Alzar la voce e bacchettare Bruxelles sembra al Governo una mossa tattica utile, nella vigilia referendaria, anche perché parlare male dell’Europa va sempre bene, di questi tempi. L’Unione fa del resto poco per rendersi popolare, anche se ben altri sentimenti antieuropei sono percepiti come più credibili di quelli di un presidente del Consiglio in carica.
Ma come osserva Prodi, non esporre la bandiera europea mette in discussione un’appartenenza, e dunque si gioca col fuoco. Junker ha lasciato in sospeso il giudizio sulla manovra 2017, ma è velenoso nel ricordare che 16 miliardi di flessibilità sono stati riconosciuti quest’anno all’Italia e c’è da discutere se mai su come sono stati usati. E poi non ci sono solo le vigilie elettorali di Renzi, ma nel 2017 tocca alla Merkel e la sua campagna potrebbe essere basata sulla denuncia del lassismo dei meridionali d’Europa, Italia in testa. Proprio come pensano gli elettori tedeschi.
Ma soprattutto non c’è solo l’Europa di Bruxelles, c’è anche quella di Francoforte, sotto attacco tedesco perchè gestisce una politica monetaria che finora è stata un paracadute dei guai italiani.
Dobbiamo alle scelte di Draghi – insieme al prezzo basso del petrolio – una gran parte di quello stentato 0,7/0,8 di crescita che speriamo di conseguire a fine 2016, perché – da quando la BCE ha lanciato il famoso “quantitative easing” – c’è abbondanza di denaro, con conseguente possibilità di rinnovare il debito e alimentare l’economia.
Il rubinetto che oggi eroga 80 miliardi al mese potrebbe chiudersi però già a marzo 2017, cioè domani, e Draghi potrà prolungare il flusso solo se il quadro politico glielo consentirà. I segnali Brexit e Trump, invece, gettano ombra su tutte le elezioni e i referendum previsti nei prossimi mesi e, se vince il populismo, l’addio al Q.E. non sarà neppure la conseguenza più complicata. Basti pensare a ciò che può significare il ritorno del protezionismo e la fine del trattato di libero scambio già tanto difficile da concordare.
Non si può ancora conoscere l’orientamento di Trump, qualcuno dice che non lo sa neppure lui, ma è già chiaro che l’Europa dovrebbe fare il contrario di quanto chiedono i suoi critici interni, e cioè dovrebbe stringere i ranghi, affrontando ad esempio e finalmente il problema della difesa comune, anti terrorismo compreso. Un bel salto rispetto all’1% del Pil oggi destinato all’Europa, gigante economico ma nano politico.
Sta di fatto che intanto, per l’Italia, sale di nuovo il famigerato spread e la semplice smentita sulla notizia della riduzione degli interventi BCE ha provocato ancor prima delle elezioni americane un sussulto del differenziale con i bund tedeschi di 7 punti.
Insomma, anziché litigare con il poliziotto cattivo, quello di Bruxelles, l’Italia dovrebbe cominciare a pensare seriamente al rapporto con quello buono, che sta a Francoforte.
Dobbiamo sperare che Francoforte tenga duro, altro che protestare con Junker, perché c’è sempre il rischio di non onorare con prontezza e a tassi convenienti il nostro debito.
Il costo basso e talvolta negativo del denaro ha portato alla diminuzione di circa il 3% del servizio del debito, ma cresce ogni giorno di più da nove anni, vale 2212 miliardi, anzi qualcosa di più per chi legge rispetto a chi scrive.
Che succederà quando il rubinetto di Draghi più o meno bruscamente dovrà chiudersi, perché non è definitivo, non illudiamoci, e la BCE dovrà prioritariamente affrontare le sfide della nuova Fed americana?
Avremo perso un’altra occasione, dopo quella dell’avvento dell’euro? Certi treni passano non per far vento a chi resta sulla banchina, ma perché siano presi per andare in una certa direzione.
E la nostra è obbligata. Non solo bonus e mezzi condoni, ma fare i compiti per tempo, senza arrivare alle emergenze. Lo spettro del 2011 e relativa troika è sempre in agguato. Per esorcizzarlo, la ricetta è politiche di investimento pubblico, alzare il Pil sempre troppo fermo, rigore almeno nel salvare e allargare l’avanzo primario, l’unico indicatore positivo di questi ultimi anni, ancora però non in grado di incidere sul debito, almeno in attesa dell’inflazione auspicata al 2%.
Con i soldi di Draghi non possiamo soltanto comprar tempo. Finiscono prima i soldi o prima il tempo, o entrambi.
Beppe Facchetti

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