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Pensioni tra fumo elettorale equità e finanza pubblica

Le grandi agenzie di rating giudicano la capacità di un Paese a contenere il debito in base ai prospetti pensionistici.

di Beppe Facchetti | 6 Novembre 2017

Il tema pensioni va maneggiato con cura, perché riguarda la generalità dei cittadini, l’orizzonte di vita, i progetti di milioni di persone. E’ al tempo stesso un grande problema di finanza pubblica perché quasi metà della spesa italiana è sociale.  Le grandi agenzie di rating giudicano la capacità di un Paese a contenere il debito in base ai prospetti pensionistici, che forniscono i più sicuri calcoli sul futuro equilibrio finanziario statale.

E’ dunque un grande problema politico, forse quello che più riassume i temi della società di oggi, con trasformazioni che debbono essere governate, se giustamente non si vuole abbandonare il modello di stato sociale che in Europa non ha pari nel mondo (dobbiamo questo al sociologo e politico liberale inglese Lord Beveridge, e al suo welfare state). Negli USA, sanità e previdenza sono temi di responsabilità individuale: ognuno si arrangi, con i risparmi e le assicurazioni!

Essendo politica, la questione è esposta ai venti elettorali e, in un paese di anziani, questo diventa decisivo, anche se ciò di cui si discute non sono né le pensioni in atto, la cui intangibilità è protetta dalla Costituzione, né quelle di chi ha già alle spalle un medio-lungo periodo lavorativo, protetto proporzionalmente dalle vecchie regole. Il tema riguarda se mai i giovani, ma quest’ultimi alla pensione non pensano, un po’ per normali ragioni anagrafiche, un po’ perché hanno il forte e fondato dubbio che, cominciando ora a lavorare, percepiranno ben poco.  Ma è un falso argomento contrapporre il prolungamento del tempo di lavoro all’entrata delle nuove generazioni, perché il mondo produttivo non è una coperta troppo corta, ma chiede oggi capacità professionali solo in piccola misura fungibili. Tra 20 anni, si calcola, il 45% dei lavori di oggi saranno superati, e c’è piuttosto da sperare che quelli nuovi richiesti siano in numero sufficiente.

Nei dibattiti di questi giorni, è diventata centrale la questione dell’aumento dell’aspettativa di vita rispetto all’andata in pensione. Ogni tre anni viene misurata, e l’ultima rilevazione fa scattare, nel 2019, 5 mesi in più per la pensione. Prima o poi occorrerà comunque un tetto (tra 10 anni, il calcolo salirà a 68), ma per il momento fotografa (per fortuna) la condizione di tanti anziani in forma. Dire 67 anni fa impressione, ma l’età media oggi dell’andata in pensione è 61,9 (in Germania 62,2). Stiamo parlando insomma di proiezioni di incidenza almeno ventennale, con modifiche annunciate quasi otto anni prima di entrare in atto.

Affrontata per prima dal governo Berlusconi-Maroni nel 2004 con l’introduzione del brusco “scalone” (subito 5 anni in più di anzianità da maturare), poi cancellato da Prodi, la questione fu razionalizzata dalla Fornero (al netto dello sfondone esodati) cercando appunto un aggancio all’età media degli italiani, che quanto meno è un dato oggettivo, non individuato dalla politica, ma dall’ISTAT.

Bloccare questo meccanismo è nelle richieste delle opposizioni: la Lega sposterebbe tutto di un anno, i 5Stelle, che non amano essere superati da nessuno nelle promesse, addirittura al 2022. Il Governo ha invece recepito l’allarme INPS, che parla di un costo immediato di 14 miliardi fino al 2021, e successivamente a salire fino a 140 miliardi complessivi, non vuole intervenire, ma è la sua maggioranza, sollecitata dall’intera segreteria PD, che mette in discussione questa sua meritoria fermezza.

In realtà, il gioco è molto sottile, ma anche molto ipocrita. La finalità è elettorale, e punta a poter dire sotto elezioni che il meccanismo automatico è stato congelato per sei mesi. Quindi nessun effetto sui conti pubblici (ma anche nessun effetto sui pensionandi, che però si pensa siano affascinati da questa promessa oggettivamente populistica). L’unico risultato cercato è quello di far percepire agli interessati che “forse” i 150 giorni in più di lavoro non ci saranno. Peccato che la percezione di scarsa affidabilità arrivi invece diritta agli osservatori internazionali, quelli che vivono proprio di percezioni, perché la finanza è tutta un gioco di previsioni, scommesse, attese, fiducie date o negate. Quindi con qualche riflesso su quegli indicatori, spread per primo, che misurano la nostra affidabilità e che costano anch’essi.

Questo gioco tutto di apparenze non porterà insomma vantaggi a nessuno. C’è però da sperare che il Sindacato – che di anziani e pensionati se ne intende: è purtroppo la sua vera base – non perda l’occasione per sistemare un paio di questioni davvero concrete e non di fumo elettorale. La prima è quella dei lavori usuranti (e c’è già la disponibilità ampia di Gentiloni), perché i nostri anziani sono in genere gagliardi, ma alcuni lavori sono davvero non adatti ad un ultra sessantenne. Qui può intervenire uno strumento già vigente, l’APE social, cioè la pensione anticipata. L’altro punto è quello che non è nei titoli dei giornali, e cioè la distinzione tra vecchiaia (i 5 mesi da applicare in più nel 2019) e anzianità, cioè anni effettivi di lavoro e contribuzione, che potrebbero arrivare a livelli (inaccettabili) di 43/45 anni.

Oltretutto, nelle pieghe dell’innalzamento dell’anzianità lavorativa, si nasconde – con costi pubblici inferiori rispetto al blocco di cui si parla – un coefficiente di calcolo perversamente in discesa. Questo si, sarebbe iniquo col passare del tempo.        Insomma, meno fumo elettorale e più equità reale, per distinguere bene tra strumentalizzazioni ed esigenze sociali.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: agenzie di rating, anni, anziani, berlusconi, conti, conti pubblici, costi, costituzione, elezioni, europa, futuro, germania, giornali, giovani, governo, governo berlusconi, impressione, inps, lavoro, lega, maroni, mondo, nuove generazioni, pd, pensionati

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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