La manifestazione del 4 luglio a Roma, indetta a partire da un appello di Magdi Allam, vicedirettore del Corriere della Sera, per protestare contro le persecuzioni dei cristiani, specialmente, ma non solo, in Medio Oriente, ha suscitato molti commenti e prese di posizione, anche critiche, nei giorni seguenti. Per quanto ci riguarda noi vorremmo mettere in risalto specialmente un’affermazione di Allam nel suo intervento nella manifestazione: il suo intento – ha sottolineato – era soprattutto quello di scuotere coloro che hanno perso la fiducia, che si rassegnano a sopportare prepotenze e oppressioni senza ribellarsi, anzi a volte cercano pure di giustificare gli assassini stessi. In questo modo si arrendono “ai tagliagole e ai taglialingue” fondamentalisti e terroristi, che vogliono imporre anche in Europa e in Italia la censura ad ogni tipo di critica all’Islam, identificando l’Islam con quello che risulta dalla loro interpretazione.
Ma il cedimento è dovuto, anche e soprattutto, al fatto che molti occidentali hanno perso la fiducia in sé stessi e di conseguenza hanno raggiunto lo statuto giuridico dei “dhimmi” (vedi l’articolo di Magdi Allam del 5 luglio che sintetizza i temi del suo intervento della sera precedente).
Ecco, proprio questo termine ci ha stimolato alla riflessione: dhimmi infatti vuol dire protetti, cioè al riparo dalle violenze del “jihad” o guerra santa. E’ da oltre un millennio una categoria giuridica elaborata dagli studiosi islamici di diritto e teologia e si riferisce a quegli infedeli, ebrei, cristiani e di altre religioni, che ottengono, in cambio del pagamento di tributi, la cessazione provvisoria delle ostilità, impegnandosi inoltre a non ostacolare l’espansione dell’Islam.
La protezione allora, di per sé, è un termine ingannevole, in quanto implica la sottomissione, l’accettazione della supremazia, la subordinazione in tutti gli ambiti sociali, economici, religiosi, ratificata scrupolosamente dalla legislazione.
La “dhimma” è dunque un trattato di resa che espropria i protetti dalla loro autonomia e li sottopone a un sistema di discriminazioni, accettate sotto la minaccia di schiavitù, conversione forzata o morte. Per un maggiore approfondimento della dhimmitudine faremo riferimento a un testo recentemente tradotto in Italia di Bat Ye’or, un’importante studiosa della tematica: ai dhimmi era vietata qualsiasi forma di autorità sui musulmani, acquistare o possedere terreni, sposare donne musulmane. Non potevano montare cavalli o cammelli, animali troppo nobili, ma solo l’asino e con il basto al posto della sella, e se incontravano un musulmano dovevano scendere in segno di rispetto. Ogni dhimmi per la strada “doveva adottare un’andatura rapida e dimessa, abbassare gli occhi e passare sempre a sinistra – lato impuro – di un musulmano al quale era raccomandato di ostacolargli il passaggio (Bat Ye’or, Eurabia, Torino, 2007, pag.310. Gli esempi citati nel testo rappresentano una sintesi di altri studi dell’autrice – egiziana di nazionalità inglese – mentre l’argomento della ricerca è costituito dal complesso rapporto instaurato dalla Comunità Europea con i paesi arabi, soprattutto nel secondo dopoguerra. La tesi della studiosa è che questo rapporto si sia sempre più configurato come uno stato di vera e propria dhimmitudine dell’Europa nei confronti dell’Islam, tesi certamente discutibile, anche se supportata da una documentazione molto ampia e dettagliata. Noi qui ci riferiamo solo ad alcuni temi contenuti nel saggio rimandando quello più generale socio-politico-diplomatico ad un’altra occasione).
Ai giorni nostri molti aspetti della dhimmitudine sopravvivono ancora in diversi paesi dell’Africa e dell’Asia, specie per quanto riguarda le leggi sulla bestemmia, i matrimoni misti, l’apostasia, la costruzione e il restauro di chiese. Le discriminazioni nel settore dell’impiego e dell’educazione, nonché nel diritto penale e civile, ne sono chiara testimonianza. Però, a parte la casistica delle varie forme di umiliazione, ci sembra fondamentale mettere in luce un’altra peculiarità. “La dhimmitudine è caratterizzata dalla privazione di due diritti essenziali: quello di difendersi in caso di aggressione e quello di testimoniare davanti a un tribunale islamico contro un musulmano” (Bat Ye’or, op. cit., pag. 309).
Questo ci sembra l’argomento fondamentale: in effetti i dhimmi incorrono in gravi pene se diffondono opinioni ostili all’Islam e se chiedono l’aiuto degli stranieri, per cui anche al giorno d’oggi i cristiani “quando si trovano di fronte alla persecuzione e alla discriminazione nei paesi islamici, sono costretti, da un sistema che impedisce alle vittime di testimoniare contro gli oppressori, a ritirarsi in un isolamento che contribuisce alla loro distruzione” (op. cit., pag 315).
Senza diritti legali di reazione, prede quindi dell’insicurezza e dell’avvilimento insiti nella consapevolezza che la loro esistenza viene riscattata mediante un tributo, le comunità dhimmi sono portate a rifugiarsi nell’adulazione dei loro dominatori o in un silenzio autistico.
E’ questo ritiro nell’isolamento, dovuto all’umiliazione e al silenzio, a fare progressivamente dimenticare alle popolazioni dhimmi le esperienze precedenti di autonomia, di dignità, che le avevano caratterizzate. Così noi possiamo aggiungere, a nostro commento, che nella paura, nel panico di fronte al rischio di diventare vittime della guerra santa, avviene l’oblio della propria dignità, cioè la Condizione Umana si manifesta nella forma dell’oblio del proprio essere. Soltanto se l’esperienza di questa deprivazione della dignità riaffiora nel ricordo, e se viene vissuta come mancanza, allora fa nascere l’esigenza, il bisogno imprescindibile di ripristinare quella condizione umana perduta. In altre parole l’esperienza dell’avvilimento per la propria debolezza e incapacità di reazione è l’origine dell’oblio della dignità, mentre la consapevolezza di mancanza di dignità è l’origine del bisogno di resistere, della volontà di non arrendersi.
Ora, se noi proviamo a ripensare alle affermazioni iniziali riportate di Magdi Allam sulla dhimmitudine come risultato del terrore per i tagliagole e i taglialingue, siamo in grado di interpretare con maggiore precisione gli aspetti più specifici con i quali si mostra questo fenomeno ai giorni nostri, non soltanto nei paesi islamici ma nella stessa Europa e in Italia. Anche senza riandare agli attentati di Madrid e di Londra, basterebbe considerare l’omicidio rituale del regista Van Gogh in Olanda per renderci conto dell’incombente pericolo della guerra santa; ma poi facendo attenzione agli episodi delle caricature satiriche pubblicate in Danimarca, con le mobilitazioni addirittura mondiali di odio organizzate dai fondamentalisti, alle vicende dell’insegnante francese Redeker, costretto a vivere nascosto e protetto per avere pubblicamente criticato l’Islam, alla nuova fatwah contro Salman Rushdie e a tanti altri esempi che si potrebbero ancora citare, non è difficile rendersi conto che gli sgozzamenti sacrificali sono collegati alle violenze per intimorire, per spingere alla dissimulazione, alla censura, anzi all’autocensura: il che significa appunto tagliare la lingua. Anzi è stato notato a questo proposito che mai in Europa, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, si era verificata una situazione di tale autocensura da parte di autori, editori, autorità pubbliche e culturali, emittenti televisive e così via, per quanto riguarda la libertà di parola e di espressione rispetto all’Islam!
In effetti rispondere a comportamenti aggressivi con l’ossequiosità, accettare di pagare un prezzo per la propria sicurezza, sono atteggiamenti tipici che definiscono la dhimmitudine, ormai ampiamente diffusa in tutta Europa. Oblio del proprio essere, allora, è rinuncia alla libertà di parola e di espressione, conquiste fondamentali della libertà nei paesi occidentali.
Ancora una notazione riguardo a un argomento soltanto sfiorato dalla Ye’or ma che, dal nostro punto di vista, è estremamente pertinente: alludiamo all’atteggiamento dhimmi rispetto al grave problema dell’oppressione delle donne nelle comunità islamiche, anche nel nostro paese.
Se noi proviamo a riflettere all’esecuzione rituale, avvenuta l’anno scorso, di una ragazza pakistana rea di convivere con il suo ragazzo, ad opera del padre che l’aveva considerata indegna della vita dei buoni musulmani e sulle reazioni riportate dai mass media le scorse settimane per l’inizio del processo a Brescia, noi ci rendiamo conto dell’imbarazzo, della reticenza di molte esponenti del femminismo e della latitanza evidente di quasi tutte le forze politiche. Se volessimo poi descrivere l’essenza di queste prese di distanza – espresse nelle modalità più svariate – potremmo sintetizzarla nell’affermazione che si tratta di una violenza giustificabile all’interno di comunità rette da norme derivanti da usanze tradizionali di tipo patriarcale (che sono esistite ovviamente anche nel nostro paese!).
Ecco, a noi sembra proprio che questo riferirsi del giudizio al punto di vista della comunità, che rimane così il vero soggetto agente in quanto portatrice, organizzata dalle sue strutture e dai suoi rappresentanti, della tradizione da rispettare, sia l’espressione visibile di un cedimento sostanziale a quella mentalità che rifiuta ogni tipo di integrazione con il mondo in cui vive. Il “comunitarismo” vera essenza del multiculturalismo, è la teoria che spiega appunto la volontà di mantenere estranee comunità che rifiutano l’integrazione per conservare un proprio “mondo” governato dalle leggi più arcaiche, per esempio la sharija.
Ma si tratta di un sofisma, come ha efficacemente dimostrato Pascal Bruckner: “tutta l’ambiguità del multiculturalismo deriva dal fatto che imprigiona, in nome delle migliori intenzioni, uomini, donne e bambini in un modo di vivere, in tradizioni dalle quali spesso desiderano emanciparsi” (Pascal Bruckner, La tirannia della penitenza, Parma, 2007, pag. 159). L’appellarsi alle usanze peculiari di una comunità – insomma – è un sofisma che permette di non ascoltare gli appelli, le richieste di aiuto, provenienti dal loro interno, di coloro che sono oppressi, specialmente le donne, e che vorrebbero emanciparsi. Le leggi della Repubblica si sottraggono così a quello che sarebbe un loro obbligo, l’intervento a difesa dei perseguitati: ciò significa, in ultima istanza, che cedono alle pressioni di coloro che vogliono costituire vari “Londonistan” anche in Italia, nascondendo la resa dietro a teorie “multiculturali”: è in questo sofisma che risulta, in conclusione, percepibile la “cifra” della dhimmitudine, l’oblio del proprio essere, in questo caso l’uguaglianza per tutti dei diritti.
Ma c’è un altro aspetto, non meno importante, di questo oblio di cui troviamo traccia nella manifestazione prima citata contro le persecuzioni dei cristiani, che viene tematizzato espressamente nella saggio della Ye’or: vogliamo riferirci specificamente a interpretazioni del Vecchio e del Nuovo Testamento che tendono a separare nettamente il primo dal secondo, anzi a contrapporli.
Per la Ye’or questo tentativo, in atto da diversi decenni, ha lo scopo di staccare il cristianesimo dalla sua matrice ebraica ed è opera soprattutto delle Chiese Palestinesi e Siriane, influenzate da teologi e pensatori interessati invece a collegare il cristianesimo con l’islamismo. Vengono espressamente richiamati i nomi di Georges Montaron, cattolico di sinistra direttore dell’influente rivista Témoignage Chrétien che nel 1970 organizzò a Beirut la I Conferenza Mondiale dei Cristiani per la Palestina; Luis Massignon, grande islamista francese che già negli anni ’40 aveva stimolato il dialogo cristiano-islamico nei circoli orientalisti e tra gli attivisti antisemiti (egli era legato di amicizia con François Mauriac, Jacques Maritain e Giorgio La Pira in Italia ed era stato ordinato sacerdote di rito melchita nel 1950 per poter recitare le preghiere cristiane in arabo); padre Juwakim Mubarak, uno dei più fedeli adepti di Massignon, che contribuì a reinterpretare la Bibbia in un’ottica coranica e altri ancora.
Naturalmente vi sono voci all’interno delle Chiese, cattolica e protestanti, le quali si oppongono con decisione a questa deriva: vengono citati il gesuita italiano Francesco Rossi de Gasperis, il teologo Sandro Magister e i teologi Jacques Ellul, protestante, e Alain Besançon, cattolico, che discutono della tematica nel volume dal titolo già di per sé significativo Islam e cristianesimo. Una parentela impossibile (Torino, 2006).
Non saremmo naturalmente in grado di addentrarci in un’analisi riguardanti temi così specifici e soprattutto così controversi; sentiremmo piuttosto l’esigenza di ascoltare esperti che rappresentino le opposte posizioni, in modo da raggiungere una maggiore consapevolezza, data l’importanza dell’argomento.
Possiamo invece mettere in risalto un’ulteriore affermazione della Ye’or sulla pericolosità del tentativo di sradicare i Vangeli dalla loro matrice ebraica (sebbene il Vaticano abbia spesso ribadito il radicarsi dei Vangeli nell’Antico Testamento) e sulle sue origini storico-teologiche. “La politica cristiana di rimozione delle fonti ebraiche del cristianesimo, attuata mediante l’eliminazione dei legami tra la Bibbia ebraica e i Vangeli, è un’antica e costante tendenza cristiano-pagana, che la Chiesa ha sempre tentato di reprimere. Essa fu formulata nel II sec. d.C. da Marcione, vescovo di origine pagana fortemente influenzato dalla gnosi” (Bat Ye’or, op. cit., pag. 270).
Dunque sarebbe riconducibile ad antiche influenze gnostiche, riattualizzate da autori presenti nelle Chiese contemporanee, il processo di progressiva perdita delle proprie radici ( e di conseguente dhimmitudine) del Cristianesimo!
Per chiarire maggiormente questa complessa tematica possiamo ricorrere all’aiuto di un classico studio sulla Gnosi, quello di Hans Jonas, Lo gnosticismo (Torino, 1991): nel capitolo dedicato a Marcione (dove è utilizzata la migliore monografia sullo stesso, quella di Adolf von Harnack) viene riconosciuto che il teologo gnostico, proprio in quanto cristiano, ha rappresentato la più grande sfida all’ortodossia della Chiesa. In sintesi, Marcione condivide con tutti gli gnostici la concezione del Dio “straniero” buono, il padre di Gesù Cristo, che si contrappone al Dio del mondo, un semplice Demiurgo, che si manifesta nell’universo visibile; quest’ultimo è l’antitesi del vero Dio, ma non in quanto malvagio, bensì in quanto “giusto”.
Il Dio straniero vuole salvare gli uomini, alla cui creazione è completamente estraneo, semplicemente per la sua bontà, per condurli dalla terra di oppressione e miseria (creata dal Demiurgo) alla nuova casa del Padre. Ora, l’Antico Testamento viene interpretato come la rivelazione di quel Dio che ha creato e governa il mondo e da cui è necessario distaccarsi, perché l’opera intera della creazione rivela il carattere gretto e incoerente del suo creatore. Marcione così contrappone giustizia e bontà, che per lui non possono coesistere in un unico Dio, perché intende la giustizia della Legge come un insieme puramente formale di regole ristrette e vendicative riguardo alle colpe commesse dagli uomini.
Data l’assoluta estraneità del Dio buono al mondo, viene eliminata qualsiasi idea di una provvidenza che opera in esso. “La sola attività con la quale il Dio buono interviene nel mondo e il suo unico rapporto con esso è quello di aver mandato suo Figlio per redimere l’uomo dal mondo e dal suo dio” ( Hans Jonas, Lo Gnosticismo, cit., pag. 159).
Da queste premesse deriva che per il marcionismo era obbligo distaccarsi il più possibile dal mondo creato: ascetismo, proibizione del rapporto sessuale e del matrimonio, per non aiutare a popolare il mondo fatto dal Demiurgo, per ostilità al suo autore, per una rivolta gnostica contro il cosmo. In conclusione, nei rapporti con la Chiesa lo scontro più importante “verteva sul ritenere o abbandonare l’Antico Testamento; e se ‘Sacra Scrittura’ fino ad oggi significa entrambi i Testamenti, ciò è dovuto al fatto che il marcionismo non riuscì ad imporsi” (op. cit., pag. 163). Raramente, comunque, si è incontrato nella storia, almeno nella nostra tradizione, un così radicale rigetto sia della concezione del cosmo come ordine armonioso, sia della Condizione Umana nel suo complesso.
Nota
Possiamo ricordare di passaggio che questa impostazione gnostica veniva notata anche da Glucksmann come uno dei tratti che caratterizzano l’antiamericanismo attuale: lo spirito di crociata di Bush che lo ha indotto all’invasione dell’Irak derva dal Dio vendicativo e violento dell’Antico Testamento, mentre coloro che vi si oppongono, con oceaniche marce per la pace, seguono il Vangelo del Dio buono, naturalmente aggiornato alle vicende attuali. Ma, come insegnava Marcione, la salvezza proviene dal ripudio di questo mondo, che, accecato dal desiderio di devastazione, distrugge anche sé stesso. Questo antiamericanismo non crede più di battere l’America sul suo proprio terreno. Ha lasciato perdere. “Infatti, poiché il cattivo demiurgo è votato all’autodistruzione, è sufficiente attendere” (André Glucksmann, Il discorso dell’odio, Casale Monferrato, 2005, pagg. 172-173). Dietro queste prese di posizione si profila, a giudizio di Glucksmann, “una ‘visione’ non più soltanto dell’America, ma della Condizione Umana la cui base teologica appare raramente allo scoperto” (op. cit., pag. 160). Una visione di completo rifiuto, possiamo commentare noi.
Ritornando a Bat Ye’or, per concludere, l’influenza del pensiero gnostico di Marcione è dovuta al suo rifuto dell’Antico Testamento e quindi al suo distacco dei Vangeli dall’ebraismo; da qui nasce lo sforzo odierno per collegare invece Cristianesimo e Islamismo e per negare “ogni legame storico o teologico tra l’Israele della Bibbia, il popolo ebraico e l’attuale stato di Israele, considerato un’entità straniera e temporanea, senza alcun radicamento spirituale e storico in Terra Santa” ( Bat Ye’or, op. cit., pag. 271).
Questa vera e propria teologia della sostituzione assume i Palestinesi come espressione attuale della crocifissione di Gesù da parte degli ebrei. I Palestinesi vengono in tal modo “cristificati”( secondo il termine usato da Pierre-André Taguieff, citato da Bat Ye’or, op. cit., pag.252) in quanto “crocifissi” da Israele. L’autrice può così affermare che questo contesto di inversione e falsificazione aiuta a promuovere le forze jihadiste. “La teologia della sostituzione palestinese assimila il jihad contro Israele alla passione di Cristo, alle sue sofferenze sulla croce per salvare il mondo: un concetto, questo, alla base dell’intera propaganda mediatica europea di vittimologia palestinese” (op. cit., pag. 274).
Questi atteggiamenti di rinnegamento delle proprie origini hanno sicuramente aggravato le divisioni nel cuore stesso della Chiesa e rappresentano, per la studiosa, un grave esempio di dhimmitudine dal punto di vista teologico.
Da parte loro l’atteggiamento degli Islamici è quello della certezza della propria superiorità, il che li porta a considerare gli infedeli come inferiori che rifiutano di riconoscersi in quanto tali. “Simili a predicatori, annunciano l’origine islamica dell’ebraismo, del cristianesimo e di tutta l’umanità, che in principio, quand’era ancora incontaminata, era musulmana” (op. cit., pag. 125).
Da qui proviene la giustificazione originaria dell’imposizione della dhimma agli infedeli, proprio perché rifiutano di riconoscere l’Islam come unica religione dell’umanità preesistente a tutte le altre, che rappresentano deviazioni ed errori che devono venire corretti definitivamente.
Ciò che genera il fenomeno della dhimmitudine per i cristiani è allora l’oblio delle più proprie esperienze e l’accettazione di quelle islamiche, che implicano il disprezzo per gli infedeli. Non vogliamo certo entrare nel merito di discussioni su base teologica (desidereremmo invece apprendere da autori che si confrontino sulle diverse posizioni); sentiamo piuttosto il bisogno di ricordare ancora che soltanto se il disprezzo non viene giustificato in base a un impulso di autodistruzione, ma viene esperito come offesa alla dignità umana, l’esperienza dell’oblio del proprio essere, cioè la dhimmitudine, può venire contrastata.

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