Quando il grande Alessandro salì al potere, Aristotele fondò ad Atene una sua scuola (o università) detta Liceo. Si dice che Alessandro mandasse continuamente suoi emissari affinché fossero edotti al Liceo in modo da trasferire le conoscenze acquisite in ogni spazio dell’Impero, che prendeva forma (Per la prima volta nella storia, davvero un “Grande spazio”, così come l’avrebbe chiamato il giurista tedesco Carl Schmitt, circa 22 secoli dopo).
Eppure, nel Timeo, per Platone lo spazio non era altro che un “ricettacolo”, anzi “il ricettacolo”. Ovvero il luogo in cui dimorano le cose generate (figlio, è il termine che usa anche Platone), e quindi in continuo movimento, dall’essere, che è viceversa immobile (padre, è il termine che usa anche Platone). L’essere di Parmenide corrisponde ora (nel cd. parricidio della tradizione filosofica) alla figura del Demiurgo, che è causa di un universo unico in cui sono presenti le cose, intellegibili, dotate cioè di un’idea illimitata che serve alla comprensione del molteplice viceversa limitato; in pratica, l’idea della cavallinità e le forme molteplici del cavallo.
Qual è la differenza tra “scoperta” e “invenzione”?
La scoperta dipende molto dalla causalità, l’invenzione dipende sempre da un’idea o progetto. L’immagine dello spazio-aperto originario appariva ora spazio di conquista (Alessandro) o oggetto di reiezione per chi, ora, pensava di essere de-stinato a un luogo più confortevole, in uscita dalla caverna.
Uscendo da lì, quali sarebbero state le sensazioni provate?
Ne La Repubblica, Platone dice: “Se volesse vedere gli oggetti che stanno di sopra avrebbe bisogno di abituarvisi, credo. Innanzitutto discernerebbe con la massima facilità le ombre, poi le immagini degli uomini e degli altri oggetti riflesse nell’acqua, infine le cose reali; in seguito gli sarebbe più facile osservare di notte i corpi celesti e il cielo, alla luce delle stelle e della luna, che di giorno il sole e la luce solare” (e) “Per ultimo, credo, potrebbe contemplare il sole, non la sua immagine riflessa nell’acqua o in una superficie non propria, ma così com’è nella sua realtà e nella sua sede”.
Ma ancora non gli sarebbe stato naturalmente possibile accedervi, avrebbe potuto farlo solo logicamente, servendosi dell’intelletto, che ne avrebbe indagato le forme dell’apparenza secondo un Disegno o Schema sempre più definito. Come abbiamo notato con Aristotele, che sopraggiungerà di lì a poco a dar manforte, anche per Platone occorrerebbe risalire alle “sostanze” delle cose. Quelle vere e certe.
Ricapitolando il discorso dei due, de Santillana scrive: “Dove ci conduce questo ragionamento? Alle vere sostanze. Il gatto, come il legno, non è fatto di semplici atomi (n.d.r.: adversum Democrito). Esso è una sostanza una, continua, specifica chiamata ‘gatto’, unica nello schema; l’aspetto conoscibile della sua essenza è la ‘gatteità’, che si riferisce a tutti i gatti. Possiamo distinguere tra ‘attributi’ inerenti ad essa (quali la figura e il comportamento) e ‘accidenti’ (quali il colore e la grandezza). Essa è in rapporto con altre sostanze in molti modi diversi, nei quali gli universali divengono evidenti. Eccoci dunque di nuovo alla descrizione, distinzione, organizzazione, generalizzazione, come fine proprio della scienza”.
Giungeva l’epoca del ritorno del Re, del grande Condottiero che guida prima alla scoperta dei nuovi territori e poi di nuovo impone la sua legge. Alessandro proveniva, e non solo in senso figurato, dalla Grecia e da Atene, in cui era allora presente anche l’insegnamento della scuola di Zenone di Cizio.
In proposito, Plutarco scrive: “E’ ben vero che la tanto ammirata comunità di Zenone, promotore della setta stoica, mira essenzialmente a questo: noi non dovremmo vivere né in città grandi né in città piccole, sotto leggi distinte l’una dall’altra, ma dovremmo considerare tutti gli uomini in generale come nostri compaesani e concittadini, obbedendo ad un’unica norma di vita e ad un unico ordine, come un gregge che pascoli in un solo prato comune, con uguale diritto per tutti. Questo scrisse Zenone, configurandosi, come in sogno, un certo schema di ordine civile e un’immagine di comunità filosofica. Ma Alessandro realizzò in pratica quelle parole con le sue imprese; poiché egli non governò i Greci, secondo il consiglio di Aristotele, da principe moderato, infierendo contro i barbari come un tiranno (n.d.r.: o un predatore); né egli trattò amorevolmente i primi come amici e intrinseci, e disprezzò gli altri quasi fossero animali o piante (n.d.r.: questo è un nodo decisivo, come vedremo qui di seguito e a breve); ciò avrebbe riempito il suo impero di fuggiaschi incendiari e di tumulti e sedizioni. Ma ritenendosi inviato dal cielo come moderatore comune ed arbitro di tutte le nazioni, e sottomettendo con la forza coloro che non poteva associarsi con eque offerte di alleanza, egli tanto fece che assoggettò sotto lo stesso governo tutte le nazioni, vicine e lontane. E poi, mescolando come in una coppa, vite, usi, costumi, matrimoni, tutto insieme, egli ordinò che tutti considerassero loro patria tutta la terra abitata …”.
Dunque, non si può dire che Alessandro preparasse o abbia preparato il “nuovo avvento” del Cacciatore Celeste. A differenza del Cacciatore, egli auspicava di vivere in“armonia” (cfr., più avanti, Pitagora) con tutta la natura circostante; e tuttavia, salvo che qualcosa o qualcuno intendesse respingerne le offerte.
Dunque, all’orizzonte, appariva comunque l’immagine di un nuovo Cacciatore celeste, tale che è stato anche il Gesù degli ebrei.
Infatti, circa tre secoli e mezzo dopo Alessandro, giunse ad Atene un tale Paolo, originario di Tarso (5-10, Roma 64-67). L’Apostolo Paolo, recatosi all’Aeropago per il suo discorso di credente rivolto ai greci e agli ebrei, disse: “Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: ‘A un dio ignoto’. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio”. (Atti 17, 22-23)
Ma, Paolo, quale dio annunciava? Un dio ignoto bensì sconosciuto oppure un dio viceversa arcinoto?
Gesù, in effetti, non rappresentava altri che il vecchio Adamo della Genesi e quant’altri pima di lui. Dei, senz’altro, di cui gli uomini avevano fin troppa esperienza e quanto alla resurrezione, stando almeno ai greci di Atene manco a parlarne (Atti 17,32), il Cielo era già pieno di molti che lì avevano fatto ritorno.
E comunque, non certo un dio in “armonia” con la natura, l’intera natura a cui anche Parmenide aveva fatto riferimento. Ovvero: l’uno sì, ma non anche l’intero. C’era qualcosa qui, in questo “ricettacolo”, che, pur facendo parte dello spazio-aperto originario, andava piuttosto ignorato e quindi es-punto dal con-testo; ovvero, a eccezione dell’uomo, unico e solo a immagine e somiglianza del dio, il resto del regno animale, vegetale e minerale. Questa tripartizione, includendo stavolta anche l’uomo come parte del regno animale, sarà la classificazione del medico, botanico e naturalista svedese Carlo Linneo (1707-1778); ma, per questo e altro, come già anticipato, bisognerà attendere il secolo del Settecento. Il Millesettecento (d.C.).
Il “detto del Nazareno” ribadiva semplicemente l’idea del dominio del Cacciatore sulla natura. Ma era solo un’idea che doveva ancora farsi completamente strada, occupare cioè uno spazio via via più grande, e quindi lo spazio dell’Impero, il cui scettro passava dalle mani di Alessandro Magno (e cioè il Grande), lungo circa sette secoli, nelle mani di Costantino I il Grande (272-337).
Con l’editto di Milano del 313, il cristianesimo diventa una religione pari alle altre e, poi ancora, attraverso il concilio di Nicea del 325, convocato e presieduto da Costantino, superiore a tutte le altre. Il pre-detto concilio servì innanzitutto ad attribuire al Nazareno la natura esclusiva di figlio di Dio, e quindi a dare a Costantino un nuovo strumento(instrumentum regni) con il quale governare l’intero (grande) spazio del suo potere.
Al contrario di quanto auspicata da Alessandro e dall’ellenismo, a Costantino serviva imporre una fede “vera e certa” che fosse, soltanto così, capace di prevalere sulle diverse storie ancora dominanti, sia pagane che gnostiche, viceversa o talvolta sostenitrici di un afflato comune, non distintivo, e quindi scevro da antichissime “distinzioni” o “separazioni” – formatesi nel tempo, che è sempre quello dell’avvento o dell’accadimento-, e che ora quindi ri-tornavano.
Infine, come testimonia l’editto di Tessalonica del 380 emanato da Teodosio “augusto”: “Vogliamo che tutte le nazioni che sono sotto nostro dominio, grazie alla nostra carità, rimangano fedeli a questa religione, che è stata trasmessa da Dio a Pietro apostolo, e che egli ha trasmesso personalmente ai Romani, e che ovviamente (questa religione) è mantenuta dal Papa Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, persona con la santità apostolica; cioè dobbiamo credere conformemente con l’insegnamento apostolico e del Vangelo nell’unità della natura divina di Padre, Figlio e Spirito Santo, che sono uguali nella maestà e nella Santa Trinità. Ordiniamo che il nome di Cristiani Cattolici avranno coloro i quali non violino le affermazioni di questa legge. Gli altri li consideriamo come persone senza intelletto e ordiniamo di condannarli alla pena dell’infamia come eretici, e alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa; costoro devono essere condannati dalla vendetta divina prima, e poi dalle nostre pene, alle quali siamo stati autorizzati dal Giudice Celeste”.
Ma, l’Impero cadde e si divise; e nel Grande-spazio, ora diviso in due, tra Occidente e Oriente, ricorse tuttavia il tempo di un’altra Rivelazione a opera del profeta Maometto, il nuovo messaggero, si disse di Allah. Questo, il nome del nuovo dio che, in fine, prendeva dimora nell’universo che Platone aveva chiamato “ricettacolo”. Allah è la parola arabacon cui Dio definisce se stesso nel Corano, il libro sacro dei musulmani. A seguito del Cristianesimo, l’Islam ritiene di completare l’opera di demistificazione della “natura”, così come avviata da Platone; riservando all’uomo meritevole il titolo piuttosto di “servo (e non figlio) di Dio” e comunque, in generale, comune all’idea cristiana, il privilegio, rispetto a tutte le “altre” cose create, di poter com-prendere la realtà e quindi distinguere tra “reale” e “irreale”. Come dire, che le leggi e gli ordinamenti stabiliti dall’Islam corrispondono esattamente alla visione considerata realistica e non fantasiosa delle cose.
Angelo Giubileo
“Il Mondo secondo Parmenide” – Indice degli articoli
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