la cultura politica delle élite fiorentina e senese e, più in generale, tutta la cultura e la costruzione della memoria della Toscana: dalla riscoperta del mito etrusco e della repubblica oligarchica quale affermazione dell’indipendenza della Toscana, al fiorire nelle università e nelle accademie toscane di motivi tipici della cultura giusnaturalistica, fino a timidi motivi repubblicani.
Spesso i media pongono interrogativi su chi sarà il successore della regina Elisabetta. Qual è la legge dinastica in Gran Bretagna ?
La successione nel regno di Gran Bretagna, nato nel 1707 dall’accordo tra i regni di Inghilterra e di Scozia, è retta dall’atto di successione votato dal Parlamento nel 1701, allorché la previsione della mancanza di successione diretta di Guglielmo d’Orange e di Maria Stuart, eletti nel 1688 dal Parlamento re e regina d’Inghilterra, obbligò lo stesso Parlamento a indicare con una nuova legge di successione gli eredi della corona. Fu allora indicata quale successore al regno la principessa Anna di Danimarca e, in caso di assenza di un suo successore (uomo o donna), il casato di Hannover, poi diventato, nel 1840, per il matrimonio della regina Vittoria, casato Sassonia-Coburgo.Gotha, nome cambiato in Windsor nel 1917, nel corso della prima guerra mondiale. L’elezione, nel 1688, sanciva la nascita della monarchia parlamentare ed è sempre nella potestà del Parlamento il determinare le regole della successione al trono britannico. Peraltro, ricordo che in Canada tra gli esperti costituzionalisti e in una parte del mondo politico e dell’opinione pubblica assai vivo è il dibattito sulla successione di Elisabetta II, che, com’è noto, è il capo di stato del Canada, membro del Commonwealth.
Gabriele Parenti


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