Nelle numerose raccolte di ricordi su Napoli non mancano certo riferimenti a Raffaele Di Pascale, meglio conosciuto come Rafele ‘O buttigliere. A detta di Adolfo Narciso era un tipo slanciato, vestito secondo lo stile dell’epoca, con un frustino tra le mani ed un garofano all’occhiello. Insomma, sembrava più un dandy che guappone, caricatura grottesca dello stesso personaggio. E fu proprio questo guappo signorile a fornire un aiuto prezioso al Narciso, a quei tempi canzonettista al caffè-teatro vigilante.
L’occasione fu la scomparsa di un bastone d’ebano, donato allo scrittore da una gentile ospite del teatro. Di questo oggetto di valore, utilizzato durante la macchietta “Il Bello Arturo”, se ne erano proprio perse le tracce finché si scoprì l’identità del ladro: un certo ‘O guantaro della Duchesca. Appena ne fu informato, Don Rafele affrontò l’uomo, lo ferì al volto e gli ordinò di restituirgli l’oggetto rubato. Come previsto, ‘O guantaro non se lo fece ripetere. E così il Narciso poté recuperare finalmente il suo bastone.
Come tutti i guappi, ‘O buttigliere non era certo un cherubino. Durante un suo soggiorno in carcere, fu tradito dall’amante, una prostituta che lui stesso aveva liberato dall’esoso protettore. Per vendicarsi dell’affronto subito, il guappo non esitò ad intrecciare una tresca con ‘A spugnara, la donna del rivale, il temibile Gennaro De Marinis, detto ‘O Mandriere.
Lo scontro tra i due era a questo punto inevitabile. In un caffè nei pressi dell’Arco di Porta Capuana, i due guappi si affrontarono. Fu ancora una volta Don Rafele, all’apparenza malato, ad avere la meglio. Con prontezza, estrasse dalle tasche un rasoio e una rivoltella. Immobilizzato con l’arma l’avversario, gli sfregiò con l’altra mano la guancia per poi fuggire, come un fantasma, sulla carrozzella con cui era giunto.
Monica Florio

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