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UN’ ITALIA GIUSTA E COMPETITIVA

Silla Cellino – Relazione all’Assemblea del Polo laico, liberale e socialista – Firenze 1° marzo 2008

di Silla Cellino | 4 Marzo 2008

Immagino che siamo tutti convinti di dover sfuggire alla pretesa o all’ambizione di precostituire un programma, dato che gli argomenti all’ordine del giorno del paese ci sono, sono ben visibili e conosciuti dal grande pubblico, e nessuno qui dentro è la mosca cocchiera che ha in mano la soluzione per tutti i problemi. Però su alcuni argomenti e su alcuni temi ci sono delle condizioni irrinunciabili e su queste è bene che da questa assemblea vengano fuori opinioni da portare all’attenzione in primo luogo di tutti noi perché possiamo dibatterne, poi di tutti coloro che vorranno starci a sentire.

Nel documento è scritto che la prima condizione è quella di lavorare per un grande recupero morale. E’ ovvio che non siamo i soli a pensarla in questo modo, anzi mi auguro che siamo in tanti e trasversalmente in tutte le scuole politiche. Perciò non mi soffermo su questo concetto, che è evidente; invece c’è da precisare e sostenere che la ricerca di nuova qualità della vita pubblica e degli uomini che di queste sono protagonisti deve passare anche per un concetto completo di laicità della politica. E deve essere un concetto di laicità da accompagnare a quello di autonomia. Perciò è necessaria, come facciamo da sempre, la distinzione tra politica ed interessi confessionali, ma anche la netta separazione ed il primato della politica sugli interessi particolari, senza alcuna commistione con gl’interessi dei poteri forti, con quelli delle concentrazioni finanziarie, dei ceti parassitari, della difesa dei privilegi, della conservazione ovunque essa si manifesti.

Se si rinuncia a questo principio, la politica passa in secondo piano e prendono campo altre logiche. Lo abbiamo già vissuto – e sulla pelle di tutti – nel corso della legislatura berlusconiana; e potremmo riviverlo. Abbiamo potuto constatare anche che i confini tra politica e poteri forti non sono mai stati troppo netti neppure nei giorni del governo Prodi. Continuiamo a constatare che nella politica agiscono altri condizionamenti, come quelli che ribaltano sulle vicende politiche il peso della crisi generale della giustizia nel nostro paese. E purtroppo che ci sia ancora una rinuncia al primato della politica è un’ impressione assai forte anche nelle vicende di questi giorni, mentre scorre davanti ai nostri occhi la lunga notte dei gatti grigi dei programmi e soprattutto delle candidature.

A questo spettacolo non si può restare indifferenti, anzi rimaniamo sconcertati, perché ha tra i suoi protagonisti il partito che vorrebbe porsi come nuovo, ma che nuovo lo è solo nell’accezione che a Veltroni sembra piacere di più: e cioè un partito acchiappatutto, in cui si smarrisce il senso morale della coerenza, in cui la politica viene messa in secondo piano con una ricerca affannosa del raccordo tra interessi contrapposti. In questo senso parlare di candidature e di programma non è neppure un optional ed il supporto etico si perde, con tutto il rispetto con alcune delle personalità della società civile che hanno voluto aderire al partito democratico.

Si deve guardare con questa lente del primato della politica anche al problema della riforma dello stato, o per lo meno uno dei suoi aspetti, perché un altro dei poteri forti che in questi ultimi anni hanno influenzato la nostra vita civile e politica è il potere burocratico, che è espressione di quella classe/casta informale che si è venuta consolidando e condiziona molte delle scelte governative, ma soprattutto quelle dei livelli intermedi e le ingessa.

E mi domando anche se, in questa ottica, non sia il caso di ripensare questa corsa pasticciata ad un federalismo, che non risolve il decentramento, ma aumenta indiscriminatamente i livelli ed i centri di governo senza semplificarli, perché la tendenza consolidata non è di sostituire i livelli di amministrazione, migliorandoli e modificandoli, ma di crearne di nuovi, nuovi enti, nuovi livelli, nuovi ruoli del pubblico impiego ed aggiungerli a quelli esistenti, che sono già assai numerosi. Questo non vuol essere un argomento contro la riforma dello stato in senso federale, purché la riforma non porti in sé un rischio di inflazione amministrativa e invece colga l’opportunità di razionalizzazione e di dare maggiore efficienza.

Per la riforma dello stato abbiamo una proposta nella nostra traccia di discussione, quella di mettere all’ opera un’autorità indipendente, eletta dal Parlamento anche al di fuori del Parlamento. E’ una proposta qualificante, alla quale dobbiamo dar seguito, con l’apporto sia teorico di giuristi che concreto di esperti della pubblica amministrazione, ma con l’accortezza di sottrarla, come metodo di lavoro, ai rischi della concertazione. E’ una proposta che dovremo portare avanti in ogni istanza, anche se la nostra presenza politica non sarà sufficiente a poterla sostenere direttamente.

Sono invece molto esitante ad avviare un discorso più
particolare sulle riforme, anche in considerazione del tempo
limitato, ma non solo. Anche perché è facile e semplicistico
dire: bisogna fare queste riforme, uno, due, tre, quattro,
però poi alla prova dei fatti si rimane tutti al palo. C’è
chi invece ha creduto e crede [beati loro] che sia
possibile: una volta ci hanno presentato 278 pagine di
programma, ora invece si fa un click e viene giù un menu a
tendina, voilà le riforme. No, ho paura che non sia così
automatico, anche perché giorno dopo giorno ci si accorge
che in Italia dobbiamo fare i conti con delle condizioni di
base e un terreno che non sono più tanto fertili, da poter
consentire e sostenere agevolmente un percorso riformatore.

Da troppo tempo si naviga a vista, si dice. Ed è vero. Ciò
significa che si è perduta la coscienza dello stato del
paese, un paese in cui, anche per l’effetto del progresso
tecnologico, si sono verificati notevoli processi di
modernizzazione, la maggior parte dei quali non governati. A
questi processi sono seguiti o si sono stabiliti nuovi
modelli di riconoscimento sociale e di affermazione, sono
emersi ceti non basati su innovazione e concorrenzialità, un
terziario non propriamente avanzato.

Non mi dilungo sulle conseguenze che tutto questo ha avuto
sul piano culturale e dei comportamenti collettivi ed
individuali, ma ne abbiamo esempi a sufficienza nel prodotto
mediatico e nei modelli che questo prodotto propone e
rappresenta oggi a livello sociale: una società che si cerca
di orientare verso consumi non essenziali e di indirizzare
verso standard di vita effimeri, mentre non si risolvono le
vecchie arretratezze. Da qui si creano le ragioni per
profonde ingiustizie, a detrimento di coloro hanno tratto e
traggono il loro motivo di sostentamento dalla vecchia
economia, che rimangono a livelli retributivi arretrati di
molti anni, ma che affogano nei consumi di serie B, con l’illusione
della rata a tasso zero.

E’ quindi dalla caduta produttiva, ma anche dal disagio
sociale che deve trarre vitalità l’esigenza di un percorso
riformatore corretto. Prendiamo l’esempio di una riforma,
quella del lavoro che è l’unica di cui potrò parlare visti i
limiti di tempo e comunque è il campo di cui ho maggiori
esperienze personali. Poi su Pensalibero scriverò, come ho
già scritto, altre cose a corredo di questo argomento, se a
qualcuno interessa. Non è una riforma nuova, perché è già in
itinere da parecchi anni, dal pacchetto Treu, passando poi
per il Libro Bianco di Biagi e la legge che ne ha stabilito
una parziale attuazione, per finire con i recenti
provvedimenti adottati con il protocollo welfare. E anche il
quadro internazionale, descritto e rappresentato dal Libro
verde dell’Unione europea ed il dibattito conseguente.
Magari ci sarebbe da osservare che la risposta del governo
italiano alle questioni sollevate dal Libro verde è stata un
po’ scolastica e soprattutto ingessata per le preoccupazioni
indotte dalla sua maggioranza composita.

Questa maggioranza composita ha rappresentato l’ostacolo
maggiore per questa riforma, quella che ha generato le più
evidenti linee di frattura: da una parte l’opposizione
frontale alla legge Biagi senza darne un perché credibile,
dall’altra l’incapacità delle forze riformiste di legare la
riforma del lavoro alla riforma della produttività del
lavoro, una riforma che ha almeno tre protagonisti: i
lavoratori, le aziende e lo stato, quest’ultimo anche per
effetto della pressione fiscale che esercita sia sui
lavoratori che sulle aziende. Il non corretto rapporto tra
questi tre attori determina le incongruenze che si
riscontrano e che vengono agitate come momento di
rivendicazione, mentre dovrebbe essere momento di
riflessione.

Cominciamo dal precariato, che è un fenomeno reale e
costituisce un problema. La sua storia è la storia della
flessibilità, anzi della cattiva gestione della
flessibilità; la quale nasce dal pacchetto Treu per ovviare
in qualche modo alle rigidità del sistema tradizionale di
protezione del lavoro; apre dei varchi che vengono
utilizzati a piene mani dai datori di lavoro privati, ma
anche dalla pubblica amministrazione; trova una
soddisfacente sistemazione giuridica nella Legge Biagi, ma
non conquista mai un sistema di tutele adeguato, neppure in
occasione delle concertazioni tra governo e forze sociali.
Ora arriva anche Veltroni e col plauso degli ignoranti vuol
risolvere il problema dando un salario minimo ai precari,
che però con questa logica sempre precari resteranno.

Qui la dialettica sta tutta tra precariato e flessibilità,
perché il precariato, che è in larga misura fenomeno
giovanile, nasce da una condizione in cui il giovane lamenta
una preparazione scolastica non professionalizzata, ma anche
impreparazione delle aziende, le quali ricercano prestazioni
e personale che non hanno ancora sufficientemente
classificato. Manca perciò un anello intermedio di
preparazione e sperimentazione che porta ad una instabilità
dei rapporti che tende ad essere di lunga durata. Questo
anello intermedio, inteso come attività preparatoria
all’ingresso definitivo nel mercato del lavoro ed anche alle
fasi successive, se necessario, deve avere i caratteri di
una flessibilità tutelata.

Il punto d’incontro può essere trovato, sia utilizzando
forme di lavoro autonomo come il contratto a progetto oppure
il contratto unico con possibilità di licenziamento nei
primi due anni, come proposto da Tito Boeri e Pietro
Garibaldi, ma il nodo deve essere quello degli strumenti
che vengono posti a garanzia di questo processo e questo può
essere costituito solo dal rafforzamento delle tutele, da
intendersi ugualmente garanti sia per i lavoratori
dipendenti a tempo determinato ed indeterminato, sia per i
lavoratori flessibili.

E quindi anche la riforma degli ammortizzatori sociali, come
quella dei servizi per l’impiego, che è conseguenza e
condizione per la buona riuscita di una politica del lavoro,
deve essere orientata sia nel senso della stabilità che
della flessibilità. Anzi, si deve ritenere che, proprio per
questa doppia valenza, debba trattarsi di una riforma
audace, come invece audace non è mai stata. Perciò dovrà
essere abbandonato il presupposto, che è una finzione
demagogica, a cui si sono ispirati tutti i tentativi finora
abortiti di riforma e cioè che questo debba avvenire senza
oneri aggiuntivi per il bilancio dello stato, come è stato
per tutti i governi che si sono finora succeduti e come
ancora sostenuto nella recente riforma del welfare. Proprio
perché bisogna dare qualcosa di più e di qualitativamente
diverso c’è bisogno di trovare risorse che lo consentano.

Vorrei parlare del welfare, ma me ne manca il tempo, però
colgo l’occasione per dire brevemente due cose. La prima è
che un adeguato trattamento pensionistico – e quindi
riconoscimento contributivo – debba essere assicurato non
solo alle categorie della flessibilità, altrimenti il
concetto europeo di flexicurity verrebbe a cadere, ma anche
esteso ad altri settori deboli della società, basti pensare
alle donne che per motivi di conduzione familiare hanno una
vita lavorativa frammentaria o limitata al part-time o a
coloro che, anche per libera scelta, sviluppano forme di
lavoro intermittenti e non dipendenti, specialmente nel
volontariato o negli altri servizi ad esso collegati. E
tutto ciò in base ad un principio di etica riformatrice di
cui dobbiamo farci portatori: poiché la società trae
vantaggio da queste attività è giusto che la società le
sostenga.

La seconda, che occorre in qualche modo porre rimedio allo
scempio perpetrato con l’abolizione dello scalone. Però
facendo salvo un principio di comportamento che dovrebbe
assurgere a regola generale per tutti i governi: la logica
delle controriforme è una logica perdente. Così come
perdente è stata nell’immaginario collettivo la perversa e
pervicace difesa di un privilegio mascherato da diritto
acquisito, altrettanto perdente sarebbe rimettere nuovamente
tutto in discussione; e soprattutto non sarebbe serio come
stile di governo. Perciò non ci si può riproporre di tornare
alla riforma Maroni: si può invece – e si deve – evitare che
il finanziamento ricada sulle categorie più deboli e cioè
sugli iscritti alla gestione separata, che pagheranno senza
avere nessun beneficio, trovando altrove le risorse. Così
come si deve eliminare quell’anomalia che ha introdotto le
finestre anche per le pensioni di vecchiaia, con evidente
danno per chi ha raggiunto il limite massimo e non quello
agevolato e con assurde complicazioni di gestione.

Consentitemi infine, a conclusione, una sola piccola
considerazione politica finale un po’ polemica. Oggi per
parlare di riforme non bastano 35 slide di buone intenzioni:
bisognerà anche individuare qual è il tessuto sociale ed
economico su cui si vuole operare, le occasioni di libertà
di fare e di esprimersi che si vogliono garantire e
favorire, le accumulazioni improprie di potere che si
vogliono colpire, il ritorno in termini di qualità e non di
sudditanza nel rapporto tra cittadini ed istituzioni che si
intende ottenere. Tutto questo non si vede nei programmi che
fino ad oggi sono stati presentati. Tutto questo non è
facile, ma chi vuol governare sa che non è chiamato per
compiti facili.

Pubblicato in : Primo piano

Info Silla Cellino

Silla Cellino. Ha smesso di occuparsi di politica attiva dai primi anni 80 e da allora si è dedicato principalmente alla sua professione di consulente del lavoro. Prima però, fin da giovanissimo, si era impegnato molto, come vicesegretario nazionale dei giovani socialisti e poi come membro del comitato centrale del psi. Acqua passata, ma resta la curiosità per interessarsene quanto basta. E’ in rete anche su http://ionis56.blogspot.com

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