Rommel, chi era costui?! Un dilettante buono solo a giocare con i soldatini nel deserto, in confronto al perfetto tempismo con cui Walter Veltroni ha esplicitato il suo verbo al Foglio ed ha di fatto aperto le ostilità contro Bersani e la attuale classe dirigente del Pd, alla vigilia delle elezioni amministrative che dovranno pur dire una parola di chiarezza sulla reale consistenza dell’opposizione, o quantomeno sulla percezione che di essa hanno i suoi elettori.
Ora, non è che dalle dichiarazioni di Veltroni si ricavi qualche concetto concreto o qualche minima indicazione programmatica, che sarebbe davvero pretendere troppo da colui che ha fatto del “ma anche” lo slogan di una carriera politica incentrata sulla vaghezza di orizzonti così vasti da non assumere mai contorni definiti – Veltroni, si sa, è una nebulosa, la cui esistenza è comprovata solo dall’alone fumogeno che la avvolge e che spesso, purtroppo per noi ma soprattutto per chi lo ha sostenuto, ha finito per annebbiare le già confuse idee degli elettori del centrosinistra. Prova ne sia che la frase più densa di significati contenuta nell’intervista al Foglio afferma che è necessario immaginare un Pd “coraggioso, riformista, capace di conquistare il 40% dell’elettorato”, un proposito che ha la stessa genericità di un’aspirina prescritta ad un moribondo – tutto bello, tutto vero, ma i contenuti?! Detto questo, però, è vero che le sue parole sono state sufficienti a scatenare il malpancismo mai sopito degli esponenti del Pd, generando reazioni risentite ed accuse di autolesionismo pre-elettorale che, come sempre, hanno preso atto del dito invece della luna che, sia pur da lontano e con le dovute cautele, si voleva indicare. Dei mali del Pd, partito mai nato e tragicamente inchiodato all’antiberlusconismo come unico collante che ancora lo tiene in vita, abbiamo scritto diffusamente, dunque non ci ripeteremo, ed è indubbio che il prossimo test elettorale sarà significativo se non altro perché i numeri diranno con chiarezza quale sia ad oggi la reale presa del Pd sui propri elettori posto che, avendo il partito rinunciato da almeno venti anni a qualunque sforzo progettuale, questi siano ancora disponibili a votare un simbolo, per fedeltà, speranza irriducibile o soltanto mera disperazione. Così come è indubbio che il nostro paese avrebbe bisogno, tanto al governo quanto all’opposizione, di forze riformiste e capaci di fare politica costruttivamente, invece che di bande di lanzichenecchi aggregate solo dalla sete di potere ed incapaci di qualunque visione delle necessità e delle aspettative di crescita che attendono invano risposte che non arrivano mai. Dunque l’invocazione di Veltroni, pur nella sua estrema vaghezza, è condivisibile, mentre lo è meno il fine che non possiamo fare a meno di vederci dietro, che a nostro avviso non sta solo, o perlomeno non soltanto, nella defenestrazione di Bersani, ma nella volontà di gestire sin da ora da una posizione preminente, e certo dominante, quel cambiamento, almeno apparente e se non altro generazionale, che Veltroni sa non essere più rimandabile per il Pd, specie se i risultati elettorali non dovessero essere soddisfacenti. Non a caso, nell’intervista al Foglio, fa i nomi dei tre personaggi secondo lui necessari alla rinascita del Pd, ovvero Chiamparino, Renzi e Zingaretti, indicati come “come coloro che giocheranno una parte importante per il futuro del partito”, ed a noi pare di cogliere in questo elenco una sorta di cooptazione – l’ennesima – operata dall’alto e soprattutto da chi, uscito a suo tempo dalla porta, pensa di rientrare dalla finestra facendosi scudo degli emergenti per riprendere in mano le sorti del partito e governare l’ennesimo cambiamento solo di facciata ma affatto sostanziale. A pensar male, si sa, si fa peccato ma ci si azzecca quasi sempre, e ci pare che questa sortita veltroniana la si possa spiegare veramente solo in questa chiave; a nessuno, tantomeno ad un politico di lungo corso, può infatti essere sfuggito lo scossone potente, e l’onda lunga che ne è derivata, assestato dalla campagna per la “rottamazione” della dirigenza del Pd lanciata da Matteo Renzi, e non a caso appoggiata decisamente da Chiamparino – mentre Zingaretti si tiene prudentemente a metà del guado – ed è chiaro che, come ai tempi ormai lontani di Lenin, l’unica domanda possibile sia “Che fare?”. Ma la risposta non è incoraggiante, perché pare che Veltroni abbia già messo abilmente le mani avanti: un cambiamento apparente, governato però da lui, icona di tutti i fallimenti del centrosinistra insieme a D’Alema, eppure fermamente deciso a riappropriarsi della leadership a suo tempo abbandonata. Il tempo dirà se avevamo ragione, ma la nostra speranza è che Matteo Renzi, che pure ha risposto a Veltroni dicendosi disponibile a lavorare ad un rinnovamento del partito, non si faccia imbrigliare dal gattopardismo veltroniano, e continui la sua battaglia con le proprie forze, cercando il sostegno e la legittimazione degli elettori come a suo tempo ha fatto nella durissima lotta per il governo di Firenze. Non gli mancano idee, progetti né la forza per portarli avanti: giochi dunque la sua partita a viso scoperto e rifiuti l’abbraccio mortale del passato che deve chiudersi una volta per tutte.
ChiBo

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