Nel furore ideologico di cui nel nostro paese ogni questione viene investita, il discorso sul debito pubblico è una vittima eccellente. Ma davvero il livello del nostro debito pubblico è così cataclismatico come lo si dipinge?
La notizia è che due giorni fa la vendita dei bond italiani, con scadenze a 5 e 15 anni, ha avuto pieno successo, totalizzando ben 6 miliardi di Euro e portando sollievo all’intera eurozona. Questo vuol dire che da parte degli investitori internazionali c’è fiducia sulla tenuta complessiva della nostra economia, anche se decisivo è stato il sostegno dell’Unione Europea che ha rimpinguato le casse del fondo di emergenza per il debito. Come dichiarato da un analista della Llyods Bank al Wall Street Journal: “Si parla sempre più di un miglioramento della posizione finanziaria dell’Italia”. Andrebbero in questo caso riconosciuti i meriti del ministro Tremonti che ha puntato sulla stabilità prima ancora di sfoderare la scure dei tagli di bilancio.
I paragoni tra la situazione finanziaria italiana e quella di Grecia, Irlanda e Portogallo sono tra l’altro azzardati o – peggio – fuori luogo. E’ assolutamente vero che in termini lordi il livello del nostro debito pubblico, al di sopra del 100% del Pil, sia il più alto d’Europa insieme a quello della Grecia, ma è altrettanto vero che il nostro deficit è relativamente basso, al pari di Germania, Danimarca e Olanda con la conseguenza che abbiamo una bassa tendenza ad accumulare debito ulteriore. Inoltre ben diversa è la stazza complessiva della nostra economia, minore l’esposizione agli investitori esteri, nettamente superiore il livello di risparmio privato, maggiormente diversificate le fonti d’entrata economica. Un insieme di fattori che rende altamente improbabile il default pronosticato dai profeti di sventura nostrani.
Tuttavia, se è poco giustificabile una politica economica di “lacrime e sangue” il problema vero da affrontare resta quello della crescita economica. Il paese è fermo sotto questo punto di vista, dietro addirittura a Slovenia e Cipro. Ostinarsi con i tagli agli investimenti pubblici e alla spesa non contribuirebbe di certo al rilancio dell’economia, mentre occorre fare pressione sulla Banca centrale europea intenzionata ad innalzare i tassi di interesse per far fronte ad una rinnovata ondata di inflazione. L’innalzamento del costo del denaro rischia di essere da ostacolo alla ripresa in Europa.
L’Italia avrebbe bisogno di una fase di stabilità per continuare il lavoro cominciato, il debito pubblico resta un problema serio, ma la crescita economica dovrebbe avere la priorità. Sarebbe forse il caso di mettere momentaneamente da parte le beghe, i giochi di palazzo e la caccia alle streghe.
Giovanni Bruner (The Front Page)

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