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il medioevo

di Enrico Galavotti | 29 Novembre 2015

IL MEDIOEVO

 

STORIA DEL MEDIOEVO – Feudalesimo e Cristianesimo medievale

Esicasno e la controversia palamitica 

L’esicasmo è un movimento monastico cristiano le cui origini risalgono ai Padri del deserto (Egitto, Mesopotamia, Siria, Palestina…), che nel III-IV secolo iniziarono da un lato a ripararsi, secondo le forme dell’anacoretismo (singoli asceti o eremiti), dalle ondate devastatrici delle popolazioni cosiddette “barbariche”; e dall’altro a protestare contro la chiesa costantiniana e soprattutto teodosiana: la chiesa protetta e spesso strumentalizzata dal potere politico imperiale. E questo anche nella forma del cenobitismo (asceti associati in comunità).

Uno dei primi e più famoso monaco è l’egiziano Antonio (251-356). La prima regola di vita cenobitica, scritta da Pacomio, discepolo di Antonio, è del 320. Il primo vero ordine monastico è quello di Basilio (330-379), alla cui regola più tardi in occidente si ispirerà la regola di Benedetto (480-547).

Le disposizioni basiliane applicate variamente nei monasteri, furono precisate nei particolari da Teodoro Studita (759-826) per il monastero di Studion a Costantinopoli. Nel X sec. Atanasio, nella sua fondazione detta “Grande Lavra”, sull’Athos, imitò da vicino la regola di Teodoro, non sopprimendo tuttavia la forma eremitica e il tipo di lavra che già esisteva sulla Santa Montagna.

La chiesa istituzionale cercò di tenere sotto controllo il fenomeno, integrando i monaci ai vescovi locali, rurali o urbani, e invitandoli a non considerare le pratiche ascetiche individuali come un modo per acquisire la salvezza personale, che doveva continuare a essere considerata “un dono della grazia divina”.

A queste condizioni i monaci si lasciarono fare, potendo così continuare a vivere le loro esperienze lontani dal “mondo”. Il deserto del Sinai veniva concepito come luogo privilegiato per controllare le “passioni”, gli “istinti primordiali” e soprattutto per stare lontani dalle “tentazioni” di una chiesa compromessa col potere.

Contraddicendo la prassi della primitiva comunità cristiana e ricollegandosi direttamente all’esperienza ebraica della comunità di Qumran, ai gruppi del culto ellenizzato di Serapide, ai pitagorici della Magna Grecia, il monachesimo veniva concepito come una forma di vita permanente. Anche se poi col tempo subì forti mutazioni (p.es. si affermò la tendenza a prendere proprio dai monasteri le persone che dovevano ricoprire cariche ecclesiastiche di prestigio).

I monaci del IV secolo erano convinti di poter anticipare, col loro stile di vita isolato, la condizione interiore della beatitudine eterna. In tal senso molti di loro rifiutavano la soluzione benedettina che andava affermandosi nell’area occidentale dell’impero: i monaci orientali volevano restare poveri anche materialmente, e in solitudine (esichia), praticando soprattutto la cosiddetta “preghiera del cuore”, cioè una tecnica psico-somatica simile alla Yoga indù e al Dhikr musulmano, in cui attraverso la respirazione, la concentrazione della mente (che doveva liberarsi di ogni immagine) e la ripetizione costante delle parole “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me”, si cercava di controllare i battiti del cuore, ritenuto sede dell’anima e della ragione umana.

Il potere politico e la stessa chiesa cristiana non tardarono a rendersi conto che, impostato così, il monachesimo non avrebbe potuto rappresentare una fonte di preoccupazioni, anzi, al contrario, esso poteva diventare un’opportunità in più per la vita religiosa, per quanto esigente fosse. Non pochi fedeli, di qualunque ceto, si avvalevano delle pratiche ascetiche di questi monaci, ritirandosi per un certo periodo di tempo nelle loro strutture, allo scopo di rigenerarsi spiritualmente.

Già nel VI sec. infatti l’imperatore Giustiniano fece fondare sul monte Sinai un monastero destinato a diventare il centro di diffusione più importante dell’esicasmo.

Col tempo venne sempre meglio definita la loro teologia, del tutto apofatica e mistica, priva di qualunque rappresentazione di dio. Gregorio di Nissa, p.es., stabilisce una precisa distinzione tra “essenza divina”, che resta inaccessibile all’uomo, ed “energie divine”, accessibili all’uomo tramite appunto una vita contemplativa, in cui si attende una manifestazione libera e gratuita del soprannaturale. Sulla stessa linea di Gregorio saranno i maggiori teologi ortodossi: Massimo Confessore, Pseudo-Dionigi, Simeone il Nuovo Teologo ecc.

La dottrina del monaco Massimo Confessore trionfò nettamente al VI concilio ecumenico, a Costantinopoli, nel 681. Si precisò che in Cristo vi erano due nature, umana e divina, ciascuna con una propria esistenza e volontà, unite in un’unica persona, in cui la volontà umana era sempre conforme a quella divina.

Quanto a Simeone, era noto quanto egli fosse legato al carattere non sacerdotale dell’esperienza monastica, cosa per cui ebbe non poche difficoltà con le autorità ecclesiastiche.

Nel XIV sec. la grande esperienza esicasta, maturata soprattutto sul Sinai, trovò, grazie a Gregorio il Sinaita, la possibilità di mettere radici anche sulla Montagna Santa (Aghion Oros) o Monte Athos, in Grecia. Ma già verso il 1325 i monaci dell’Athos cominciavano a subire le prime incursioni dei pirati turchi. Gregorio fu obbligato a lasciare l’Aghion Oros e a rifugiarsi sulle montagne della Tracia, ove beneficiava della protezione dello zar bulgaro Giovanni Alessandro. Da qui l’esicasmo si diffonderà in tutti i paesi slavi.

Il teologo più importante dell’esicasmo, uno dei massimi di tutta la teologia ortodossa, fu Gregorio Palamas (1296-1359).

Nacque da genitori nobili che dall’Asia Minore s’erano trasferiti a Costantinopoli, presso la cui corte imperiale fu appunto educato, studiando bene Aristotele e per nulla Platone.

Rimasto orfano di padre sin dall’infanzia, con a carico la madre, due sorelle, due fratelli e un numero notevole di servi, decise di farsi monaco, convincendo tutti gli altri a fare la stessa cosa. Era il 1316. Per vent’anni, sull’Aghion Oros, il giovane Gregorio condurrà una vita monastica molto rigorosa

Nel XIV sec. l’Athos era diventato il centro del monachesimo ortodosso, avendo acquisito un carattere transnazionale, soprattutto dopo l’invasione turca dell’Asia Minore.

Bisogna tuttavia dire che la tradizione cenobitica o comunitaria, qui introdotta da Atanasio, non trovava molti consensi in quella eremitica o anacoretica. Il cenobitismo infatti prevede che i classici voti di povertà, castità, obbedienza siano regolamentati in un’organizzazione molto rigida, che definisce con precisione i dettagli della vita del monaco.

Viceversa, l’eremitismo lasciava una certa libertà al monaco di seguire la sua via verso la perfezione. Il maestro spirituale non poteva essere d’ufficio l’abate, ma doveva essere un monaco sperimentato e liberamente scelto.

Quanto ai beni materiali, era impensabile per gli eremiti che una comunità potesse essere molto ricca, avvalendosi per giunta di lavoro servile, pur nell’assenza di proprietà privata da parte dei singoli monaci. La povertà doveva essere radicale.

Poiché comunque era necessario convivere in un medesimo luogo, le due tradizioni giunsero a vari tipi di compromesso, mediante i quali si cercava di valorizzare di ognuna gli aspetti più significativi. Così, i monaci cenobiti appresero la spiritualità esicasta e gli eremiti si adattarono a vivere un’esistenza semi-comunitaria.

Palamas praticò soprattutto la fusione di queste due tradizioni. Anche lui però fu costretto ad andarsene dall’Athos in seguito alle sortite dei pirati turchi (allora i monasteri non avevano le imponenti mura di difesa che vediamo ancora oggi).

L’intenzione era quella di recarsi presso qualche monastero del Sinai, ma per un certo tempo si trattenne a Tessalonica, dove si lasciò convincere a diventare sacerdote (1326), da alcuni teologi intenzionati a diffondere l’esicasmo fuori dei chiostri.

Così fondò a Berrea un eremitaggio, dove per cinque anni praticò un’ascesi molto rigorosa, accettando di condividere con altri monaci tutti i sacramenti e le feste liturgiche.

Tuttavia verso il 1331 è costretto ad andarsene anche da qui, a causa di alcune incursioni serbe; sicché decise di ritornare sull’Athos, presso l’eremitaggio di San Sabba,

La sua vita ebbe una svolta decisiva quando un greco di Calabria, Barlaam di Seminara, arrivò verso il 1330 a Costantinopoli, acquisendo subito grande reputazione come filosofo. I suoi scritti di astronomia e di logica apparvero così importanti che Giovanni Cantacuzeno, il primo uomo di fiducia dell’imperatore Andronico III, gli affidò una cattedra all’Università Imperiale, da cui Barlaam cominciò a commentare gli scritti dello Pseudo-Dionigi l’Aeropagita, che sicuramente era il teologo ortodosso più letto dai filosofi latini medievali.

Nel 1333-34 il filosofo calabrese diventa anche il portavoce della chiesa greca di fronte ai due teologi domenicani che il papa aveva inviato in Oriente per preparare l’unione delle chiese, cattolica e ortodossa, separatesi nel 1054.

Barlaam dagli ambienti imperiali veniva considerato fidato, in quanto criticava duramente la teologia razionalista di Tommaso d’Aquino, il primato del papa e della sede romana, nonché la pretesa di dimostrare la validità del  Filioque.

Tuttavia ad un certo punto egli cominciò a giungere a conclusioni del tutto agnostiche, nei cui confronti Palamas si vide costretto a intervenire.

Influenzato dalla mentalità umanistica che s’era andata sviluppando in occidente e che tendeva a emancipare il pensiero umano dalle autorità ecclesiastiche, Barlaam cominciò a sostenere che se dio è inconoscibile, serviva ben poco continuare a parlare di “processione dello spirito”, per cui l’unione delle chiese andava posta su altre basi.

Palamas l’attaccò a più riprese, mostrando che con la filosofia non si possono trattare questioni di tipo teologico, essendo due discipline completamente diverse.

Incuriosito da questo attacco, Barlaam chiese di conoscere da vicino gli eremitaggi esicastici presenti a Tessalonica e a Costantinopoli. Osservando le pratiche ascetiche dall’esterno, in nome del proprio umanesimo nominalistico e del proprio spiritualismo neoplatonico, Barlaam non poté che darne un giudizio molto negativo.

Dopo aver paragonato gli esicasti agli eretici messaliani e ai bogomili, su un aspetto soprattutto si concentrano le sue critiche: “la pretesa di vedere l’essenza divina con gli occhi del corpo”, com’egli diceva.

Barlaam negava la differenza tra “essenza” ed “energia” nell’ambito della divinità, poiché a suo giudizio un’essenza inconoscibile rende impossibile farne esperienza diretta coi sensi, anche se questa essenza si manifesta come energia. L’esicasta, in altre parole, non può essere sicuro che le energie che vede e sperimenta fisicamente, siano proprio quelle di dio e non quelle di lui stesso, di cui ha appunto consapevolezza tramite l’ascesi.

La posizione di Barlaam si fondava su due postulati di tipo naturalistico, escludenti un’esperienza di tipo mistico: 1. un postulato aristotelico, secondo cui ogni conoscenza, compresa quella di dio, ha per origine la percezione dei sensi; 2. un postulato neoplatonico, secondo cui dio è al di là dell’esperienza sensibile, essendo del tutto inconoscibile, per cui la sua conoscenza può essere solo indiretta o simbolica.

Palamas risponde a queste osservazioni con le Triadi per la difesa dei santi esicasti, un’opera che per la prima volta offre una sintesi teologica della spiritualità dei monaci orientali.

Sulla base di quest’opera viene pubblicato, nel 1340-41, il primo documento ufficiale contro Barlaam, sottoscritto da tutti gli igumeni e i monaci dell’Athos: il Tomo Agioritico.

Palamas in sostanza paragona gli esicasti ai profeti veterotestamentari, i quali -a suo parere- furono gli unici, nel mondo ebraico, ad avvicinarsi di più all’essenza del messaggio evangelico del Cristo. Egli non nega valore alle scienze profane, ma nega che queste siano in grado di comprendere i misteri divini e di permettere l’esperienza del sovrannaturale.

Nella sua teologia, che poi era condivisa da tutto il mondo monastico, il credente può sentirsi “deificato” grazie alla “preghiera del cuore” e ad altre pratiche ascetiche, che portano a una “luce interiore”, visibile anche fisicamente, come nel caso della trasfigurazione del Cristo sul Tabor.

Due concili convocati dall’imperatore nell’estate del 1341 a Costantinopoli pronunciarono la condanna del filosofo calabrese, che ad un certo preferì ritornare in Italia, dove fu nominato vescovo cattolico di Gerace e dove passò la sua vecchiaia a dar lezioni di greco al Petrarca e al Boccaccio. Le sue argomentazioni antilatine furono comunque talmente efficaci che vennero sfruttate abbondantemente dai greci anche dopo la sua condanna.

Le questioni teologiche tuttavia, come spesso succedeva a Bisanzio, s’intrecciarono con quelle politiche, determinando uno svolgimento dei fatti molto tortuoso.

Anzitutto va detto che l’imperatore Andronico III Paleologo, che aveva presieduto il primo concilio, morì pochi giorni dopo la chiusura dei dibattiti, senza aver firmato la decisione finale.

A causa della minorità di suo figlio, Giovanni V, la reggenza era stata affidata alla madre Anna di Savoia, che a sua volta affidò la conclusione dei concili a Giovanni Cantacuzeno, braccio destro di Andronico.

Senonché, subito dopo la fine del secondo concilio (agosto 1341), un colpo di stato diretto dal patriarca Calecas e dal megaduca Apocauco (rivale di Cantacuzeno alla co-reggenza dell’impero), con l’appoggio dell’imperatrice, depose Cantacuzeno dalle sue funzioni.

La reazione di quest’ultimo fu immediata, al punto che scoppiò una guerra civile che si sarebbe trascinata per un quinquennio.

Le cause di tutto ciò non sono mai state definitivamente chiarite dagli storici. E’ probabile che il patriarca vedesse l’esicasmo come una sorta di potere autonomo difficilmente controllabile dalle istituzioni ecclesiastiche. Neanche 30 anni dopo le vicende in oggetto, i monaci dell’Athos andarono direttamente dal sultano turco, offrendo la loro sottomissione politica in cambio della conferma dei loro diritti di proprietà terriera (cfr C. Mango, La civiltà bizantina, ed. Laterza, p. 145). Non dimentichiamo che se c’è stata un’istituzione che è sopravvissuta all’impero bizantino, questa è proprio il monachesimo.

Contro Cantacuzeno, ch’era appoggiato dall’aristocrazia antimperiale, Alessio Apocauco aveva sobillato le masse popolari più povere a Tessalonica e Adrianopoli. A quel tempo le lotte sociali non erano tra borghesia e proletariato (come in Italia), ma tra latifondisti e contadini poveri. A Tessalonica il partito degli zeloti era riuscito a instaurare un governo democratico, che permetteva di sequestrare i beni urbani degli aristocratici, senza confiscarne però le proprietà terriere. Gli zeloti venivano considerati seguaci di Barlaam e di Akindynos, anche se molti dei loro capi riconoscevano come imperatore legittimo Giovanni Paleologo.

Quanto a Palamas, pur restando egli leale nei confronti dell’imperatrice Anna, rifiutò di appoggiare la politica di rottura del patriarca, sicché quest’ultimo nel 1343 lo fece arrestare coll’intenzione di processarlo per eresia.

Il patriarca si servì di un certo Akindynos, un monaco d’origine bulgara, un tempo discepolo di Palamas, anche lui condannato nel secondo concilio contro Barlaam, senza però far menzione del suo nome, poiché aveva accettato di firmare una vaga formula di compromesso tra le posizioni dei due contendenti.

Dietro richiesta del patriarca, Akindynos, che intanto era stato ordinato sacerdote, cominciò a diffondere delle confutazioni di Palamas, e nel 1344 il patriarca arrivò persino a scomunicare quest’ultimo.

L’imperatrice però non lo sostenne in questa azione demolitrice del grande teologo, per cui nel 1347 riunì un concilio che depose il patriarca, sostituendolo con Isidoro, e liberò dal carcere Palamas.

Intanto Cantacuzeno s’era rifugiato in Serbia, la quale però, quando vide che lo riconoscevano imperatore la Tessaglia, l’Epiro, l’Acarnania, l’Etolia, gli ritirò la fiducia, non volendo creare un incidente diplomatico con Bisanzio.

A questo punto Cantacuzeno cercò l’aiuto turco dei Selgiuchidi. Tessalonica in un primo momento resistette all’attacco turco, ma Cantacuzeno provvide a conquistare la Tracia. In quello stesso anno (1345) morì assassinato da alcuni detenuti del carcere del palazzo imperiale, Alessio Apocauco, il che provocò le prime defezioni interne agli zeloti di Tessalonica.

Il figlio di Apocauco, Giovanni, cercò di favorire in tutti i modi il partito degli zeloti di Tessalonica, ma si scontrò col nuovo leader Michele Paleologo. Giovanni fece uccidere quest’ultimo e improvvisamente passò dalla parte di Cantacuzeno, ma il figlio di Michele, Andrea, reagì uccidendo Giovanni. Il dominio degli zeloti poté così mantenersi per ancora vari anni nella città.

Tradito dai Selgiuchidi, nel 1344 Cantacuzeno decise di rivolgersi agli Ottomani, al cui sultano Orkhan concesse addirittura la mano della propria figlia Teodora (era la prima volta che una principessa bizantina entrava nell’harem di un sultano turco). Due anni dopo si fece incoronare imperatore ad Adrianopoli dal patriarca di Gerusalemme.

Anche l’imperatrice Anna si rivolse all’aiuto militare dei Selgiuchidi, ma questi non fecero altro che devastare selvaggiamente la Bulgaria e i dintorni di Costantinopoli.

Quando nel 1347 Cantacuzeno si presentò alle porte della città, la guarnigione gliele aprì senza esitare. Egli dichiarò di voler reggere da solo l’impero per una decina d’anni, dopodiché gli si sarebbe affiancato il sovrano legittimo Giovanni Paleologo, cui lo stesso Cantacuzeno offrì la mano della propria figlia Elena.

Cantacuzeno ricevette la corona imperiale dalle mani del patriarca Isidoro e presiedette alcuni concili favorevoli a Palamas. Ma a Tessalonica rifiutarono sistematicamente gli ordini provenienti dalla capitale. Temendo l’attacco delle truppe imperiali, gli abitanti della città cominciarono a intavolare trattative con la Serbia, per consegnare a questi sovrani le chiavi della loro città.

Tuttavia, nel 1349 il dominio degli zeloti crollò: il loro capo, Andrea Paleologo, fuggì in Serbia. Palamas poté essere nominato metropolita della città, senza particolari entusiasmi da parte dei tessalonicesi, che temevano forme di controlli imperiali anche sul piano ecclesiastico. Capo del partito antiesicasta divenne il filosofo Niceforo Gregora, che in passato però era stato contro Barlaam. Ma in un concilio del 1351 fu definitivamente riconosciuta l’ortodossia esicasta.

Nonostante la diffidenza iniziale della popolazione, Palamas seppe conciliare le esigenze di giustizia sociale della città con quelle unitarie dell’impero. Durante un viaggio per mare fu catturato dai turchi, ma la prigionia in Asia Minore, durata un anno, gli servì per stabilire relazioni molto amichevoli con personalità in vista del nuovo impero. Morì nel 1359 nella stessa città episcopale, con tutti gli onori, al punto che venne santificato. Suoi principali discepoli furono Nicola Cabasilas, Simeone di Tessalonica e Marco Eugenico, irriducibile avversario dell’unione con Roma nel XIV secolo.

Considerazioni

Come mai, visto che anche tra l’élite intellettuale di Bisanzio esisteva l’esigenza di restaurare le tradizioni filosofiche del neoplatonismo, conferendogli la più ampia autonomia possibile dal dogma cristiano, non fu possibile alcuna possibilità di mediazione tra l’umanesimo nominalistico di Barlaam e lo spiritualismo esicasta di Palamas, ma anzi si decise di chiudere definitivamente le porte alle tendenze razionaliste che venivano emergendo nell’area occidentale dell’impero?

La tesi della distinzione tra “essenza” ed “energia”, propugnata dagli esicasti e dal loro principale esponente, Palamas, era indubbiamente in linea con tutta la teologia ortodossa, per cui fu un errore degli antiesicasti contraddirla sul terreno della teologia.

La stessa teologia latina (tomismo), quando condannò l’esicasmo, lo fece in nome di una certa laicizzazione della stessa teologia, ovvero di una sua progressiva trasformazione in filosofia della religione, sotto l’influenza dell’aristotelismo. Non si uscì dal terreno della teologia, e su questo terreno le posizioni ortodosse sono sempre state più rigorose, più dialettiche di quelle latine.

Il neoplatonismo o l’ellenismo profano attirava sì gli intellettuali di Bisanzio, ma esso stesso era essenzialmente un sistema religioso, non in grado di competere con le grandi riflessioni teologiche dei padri greci e degli intellettuali della chiesa ortodossa. Quest’ultimi avevano creato un sistema di pensiero che non poteva lasciare alcuna attività umana e intellettuale al di fuori dell’esperienza propriamente cristiana.

L’impero bizantino è stato caratterizzato da una cultura religiosa tenacemente ancorata ai fondamenti del Nuovo Testamento. Tutta la teologia ortodossa non è stata altro che un gigantesco sforzo per confermare i valori espressi nei testi canonici della fede cristiana. E questo anche a prezzo di clamorose rotture ecclesiali che indebolirono di molto l’impero sul piano politico-territoriale, anche se lo hanno conservato integro su quello ideologico. Negli ultimi 500 anni infatti le posizioni teologiche della chiesa e dei monaci ortodossi sono rimaste sostanzialmente immutate.

La forte caratterizzazione ideale della cultura dominante ha impedito, in un certo senso, ai bizantini di vivere quelle forme ibride, ambigue di esperienza religiosa, in cui il soggetto è solo formalmente “cristiano”, in quanto nella sostanza vive un’esistenza del tutto “borghese”. Difficilmente un ortodosso avrebbe potuto accettare un comportamento “profano” (come p.es. quello dei cattolici veneziani a Costantinopoli, esclusivamente dediti agli affari), in cui il carattere “laico” fosse apertamente in contrasto con quello “religioso”.

Sul piano pratico le posizioni esicaste difendevano quelle istituzionali del potere politico contro quelle sociali delle classi più deboli. L’esicasmo era una forma di autoestraneazione, che a un certo punto cominciò a essere supportata da un considerevole potere economico (il monachesimo istituzionalizzato diventò una sorta di feudo agrario) (1). L’esicasmo era il tentativo di risolvere in maniera individualistica o comunque isolata contraddizioni irrisolte sul terreno sociale.

La spiritualità bizantina, con la teologia palamitica, era arrivata al capolinea: infatti non era più possibile procedere oltre restando nell’ambito dell’ortodossia religiosa. Da un lato si era ribadito, una volta per tutte, che “su dio” non si poteva dir nulla, in quanto la sua essenza restava del tutto inconoscibile (una rivelazione dell’essenza divina avrebbe messo dio al livello delle creature e avrebbe fatto dell’uomo un “dio per natura”); dall’altro si affermava che una piena esperienza delle “manifestazioni divine” o “energie” era possibile solo a livello monacale, nella fatica dell’isolamento e della preghiera psico-fisica: il che in sostanza voleva dire che l’esperienza pienamente cristiana era ormai diventata una sorta di eccezione riservata a pochi eletti.

I cristiani ortodossi non riuscirono a compiere il passo successivo, quello di trasformare l’esperienza cristiana in un’esperienza di lotta per il superamento delle contraddizioni sociali, e quella di trasformare la teologia apofatica in una concezione umanistica dell’esistenza.

Era d’altronde impossibile rompere con la tradizione ortodossa senza un’esperienza di eguale forza spirituale e di eguale capacità dialettica, da viversi in maniera totalmente laica. Ciò è stato possibile solo con la nascita del socialismo democratico e dell’umanesimo laico che gli è correlato, cioè, rispetto al dibattito sull’esicasmo, mezzo millennio dopo. L’umanesimo socialista ha il compito di superare qualunque forma di antagonismo sociale e qualunque forma di ideologia, sia essa religiosa o laica, che ne giustifichi l’esistenza.

 

(1) I monaci erano estremamente popolari tra le masse dei credenti, ma anche molto privilegiati: i beni dei conventi sfuggivano spesso alle imposte e tutti coloro che lavoravano sulle loro terre erano esonerati dal servizio militare. E’ vero che molte opere di beneficienza e assistenza erano nate intorno alle loro strutture, ma è anche vero che nessuna riforma imperiale riuscì mai a ridimensionare il loro potere economico. L’iconoclastia degli imperatori isaurici ebbe lo scopo soprattutto di colpire le loro proprietà (moltissimi monaci infatti erano anche iconografi e le icone erano molto amate dalla popolazione ortodossa), ma essa si risolse in un totale fallimento.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, antagonismo, calabria, chiesa, considerazioni, contadini, fallimento, figlio, filosofi, genitori, giustizia sociale, governo, grecia, italia, lavoro, manifestazione, mare, mondo, movimento, natura, percezione, persone, religione, roma, savoia

Info Enrico Galavotti

Enrico Galavotti

Docente di Storia e Filosofia presso Liceo Linguistico Statale “Ilaria Alpi” di Cesena Docente presso MIUR

mail galarico@homolaicus.com

 

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il medioevo

di Enrico Galavotti | 17 Novembre 2015

IL MEDIOEVO

STORIA DEL MEDIOEVO – Feudalesimo e Cristianesimo medievale

 

Il cristianesimo tra oriente e occidente

 

Bisanzio è esistita per circa mille anni: dalla sua fondazione nei secoli V-VI d.C. alla violenta distruzione per opera dei turchi ottomani il 29 maggio 1453. Anche la tradizione cristiana della Russia ha festeggiato nell’88 il suo millennio. Ben diverse però sono state le tradizioni, le forme di spiritualità e le esperienze religiose. Quando i vescovi greci consigliarono al principe Vladimir di introdurre, nella neobattezzata Russia, il modello romano-bizantino delle sanzioni penali, specie per quanto riguardava la pena capitale, il principe non nascose la sua disapprovazione. In effetti, secondo le leggi barbariche delle tribù protorusse (e di altre nazioni allo stesso livello di sviluppo), i crimini dovevano essere puniti o con sanzioni pecuniarie, oppure col “guidrigildo”(1). In tal modo, armi e cavalli -di cui allora si aveva gran bisogno, a causa delle interminabili guerre- risultavano più facilmente reperibili.

L’umanità di Vladimir non la si riscontra neppure in Clodoveo, il re che battezzò i franchi cinquecento anni prima. Nessuno ha mai pensato di canonizzare Clodoveo o altri re del mondo barbarico che avevano accettato il cristianesimo. Vladimir invece venne considerato un santo. Le cronache del tempo lo descrivono come un sovrano giusto, generoso, gioviale. I suoi due figli minori, Boris e Gleb, furono canonizzati nel 1015 per aver compiuto un gesto senza precedenti nella storia del cristianesimo. Alla morte di Vladimir, il fratello maggiore di Boris, Sviatopolk, aveva intenzione di espropriare quest’ultimo di tutti i suoi domini. Boris rifiutò di condurre i suoi uomini contro il fratello, non ritenendo giusto coinvolgerli in una rivalità intrafamiliare. E così, sia lui sia l’altro fratello, Gleb, che condivideva la sua decisione, furono uccisi da Sviatopolk, anche se poi la reazione popolare lo portò a morire in esilio. Boris e Gleb, per la chiesa russa, diventeranno l’immagine ideale dei “sofferenti innocenti”, a imitazione del Cristo.

Praticamente nello stesso periodo in cui accadevano questi fatti, Bisanzio, quale massimo centro culturale e commerciale dell’intero mondo cristiano, in perfetta continuità con la tradizione culturale ellenistica, era al vertice del suo splendore. Viceversa, l’ellenismo in occidente, a partire dal VI sec., iniziò a subire un’eclissi che durerà fino a Scoto Eriugena nel IX sec., fino alla traduzione delle opere del Damasceno nel XII sec., fino alle scuole di Chartres, di Laon e di Parigi, sempre nel XII sec., fino alla mistica tedesca del XIV sec. e al Rinascimento italiano. In occidente sarà il pensiero agostiniano (mai ben conosciuto in oriente) a permeare profondamente di sé la cultura, il diritto, la religione. Sino a quando in quest’area dell’Europa non sorgeranno dei centri in grado di competere con Bisanzio, sarà solo nelle sale degli amanuensi benedettini che si cercherà, con molta fatica, di preservare il sapere degli antichi. Benché dunque l’impero d’oriente fosse stato ridotto dalle conquiste arabe dei secoli VII e VIII, il suo potere costituiva ancora il modello più significativo per ogni Stato feudale europeo.

Il successo dell’impero bizantino è dipeso – come vuole la migliore storiografia confessionale – da tre fondamentali fattori:

1) la convinzione di professare la verità (ovvero la fede cristiana ortodossa);

2) la capacità di amministrare gli affari e di gestire le relazioni diplomatiche in un modo altamente civilizzato (quanto in ciò abbia influito la cultura filosofica dell’antichità classica è facile intuirlo);

3) la certezza di rappresentare la successione legale della Roma cristiano-imperiale di Costantino il Grande.

Il primo di questi fattori surclassava i rivali orientali. I poteri asiatici del mondo arabo e cinese erano paragonabili, per livello di urbanizzazione e organizzazione statale, a quello del Bosforo, ma non potevano aspirare a diventare dei modelli da imitare, in quanto non erano cristiani. Anche i rivali occidentali non godevano di molta credibilità. E’ vero che la rottura finale fra le chiese orientale e occidentale divenne un fatto di vita ecclesiastica nel 1054 e di coscienza popolare con il XIII sec., soprattutto dopo il sacco di Costantinopoli che i cavalieri della quarta crociata fecero nel 1204; ma i sospetti sulla “ortodossia” della cristianità occidentale erano già stati avanzati nel IX sec., con lo scisma del patriarca Fozio.

Il secondo fattore eliminava completamente i rivali occidentali. L’impero di Carlo Magno, in effetti, non fu che un tentativo mal riuscito di riprodurre il modello romano-bizantino. Il terzo fattore veniva usato per escludere dalla competizione un qualunque altro candidato.

L’interpretazione cristiana della storia ha creato uno speciale legame fra Roma e la cristianità. Agli scrittori bizantini piaceva sottolineare che la nascita di Cristo coincise con il regno dell’imperatore Augusto. Il nome del procuratore Ponzio Pilato si decise d’introdurlo nel Credo, e certo non per fargli un piacere. L’ironia tragica del tema della “passione di Cristo” sta nel fatto ch’essa manifesta un atteggiamento molto serio e rispettoso nei confronti dell’autorità: in primo luogo dell’autorità mondiale della legge romana (cui l’apostolo Paolo, in seguito, si rifarà continuamente) e, in secondo luogo, della stessa autorità sacerdotale ebraica, che condannò il messia. Gli Atti degli apostoli documentano questo rispetto della legge ebraica e romana più che ampiamente. La partecipazione dei soldati e ufficiali romani all’esecuzione del Cristo non venne utilizzata dai cristiani come argomento contro la “missione” di Roma nella storia mondiale. Anche perché, duemila anni fa, dopo quella esecuzione e soprattutto dopo la distruzione di Gerusalemme, i cristiani non chiedevano altro che convivere pacificamente con le leggi e le istituzioni romane.

Quanto ai giudei, essi restavano per i cristiani il popolo scelto da dio per la storia sacra degli uomini. In Giovanni 11,51 Caifa viene addirittura paragonato a un profeta. Per i cristiani di allora, Roma era sotto il dominio del “principe di questo mondo”, Satana, ma essa andava salvata e santificata. Pur perseguitati, i cristiani continuavano a credere che la Pax romana avrebbe ritardato la venuta dell’Anticristo. Quando l’imperatore Costantino iniziò a mutare strategia, passando dalle persecuzioni alle strumentalizzazioni, i cristiani erano persuasi di aver vinto una grande battaglia. La perfetta sinergia dell’impero romano-bizantino e della chiesa cristiana determinerà la convinzione che tutto quanto non rientrava nei canoni morali e religiosi della teologia cristiana, del diritto romano e della filosofia greca, andava considerato come “barbaro”.

Il medioevo fu appunto la realizzazione di questa pretesa ideologica. Naturalmente non mancarono le differenze tra oriente e occidente. Circa un secolo dopo il crollo dell’impero romano (476), gli intellettuali euroccidentali presero a denominare, con malcelato disprezzo, l’area orientale col termine di “impero bizantino” (ancora oggi in occidente si tende a equiparare “bizantino” a cavillosità, pedanteria). Il motivo era forse dovuto al fatto che il trasferimento della capitale sul Bosforo non era stato visto di buon occhio.

In realtà, il titolo di “impero bizantino” era del tutto estraneo agli abitanti dell’area orientale, i quali, per sottolineare la netta separazione dalla pagana epoca precedente, avevano ribattezzato Bisanzio col termine di Costantinopoli o Nuova Roma. I “bizantini” non si autodefinirono mai con questo termine, né con quello di “greci”: al massimo con quello di “elleni”. Ma in occidente la parola “ellenico” stava per “pagano”, contrapposto a “cristiano”. Meno che mai i cristiani occidentali accettavano che i bizantini si considerassero dei “romani”. Paradossalmente, l’impero bizantino veniva riconosciuto come legittimo erede del millenario impero romano più dai giovani popoli barbarici penetrati in Europa che non dai cattolici di Roma. Quando ad es. Vitige, re degli ostrogoti, s’impegnò contro Giustiniano I nel VI sec. per il controllo dell’Italia, egli ordinò che si coniassero le monete con l’effigie dell’imperatore.

Solo col tempo, spinti in questo anche dalle pretese del papato, i sovrani barbarici cercarono di attribuire a loro stessi la legittima successione. Ciò che, per la prima volta, avvenne nell’800, allorquando Carlo Magno re dei franchi venne incoronato “imperatore romano” dal vescovo di Roma, suscitando le ire di Costantinopoli, che per molto tempo considerò la scelta di questo titolo un arbitrio oltraggioso, per quanto ciò non abbia determinato delle conseguenze sul piano militare. L’area bizantina infatti non ha cercato quasi mai di far valere i suoi diritti al cospetto dell’area occidentale usando la forza delle armi. Ciò naturalmente non significa che nel proprio impero il basileus non usasse la spada contro tutti quei popoli (si pensi ad es. ai bulgari e ai serbi) che rivendicavano autonomia politica e amministrativa. D’altra parte sulla legittimità di questo uso nessun cattolico occidentale sarebbe mai stato, in via di principio, contrario. Dante, nel suo De Monarchia, non mette assolutamente in discussione l’idea che debba esistere un unico Stato centralizzato, a livello universale, e che questo Stato debba coincidere con quello romano (2). I problemi semmai sorgevano a livello pratico-politico, quando gli interessi di dominio delle due Rome venivano a scontrarsi in determinate zone geografiche (si pensi ad es. a quale misera fine ha fatto la cultura bizantina nell’Italia meridionale e nell’esarcato di Ravenna).

L’idea occidentale di poter creare uno Stato cristiano prescindendo dal riferimento all’impero bizantino, che si riteneva l’unico autorizzato a definirsi come tale, troverà un riflesso anche nelle epoche successive. Fino al secolo scorso (si pensi alla Santa Alleanza del 1815) gli Stati europei si sono reputati, di nome e/o di fatto, “cristiani”. Nessuno in occidente si è mai posto il problema di come conciliare questa pluralità di Stati con l’idea teologica tradizionale secondo cui deve esistere un unico sacro impero, con un sovrano da tutti riconosciuto. Molti di questi Stati occidentali hanno persino combattuto tra di loro, a volte prendendo a pretesto proprio la religione cristiana (si pensi ad es. alle molte guerre di religione fra cattolici e protestanti). In teoria, qualunque monarchia cristiana poteva autoproclamarsi “impero”. La regina Vittoria non accettò forse il titolo di imperatrice che il primo ministro Disraeli le propose? E Napoleone III non si autoproclamò imperatore di Francia (seguendo l’esempio di suo zio) e non diede forse al suo protetto Massimiliano il titolo di imperatore del Messico? E dopo la vittoria della Prussia sulla Francia nel 1871, il re Guglielmo I non si dichiarò forse imperatore di Germania?

Come dunque si può notare, l’esigenza di sacralizzare l’istituzione del potere è stata legata, in occidente, molto più che nell’area bizantina, a una questione di prestigio. Non era in gioco né il riferimento a una tradizione secolare, né la convinzione di affermare una verità ideale. Anzi, l’idea teocratica, a quel tempo, aveva già smesso di essere una realtà politica e la religione stava diventando un affare sempre più privato, individuale, soprattutto nell’area protestante. L’ideologia dell’alleanza fra trono e altare non era la stessa ideologia del sacro romano impero, così come si espresse a Bisanzio e, a un livello mimetico-imitativo, con i franchi e i sassoni.

Durante i primi due-tre secoli della nostra èra, il linguaggio dei cristiani europei era comune: le tradizioni, soprattutto negli aspetti sostanziali della teologia, piuttosto simili. I cattolici dell’orbe si sentivano come il popolo eletto dell’Antico testamento. Gli antagonismi etno-culturali venivano qualificati col termine di “eresia”: il donatismo africano, il nestorianesimo est-siriaco e malabarico, il monofisismo armeno, copto-etiopico e ovest-siriaco. La dissidenza poteva tranquillamente non essere compresa nelle sue motivazioni di fondo, che erano le condizioni sociali disagiate degli strati più poveri, appunto perché si credeva e si voleva far credere nell’idea dell’universalismo cristiano, con il quale presto o tardi – si diceva – ogni ingiustizia sarebbe stata superata. E tuttavia, proprio il permanere di queste ingiustizie porterà al divorzio della pratica politica dai principi teorici: tanto all’est quanto all’ovest, tanto nella fede cristiana quanto nella confessione islamica. In Dante troviamo ancora la condanna del particolarismo locale e nazionale in nome dell’universalismo dottrinale (nel VI canto del Paradiso egli colloca in un posto onorifico l’imperatore Giustiniano); ma il suo è un caso isolato e assai anacronistico rispetto ai suoi tempi.

Costantinopoli, almeno sino a quando i turchi non la trasformeranno in Istanbul, rimase una capitale eurasiatica. Se si vuole, esiste solo un luogo in cui l’Europa e l’Asia nel Mediterraneo sono in stretto contatto: l’area del Bosforo, il mar di Marmara e lo stretto dei Dardanelli. Sotto le mura di Troia il mito inaugurò la storia greca e grazie all’esilio di Enea i romani credettero di poter risalire alle loro origini. Poi furono gli europei che attraverso i romani delinearono la loro storia (inclusi i russi, che a partire dal XVI sec., con Ivan il Terribile, si credevano discendenti di Cesare Augusto). Per non parlare del fatto che in taluni racconti bizantini si fanno discendere gli ottomani dagli stessi troiani. Erodoto fu forse il primo a sostenere che la guerra troiana era stata un confronto fra Europa ed Asia. E come Xerxe, re dell’est, giunse in Europa, così Alessandro Magno, re dell’ovest, giunse in Asia.

Dal medioevo in poi un importante concetto trovò espressione lessicale nei linguaggi euroccidentali, anche se non ne trovò in quelli bizantini e della Russia premoderna. Nel latino medievale apparve la parola “christianitas” (“chrétienté” in francese, “christenheit” in tedesco, “cristendom” in inglese, e così via). In russo si usava soltanto il termine “mondo cristiano”. Tuttavia, quando queste parole apparvero la situazione non era più quella di un tempo. Esse denotavano semplicemente la totalità delle nazioni cristiane in relazione a cui ognuna di esse, individualmente, non era che una parte in lotta con un’altra. La rivalità politica ed economica delle nazioni cristiane euroccidentali fu all’origine di sanguinose guerre di religione e coloniali. Le frontiere erano determinate dalla competizione e dal reciproco odio. A garanzia della loro più alta unità, la concezione medievale -estremamente formalista e retorica, in questo senso- poneva due figure che solo apparentemente sembravano al disopra delle parti: il papa e l’imperatore. Viceversa l’ortodossia non ha mai conosciuto profonde rotture e lacerazioni come la Riforma e la Controriforma.

Nel russo paleoslavo (o slavonico) è esistito un termine equivalente, sul piano funzionale non logico, a quelli citati sopra: il concetto di “Santa Russia”, che non va interpretato secondo criteri etnici, geografici o nazionalistici. “Santa Russia” infatti è una categoria cosmica, che include sia l’Eden del Vecchio Testamento, sia la Palestina dei vangeli. Il suo scopo era quello di dare espressione terrena al concetto teologico della chiesa universale, collocandolo in una prospettiva insieme più prosaica e più epica. Non era una mania di grandezza, ma una manifestazione della spiritualità o dell’ideologia cristiana della Russia antica.

Spiritualità per certi aspetti assai diversa da quella cattolico-occidentale. Il credente russo, generalmente, riteneva blasfemo un contatto troppo intimo con il sacro e preferiva il senso della lontananza, dell’alterità fra uomo e dio. Nessun santo russo avrebbe mai collocato il Cristo in una mangiatoia, come fece Francesco d’Assisi. In alcune sue poesie, per fare un altro esempio, W. Blake espresse il desiderio di ricostruire Gerusalemme nella verde Inghilterra. Addirittura nel corso del medioevo cattolico si cercò di edificare molte chiese sulla base della disposizione dei sacri luoghi di Gerusalemme (vedi ad es. l’abbazia di Santo Stefano a Bologna). Viceversa, quando il patriarca Nikon propose di costruire una Nuova Gerusalemme nella Russia del XVII sec., subito gli si rimproverò di voler profanare la Città Santa. Gli si permise soltanto di ribattezzare il fiume Istra col nome di Giordano. Ma a nessun russo è mai venuto in mente di sostituire il Giordano con i fiumi della sua patria, allo scopo di attualizzare il messaggio di Cristo: al cattolico Francis Thompson sembrò invece del tutto naturale sostituire il lago di Gennesaret con il Tamigi.

Per i teologi russi non era decisiva, come per i cattolici, la sopravvivenza delle strutture ecclesiastiche quando contemporaneamente quelle statali o non esistevano o erano in via di dissoluzione. Come per i bizantini ortodossi, così per i russi chiesa e impero apparivano del tutto inseparabili: l’impero non era altro che il luogo della chiesa. Significativo, in questo senso, il monito rivolto nel 1390 dal patriarca Antonio IV di Costantinopoli al principe di Mosca Vassili I. Quest’ultimo aveva osato proclamare che i russi condividevano con i bizantini una medesima chiesa senza avere però un imperatore, in quanto non riuscivano a riconoscersi in quello bizantino. “E’ impossibile per i cristiani avere una chiesa e non avere un impero”, rispose il patriarca. Parole profetiche, poiché subito dopo il crollo di Bisanzio saranno proprio i discendenti di quel principe moscovita a porre le basi dell’impero russo-ortodosso. Il titolo di zar, adottato dal principe di Mosca alla fine del XV sec., costituì appunto una versione russificata del titolo di Cesare.

Nel 1461 i turchi occuparono Trebizond, l’ultimo frammento dell’impero romano. Nel 1478 Mosca si annetteva il territorio di Novgorod la Grande e nel 1480 si liberava finalmente del giogo tartaro-mongolo. L’idea di una “terza Roma” (di tipo slavo), in alternativa a Costantinopoli, la si può già rintracciare in una lettera scritta da Filofei di Pskov nel XVI sec.: “due Rome sono cadute, la terza resta e una quarta non ci sarà…”(in quanto si riteneva il numero tre simbolo di perfezione). Formula, questa, che trova un precedente nell’affermazione di un cronista bizantino, il quale, l’indomani del crollo dell’impero occidentale, scrisse: “la vecchia Roma è caduta ma la nuova Roma cresce e si sviluppa”. Una versione bulgara del XIV sec. traduce questa frase alterando, significativamente, le parole “nuova Roma” con “città imperiale” (tsargrad). Il riferimento, peraltro ovvio, andava a Tyrnovo, la capitale dell’impero bulgaro. Là dove il cronista bizantino intendeva riferirsi al basileus di Costantinopoli, fu inserito il nome dello zar bulgaro Ioann Alessandro, che fino a quel momento non era stato sconfitto da nessuno. L’esigenza di affermare una legittima eredità spirituale è un motivo ricorrente nella storia sacra cristiana. Ve ne sono abbondanti tracce già nel rapporto neotestamentario fra cristiani ed ebrei. Persino nell’Eneide si ritiene Roma la legittima erede di Troia. Quando Costantino trasferì la capitale nel Bosforo, i primi intellettuali bizantini erano convinti ch’egli volesse fondare una “terza Troia”.

Tuttavia i regni slavici meridionali, che pur rivendicavano il diritto ad essere gli unici veri depositari del potere ortodosso nell’area slavica, caddero in mano turca ancor prima che Bisanzio morisse. Viceversa, il principato di Mosca poneva la questione dell’unico vero Stato ortodosso a un livello più internazionale, nella ormai acquisita consapevolezza che la tradizione bizantina era al tramonto e che la forza dello Stato russo non poteva essere paragonata, in quel momento, a quella di nessun altro Stato cristiano, orientale e occidentale.

In effetti, dopo i successi di Ivan III e Ivan IV contro i tartari, dopo la sconfitta dei khanati di Kazan e di Astrakhan, Mosca era diventata un grande centro eurasiatico. Essa si sentiva parte della christianitas europea, ma la consapevolezza d’essere l’unica legittima erede di Costantinopoli la portava a estraniarsi dallo stile di vita e dalla religiosità del cattolicesimo latino. L’enorme estensione del suo territorio non faceva che favorire questo processo. E così, nel XIII sec. Alexander Nevsky rifiutò l’ambasciata inviata dal papa per convincerlo a muovere guerra contro i mongoli; nel XV sec. il principe Vassili II tolse ogni potere al metropolita di Mosca, Isidoro, che aveva parteggiato per l’unione cattolico-ortodossa al Concilio di Firenze del 1439; al tempo della sconfitta di Ivan il Terribile ad opera del re polacco Bathory, la missione del gesuita Antonio Possevino, mandato da Roma in qualità di paciere, fallì miseramente, poiché il papato voleva in cambio della mediazione una crociata antiturca dei russi e soprattutto la subordinazione degli ortodossi ai cattolici. Più tardi vi saranno le grandi rivalità geo-politiche fra Mosca e la Lituania, e Pietroburgo parteciperà alla spartizione della Polonia. I russi erano addirittura convinti che Costantinopoli fosse crollata proprio a causa dei suoi compromessi coi latini; quei compromessi ch’essa aveva cercato per difendersi dai turchi e che non solo non le servirono a nulla (perché i cattolici non mantennero mai le loro promesse), ma favorirono anche la penetrazione dei latini nel suo impero.

Durante il regno di Ivan IV, il territorio russo si espanse verso est notevolmente. Uno Stato euroccidentale non avrebbe certo potuto avere analoghe ambizioni, non foss’altro che per le forti resistenze dei paesi limitrofi, di diritto non meno “cristiani” e di fatto non meno evoluti, che avrebbe incontrato. Tuttavia, per la mentalità dei sovrani russi non si trattava semplicemente di annettersi dei territori molto lontani dall’Europa: il problema era anche quello di creare una sorta di configurazione geo-politica ed eurasiatica del cristianesimo che fosse molto compatta, a livello organizzativo (per il popolo russo) e a livello ideologico (per la fede ortodossa mondiale). Questa preoccupazione politico-religiosa era forse più sviluppata nell’impero russo che in quello bizantino, benché fu proprio questo a riconoscere in quello il suo miglior successore nella fede.

Cosa, questa della successione, che non va affatto considerata come inevitabile. In effetti, stando alle tradizioni culturali, l’occidente europeo era senz’altro molto più vicino a Bisanzio di quanto non lo fosse la Russia. Il sistema monarchico bizantino proveniva direttamente da quello romano, il quale, a sua volta, era frutto del governo personale di quei comandanti vittoriosi sul piano militare: governo inaugurato da Silla e Cesare. Non emergeva certo dall’arcaico ordinamento patriarcale. Il principio dinastico era già andato irrimediabilmente perduto. Neppure aveva molta consistenza l’idea del dovere personale di lealtà verso l’imperatore: sia a Roma che a Bisanzio i sovrani venivano facilmente deposti o uccisi, talvolta anche pubblicamente e con esultanza popolare. Per i bizantini “sacro” era l’impero non l’imperatore o, nel migliore dei casi, era la sua “carica”, il suo “ufficio”. Ecco perché gli impostori, che furono così caratteristici dell’autocrazia russa, medievale e moderna, non furono mai tipici della storia dell’autocrazia bizantina. Il successo di un leader (comandante militare o politico) non era percepito dai bizantini come il risultato di circostanze favorevoli, ma piuttosto come il riflesso di una qualità intrinseca alla sua persona, di un carisma di tipo “terreno”. Cicerone aveva già discusso seriamente di questo argomento. Ad es. una figura come quella del principe russo Kurbsky, che riparò in Lituania, subito dopo aver visto che alcuni nobili di sua conoscenza erano stati giustiziati da Ivan il Terribile, sarebbe stata quasi impensabile a Bisanzio.

Qualunque fosse stata la spiritualità richiesta a livello di reputazione personale, il bizantino pensava che in politica dio stesse dalla parte del vincitore, a meno che, naturalmente, questi non fosse un eretico. Un bizantino non avrebbe mai tollerato che Alessandro I potesse tranquillamente morire sul trono mentre tutti conoscevano la sua complicità nell’omicidio di suo padre Paolo I. Né avrebbe potuto comprendere il motivo per cui Boris e Gleb furono annoverati tra i santi: dopo tutto essi non morirono per la loro fede, ma per cose piuttosto prosaiche. Viceversa, i cristiani russi, oggi come allora, li preferiscono ricordare con particolare orgoglio, convinti come sono che soltanto in una lunga e sofferente sopportazione delle avversità si esprime veramente la santità dell’uomo, a prescindere da qualunque vero atto di fede. Questo culto della sofferenza, percepita come valore universale dominante, era quanto mai estraneo al realismo, all’equilibrio e al senso dell’oggettività del mondo bizantino. Difficilmente insomma i bizantini avrebbero pensato che i russi potevano diventare i loro legittimi successori (nella fede ortodossa). Ma gli schemi degli uomini non sempre soddisfano le esigenze della storia.

(1) Era il prezzo che l’uccisore di un uomo libero doveva versare ai familiari della vittima per evitarne la vendetta: in genere era proporzionale alla condizione sociale della vittima.

(2) Non a caso il legato pontificio card. Bertrando del Poggetto, comandante in capo dell’esercito guelfo nella crociata contro i Visconti, fece bruciare dal boia, nel 1329, questo testo di Dante.

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Info Enrico Galavotti

Enrico Galavotti

Docente di Storia e Filosofia presso Liceo Linguistico Statale “Ilaria Alpi” di Cesena Docente presso MIUR

mail galarico@homolaicus.com

 

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il medioevo

di Enrico Galavotti | 15 Ottobre 2015

 

IL MEDIOEVO

 

 

STORIA DEL MEDIOEVO – Feudalesimo e Cristianesimo medievale

 

 

Lo scisma dei tre capitoli

 

 

Che cos’è stato e come si è svolto lo scisma dei “Tre Capitoli”?

Prima di parlare di questo scisma bisogna fare un breve excursus storico dei rapporti conflittuali che opponevano gli interessi della chiesa latina a quelli della chiesa greca e a quelli del basileus.

Non si trattò infatti di uno scisma piovuto dal cielo, ma della inevitabile conseguenza di una serie di fatti in cui il dissenso tra area orientale e area occidentale veniva sempre più approfondendosi.

Va detto infatti che la chiesa romana, non avendo mai accettato il trasferimento della capitale dell’impero a Bisanzio, e avendo sempre meno intenzione di farsi comandare dall’imperatore e di confrontarsi con la chiesa ortodossa, molto legata alle tradizioni della chiesa primitiva, ad un certo punto aveva preferito confrontarsi più coi barbari illetterati, facilmente manipolabili sul piano culturale, che non coi dotti bizantini.

Ecco perché tutte le volte che nella parte orientale dell’impero scoppiavano dissidi per motivi teologici, la chiesa di Roma ne approfittava per rivendicare maggiore autonomia politica nei confronti di Bisanzio.

Infatti la pretesa mediazione teologica nelle dispute cristologiche, da parte della chiesa romana, in genere aveva scarso successo, sia perché dietro ogni mediazione spesso si celavano ambizioni di egemonia nell’ambito della cristianità, sia perché la stessa terminologia latina era troppo “giuridica” per soddisfare le esigenze speculative degli orientali. Persino Costantinopoli non fu in grado di creare alcuna scuola teologica originale sino alla fine del V secolo, dipendendo fortemente, nelle questioni teoretiche, da quelle di Alessandria e di Antiochia.

I

I primi seri contrasti avvennero sin dai tempi di papa Leone I Magno (440-61), che aveva chiesto all’imperatore Teodosio II di convocare un concilio ecumenico in Italia per sanare il cosiddetto “ladrocinio di Efeso” (449), un concilio dove si arrivò persino a linciare Flaviano, patriarca di Costantinopoli, e i cui atti a favore dell’eresia di Eutiche erano stati approvati dallo stesso Teodosio. Si trattava di un’evidente provocazione, poiché un imperatore non si sarebbe mai fatto giudicare da un concilio presieduto da un pontefice: l’unico concilio ecumenico presieduto fino a quel momento dal papa fu quello di Cartagine (418), che non fu “ecumenico” ma “locale” (come fu “locale” quello del 386 tenutosi a Roma, in cui si affermò il primato di Pietro e quindi del vescovo romano su tutti gli altri vescovi). I concili ecumenici venivano convocati e presieduti, di regola, dagli stessi imperatori.

Il concilio ecumenico vero e proprio si tenne invece a Calcedonia nel 451, e solo dopo la morte di Teodosio II. I 500 vescovi convenuti diedero ragione alla protesta di papa Leone, ma dichiararono anche che la sede di Costantinopoli, ora che la vera capitale dell’impero era qui, non poteva essere considerata “inferiore” a quella di Roma, meno che mai nei territori orientali occupati dai barbari. Col che non si faceva altro che puntualizzare quanto già detto, in fieri, nel concilio ecumenico del 381, tenutosi nella Nuova Roma.

Leone rifiutò questo canone e fece istituire a Costantinopoli una delegazione permanente della sede romana, una sorta di ambasciata: nessun’altra diocesi aveva mai fatto una cosa del genere.

Al tempo di papa Simplicio (468-83) avvenne, come noto, la fine ufficiale dell’impero romano d’occidente, ovvero la consegna di quest’area ai barbari Rugi, Eruli, Sciri… guidati da Odoacre.

L’imperatore d’oriente Zenone disapprovò la decisione del senato di Roma, approvata dal papato, di riconoscere a Odoacre il titolo di “re d’Italia”, e impose che il titolo fosse quello più modesto di “patrizio”.

In sostanza la chiesa romana preferiva confrontarsi con un re ariano, piuttosto che collaborare con un imperatore cristiano. Alleandosi coi barbari, essa veniva a porsi come principale contraltare di Bisanzio.

Senonché Roma, senza imperatore, veniva considerata da Bisanzio alla stregua di una debole provincia di periferia, destinata per lo più a essere emarginata dal dibattito teologico in atto.

Sotto il pontificato di Felice III (483-92) la chiesa romana decise che la ratifica dell’elezione al soglio pontificio non doveva più essere fatta da un funzionario imperiale, dopo la decisione presa dal popolo romano, ma unicamente dal re Odoacre.

Felice III rifiutò inoltre la rimozione del vescovo di Alessandria, Palaia, da parte del patriarca di Costantinopoli, Acacio, e chiedeva a quest’ultimo di venirsi a giustificare a Roma.

E non aveva neppure accettato l’Henotikon (482) con cui l’imperatore Zenone, con fare diplomatico, condannava sì le tesi di Eutiche e Nestorio, ma senza fare riferimento a quelle di Calcedonia, che introducendo per la prima volta la differenza tra “natura” e “ipostasi” avevano creato una rivoluzione terminologica nella cristologia.

Poiché né Acacio né Zenone risposero a Felice, questi scomunicò Acacio e persino i legati pontifici che dovevano convincerlo a venire a Roma e che non vi erano riusciti.

Il cosiddetto “scisma acaciano” durò dal 484 al 519. Zenone fu molto disturbato da questo fatto, nonché dalle velate minacce di scomunica anche nei suoi confronti. Questo fu anche uno dei motivi per cui si sentì indotto a favorire l’ingresso in Italia di Teodorico re degli ostrogoti, in qualità di federato dell’impero, allo scopo di cacciare dall’Italia Odoacre, colpevole di aver influito sull’elezione di Felice III e di non aver fatto nulla per ostacolare le richieste di quest’ultimo.

Odoacre si rinchiuse a Ravenna ove resistette all’assedio per tre anni, finché venne ucciso dallo stesso Teodorico, che divenne re d’Italia nel 493.

Con papa Gelasio I (492-96) la chiesa di Roma fece chiaramente capire all’imperatore che la sacra diarchia o sinfonia dei poteri, spirituale e temporale, non aveva più ragione di sussistere, in quanto per la chiesa romana quello spirituale era decisamente superiore a quello temporale.

Alla morte di papa Anastasio II (496-98) i due partiti di Roma, pro-greco e pro-latino, elessero addirittura due vescovi titolati a salire sul soglio pontificio. Si chiese a Teodorico d’intervenire e lui naturalmente preferì Simmaco, malvisto da Bisanzio, che infatti diventò papa (498-514).

Appena eletto, Simmaco, dicendo di voler evitare nuovi tumulti popolari e maneggi politici in occasione della elezione del suo successore, volle far passare il principio (utilizzato dai sovrani) di designazione del successore da parte dello stesso pontefice. A cause delle inevitabili resistenze popolari, si dovette accontentare di far passare il criterio della preferenza a maggioranza, con esclusione però dei laici al voto.

Benché ariano, Teodorico veniva considerato alla stregua di un imperatore, e Simmaco contava chiaramente su questo quando cominciò a far capire all’imperatore Anastasio I, che l’aveva accusato d’essere un manicheo e di aver ottenuto la carica in maniera illegittima, di considerarlo un proprio subordinato nella fede.

Modificò anche il computo con cui al concilio ecumenico di Nicea (325) si era stabilita la data per celebrare la pasqua.

Come si può notare la chiesa romana approfittava continuamente degli errori commessi dal potere imperiale (tipici quando si parteggiava per un partito teologico per interessi di potere) al fine di allargare le sfere di propria competenza, trasformandosi progressivamente in uno Stato vero e proprio. Non a caso il concilio di Calcedonia (451) aveva tassativamente vietato che il clero assumesse incarichi di tipo temporale (civile o militare), pena la deposizione.

Dopo il concilio Costantinopolitano I sembrava essersi realizzata una certa intesa tra chiesa latina da un lato e chiesa greca e basileus dall’altro, ma quando l’imperatore Giustino (518-27) emanò un editto contro gli ariani, la situazione si complicò nuovamente.

Teodorico reagì dicendo che la repressione degli ariani in oriente sarebbe stata pagata da quella dei cattolici in Italia. La vittima più significativa fu infatti il filosofo Boezio.

La situazione era diventata talmente grave che papa Giovanni I (523-26) si recò di persona a Costantinopoli (era la prima volta che un pontefice lo faceva) per chiedere a Giustino di ritirare l’editto. Avrebbe anche dovuto chiedergli, secondo le richieste di Teodorico, di permettere agli ariani neoconvertiti per paura al cattolicesimo, di ritornare sui loro passi, ma non lo fece. E di questo fu punito al suo ritorno a Ravenna, morendo in prigione.

Il suo successore, Felice IV (526-30), era in sostanza un candidato di Teodorico. Alla morte di quest’ultimo, approfittando del fatto che l’erede al trono era ancora un bambino, il papa ottenne dalla reggente Amalasunta un editto che permettesse alla chiesa di Roma di dirimere le questioni legali nel caso in cui una delle parti in causa fosse un membro del clero. Nasceva così il privilegio del clero di sottrarsi al giudizio del tribunale secolare.

Lo stesso papa, prima di morire, designò il proprio successore: l’arcidiacono Bonifacio, che con lo stesso nome divenne papa nel 530. Tuttavia, poiché era stato eletto formalmente da un ristretto gruppo di prelati, il partito filo-bizantino gli oppose l’elezione di Dioscuro, che però venne assassinato subito dopo.

E anche Bonifacio, temendo che alla sua morte il partito filo-greco potesse rivendicare un proprio candidato, stabilì subito un proprio successore nella persona del diacono Vigilio.

A questo punto il Senato di Roma e la corte di Ravenna chiamarono in giudizio il papa in un concilio per chiedergli conto di questo abuso di potere. Si voleva anche emanare una legge con cui vietare ai membri del Senato qualsiasi offerta di denaro per ottenere l’elezione di questo o quel candidato al soglio pontificio.

Inaspettatamente, temendo la deposizione, Bonifacio bruciò il decreto nel vivo dell’assemblea, che così accettò la sua autocritica. Fu però il primo papa a non essere dichiarato “santo” dopo la sua morte.

Il suo successore, liberamente eletto, prese il nome di Giovanni II (533-35) e per un momento sembrò che la situazione stesse migliorando: lo stesso re goto Atalarico, nei riguardi dei decreti anti-ariani, non mostrò più la stessa intransigenza del padre, forse perché la madre, che l’aveva educato,, era disposta a diventare cattolica.

Amalasunta però aveva sposato il cugino Teodato, che in campo religioso la pensava diversamente e che non vide di buon occhio il fatto che alla morte di Giovanni II, il suo successore, Agapito I (535-36), fosse filo-greco. Non a caso Agapito volle subito riabilitare la figura di Dioscuro e impedire l’idea della designazione di un successore fatta da un pontefice in vita.

Fu proprio sotto il suo pontificato che l’imperatore Giustiniano lanciò il suo colossale progetto di “Renovatio Imperii”.

Per poter entrare in Italia il basileus approfittò del fatto che Teodato aveva fatto assassinare Amalasunta. Dopo aver strappato l’Africa ai vandali, Belisario, suo generale, sbarcò in Sicilia nel 535, con l’intenzione di cacciare i goti dalla penisola.

Teodato pretese da Agapito che si recasse a Costantinopoli per scongiurare Giustiniano dal proseguire l’impresa, ma ne ottenne solo un rifiuto. Agapito andò a Costantinopoli ma solo per chiedere che il patriarca Antimo, protetto dall’imperatrice Teodora, filo-monofisita, venisse sostituito da Menas, più ortodosso.

Giustiniano acconsentì proprio perché aveva bisogno dell’appoggio del papa nella sua campagna antigotica, ma improvvisamente il papa morì nella capitale.

Approfittando dell’occasione, Teodato lo fece sostituire con un proprio candidato, Silverio (536-37), ma non aveva forze sufficienti per fronteggiare né il partito filo-greco, né le armate di Belisario, già arrivate a Napoli.

Subito dopo il suo assassinio, Vitige, il successore, pensò di ritirarsi col grosso dell’esercito a Ravenna, sicché Belisario entrava a Roma praticamente senza combattere.

Il clero, influenzato dal generale e dall’imperatrice Teodora, sostituì il pontefice con Vigilio (537-55). Intanto Vitige, con un esercito di 150.000 uomini, aveva messo sotto assedio Roma nel 537, e il suo successore Totila darà del filo da torcere ai bizantini per ancora molti anni.

La storia ha poi fatto passare Vigilio per un papa molto ambizioso, che avrebbe fatto di tutto per avere quella carica, al punto che l’esilio di Silverio dovette concludersi precocemente con la morte di quest’ultimo.

Tuttavia, una volta giunto al potere, Vigilio non mantenne i patti con Teodora e si rifiutò di richiamare il patriarca Antimo per rimetterlo nella sua sede.

Fu proprio sotto Vigilio che scoppiò lo scisma dei Tre Capitoli.

II

L’imperatore Giustiniano, per salvaguardare l’unità dell’impero nel suo disegno di restaurazione cristiana del potere romano, cercava di ingraziarsi gli eretici monofisiti (numerosi soprattutto nelle province di Egitto e Siria), ch’erano diventati l’eresia più pericolosa in oriente, dopo la sconfitta del nestorianesimo.

Avendo peraltro intenzione di recuperare l’intera penisola italiana nell’orbita dell’impero, aveva cominciato a guardare alla sede del papato con grande interesse.

I monofisiti rifiutavano di riconoscere i dogmi del concilio di Calcedonia (451)(1), da cui in sostanza erano usciti sconfitti, anche se né l’imperatore né sua moglie li annoverarono mai tra gli eretici. Anzi i monofisiti erano così forti in oriente che riuscirono persino a creare due nuove confessioni: la giacobita (in Siria e Palestina) e la melkita (in Egitto).

Anche i cristiani d’Armenia erano anti-calcedoniani, mentre quelli di Persia erano rimasti nestoriani. Col tempo tutte queste eresie indeboliranno notevolmente la compagine imperiale, favorendo la diffusione dell’islam.

Giustiniano, poiché non poteva rigettare un concilio ecumenico già celebrato un secolo prima e riconosciuto da gran parte delle chiese, decise di condannare tre teologi antiocheni che a Calcedonia avevano goduto di una certa autorevolezza, che erano morti in pace con la chiesa ortodossa e che erano molto stimati in Siria, Persia, India ecc.

Sperando di ottenere il favore dei monofisiti, l’imperatore, con un editto del 545, giudicò eretici tutti gli scritti del teologo Teodoro di Mopsuestia (350-428, avversario di Origene e in parte di Cirillo d’Alessandria), quegli scritti di Teodoreto di Ciro (393-458) che si ponevano contro il patriarca di Alessandria Cirillo, contro alcuni dogmi del concilio di Efeso e contro ogni forma di teopaschismo, nonché una lettera di Iba di Edessa (m. 457) a difesa dello stesso Teodoro e contro Cirillo d’Alessandria. La confutazione dei “Tre Capitoli” era stata preparata da Teodoro Askida, vescovo di Cesarea.

Questi scritti, raccolti appunto in “Tre Capitoli”, venivano considerati di tendenza nestoriana, poiché negavano valore al termine Theotokos ed erano ambigui nella difesa della duplice natura del Cristo (Teodoro soprattutto tendeva a giustapporre le due nature più che a vederle unite). Teodoreto e Iba avevano già, col tempo, anatemizzato Nestorio, per cui Giustiniano evitò di condannarli in toto. Da notare che erano tutti e tre esponenti della scuola teologica di Antiochia, ed erano morti da tempo.

A differenza dei vescovi d’oriente, papa Vigilio (537-55) e il partito Akoimetoi (ortodossi radicali) si opposero decisamente a questo provvedimento. Sicché Giustiniano mandò a prelevare il papa direttamente a Roma, chiedendogli di giustificarsi personalmente.

Nell’ambiente di corte, pressato da vari vescovi tra cui lo stesso patriarca Menas di Costantinopoli, Vigilio si convinse a firmare lo Judicatum (548) con cui aderiva alla condanna, che però venne rifiutata immediatamente dai vescovi italiani, dalmati, illirici (quelli africani gli comminarono persino una scomunica).

Di fronte a un atteggiamento del genere, Vigilio chiese a Giustiniano di risolvere la controversia in un concilio ecumenico, ma questi preferì emanare un nuovo editto a conferma del precedente, che trovò nuova approvazione da parte dei vescovi orientali. Al che il pontefice rispose con un gesto plateale: scomunicò tutti, vescovi e imperatore. Quest’ultimo decise allora di arrestarlo e deporlo. Prima che potesse farlo, il papa e il vescovo di Milano, Dazio, che lo aveva accompagnato, fuggirono da Costantinopoli e si rifugiarono a Calcedonia, da dove scrissero un’enciclica contro Giustiniano, chiedendo che il concilio si tenesse in Italia.

L’imperatore accettò a sorpresa l’idea del concilio, ma a condizione che si tenesse nella stessa Costantinopoli. Vigilio però, temendo manovre imperiali, rifiutò di parteciparvi.

Il concilio si riunì ugualmente nel 553, sotto la presidenza del nuovo patriarca ecumenico, Eutichio, succeduto a Menas. Si ottenne la condanna unanime e definitiva dei “Tre Capitoli”.

Per tutta risposta il papa, avendo intenzione di rompere a tutti i costi con l’imperatore, inviò a Giustiniano un Constitutum col quale rifiutava le decisioni del concilio ecumenico. Giustiniano non si fece impressionare, anzi ordinò di arrestare i diaconi del papa, isolandolo moralmente e fisicamente e minacciandolo di deposizione.

Vigilio ritrattò tutto in un nuovo Constitutum, alienandosi le simpatie dell’episcopato ostile a Bisanzio. Molti vescovi dell’Italia settentrionale (esclusi i liguri e gli emiliano-romagnoli), della Gallia e del Norico, non accettarono quella che per loro era solo un’imposizione, per cui non si considerarono più in comunione con gli altri vescovi.

Tra questi vescovi ribelli all’autorità imperiale e conciliare vi erano quelli delle province ecclesiastiche di Milano e Aquileia. Queste ultime convocarono un concilio particolare ad Aquileia e, di fatto, non riconobbero più l’autorità della chiesa di Roma e, quindi, del papa. Aquileia si eresse a patriarcato autonomo per sottolineare la propria indipendenza gerarchica.

La chiesa scismatica tricapitolina rimase rigorosamente calcedoniana (mantenne il credo niceno-costantinopolitano, senza professare alcuna eresia cristologica); contestò vigorosamente, fino alla rottura, l’atteggiamento che riteneva ondivago del papato, il quale, secondo gli scismatici, non contrastò adeguatamente l’ingerenza del potere politico, espresso dall’imperatore, nelle questioni dottrinarie.

Dopo sette anni di permanenza a Costantinopoli, al papa fu concesso di tornare in Italia, non prima però d’avergli fatto capire che d’ora in avanti l’elezione del suo successore avrebbe dovuto essere confermata dallo stesso imperatore e non dal re ostrogoto e neppure era pensabile che il pontefice potesse esimersi dal richiederla o addirittura predisporre una propria successione automatica mentre egli stesso era in vita.

In cambio di queste disposizioni Giustiniano concedeva al papato un ruolo, in Italia, pari quello dei funzionari imperiali. Vigilio però, durante il viaggio di ritorno, morirà a Siracusa.

Il suo successore, Pelagio I (556-61), ch’era sempre stato contrario alla condanna dei “Tre Capitoli”, cambiò improvvisamente atteggiamento quando Giustiniano gli fece capire che avrebbe appoggiato la sua candidatura al soglio pontificio.

Ciò non gli attirò certo le simpatie dei vescovi africani e illirici (diocesi veneto-istriane), cui si unirono questa volta anche le rimostranze di quelli franchi, che addirittura lo ritenevano responsabile della morte di Vigilio. Particolarmente grave fu la rottura coi vescovi di Milano e di Aquileia, le due sedi metropolitane dell’Italia settentrionale (annonaria) nei secoli IV-VI. La prima aveva come suffraganei i vescovadi di Liguria e di Emilia; la seconda quelli di Venezia e di Istria.

Successivamente i vescovadi emiliani si staccarono dalla giurisdizione ambrosiana per entrare in quella ravennate. Il vescovo di Ravenna, nella contesa tricapitolina, prese le difese del papato contro i metropoliti di Milano e di Aquileia, che avevano persino assunto il titolo di patriarchi. Papa Pelagio I ricorse persino alle truppe bizantine per reprimere lo scisma delle sue sedi metropolitiche.

Nell’arcidiocesi di Milano lo scisma si ricompose solo col successore di Pelagio, Giovanni III (561-74), sotto il cui pontificato i longobardi occuparono l’Italia. L’arcivescovo Onorato, nel 570, si trasferì con il clero maggiore a Genova (ancora città bizantina), rientrando in piena comunione con l’ortodossia romana e greco-orientale. Il clero minore, rimasto sul territorio diocesano, dal 568 sotto la dominazione longobarda, fu prevalentemente tricapitolino ancora per diversi anni. Tant’è che quando l’imperatore Maurizio (582-602) cercò di servirsi dei franchi per risolvere il problema longobardo, nel 585, dopo alcuni iniziali successi, fu costretto a chiedere una tregua, temendo che gli scismatici di Venezia-Istria si accordassero coi longobardi, cosa che poi effettivamente fecero.

Il Patriarcato di Aquileia fu diviso in due parti, aventi rispettivamente giurisdizione sui territori di dominazione bizantina e su quelli di dominazione longobarda. Il metropolita di Aquileia (allora patriarca di Grado, con sede a Grado, nei domini bizantini) rientrò in comunione con la chiesa di Roma e quindi con il resto della chiesa, nel 607.

La diocesi di Aquileia pensò di trovare nei longobardi ariani (2) i suoi naturali alleati, per cui non è da escludere che abbia favorito il loro ingresso nella penisola. I longobardi in effetti garantirono all’indipendenza politico-ideale di Aquileia la loro protezione.

La diocesi di Como (che nel frattempo aveva reciso il rapporto di dipendenza dalla arcidiocesi di Milano ed era diventata suffraganea di Aquileia) ed altre diocesi dipendenti dall’altro metropolita di Aquileia (quello con sede ad Aquileia, longobarda) rimasero scismatiche fino all’anno 698, quando i rispettivi vescovi, convocati a Pavia dal re longobardo Cuniperto, decisero di inviare una loro rappresentanza a Roma per ricomporre la divisione. La diocesi di Como venera ancora oggi con il titolo di santo un vescovo, Agrippino (607-17), che si mantenne in modo intransigente su posizioni scismatiche in opposizione anche alla sede romana.

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Enrico Galavotti

Docente di Storia e Filosofia presso Liceo Linguistico Statale “Ilaria Alpi” di Cesena Docente presso MIUR

mail galarico@homolaicus.com

 

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il medioevo

di Enrico Galavotti | 27 Settembre 2015

IL MEDIOEVO
 

 

 

STORIA DEL MEDIOEVO – Feudalesimo e Cristianesimo medievale

 

 

Il concilio di Nicea 

 

 

Il concilio di Nicea (325)

Testo originale (estratti)

  1. Da quanti debba essere consacrato un vescovo.

Si abbia la massima cura che un vescovo sia istituito da tutti i vescovi della provincia. Ma se ciò fosse difficile o per sopravvenute difficoltà, o per la distanza, almeno tre, radunandosi nello stesso luogo, e non senza aver avuto prima per iscritto il consenso degli assenti, celebrino la consacrazione. La conferma di quanto è stato compiuto è riservata in ciascuna provincia al vescovo metropolita.

  1. Della precedenza di alcune sedi, dell’impossibilità di essere ordinato vescovo senza il consenso del metropolita.

In Egitto, nella Libia e nella Pentapoli siano mantenute le antiche consuetudini per cui il vescovo di Alessandria abbia autorità su tutte queste province; anche al vescovo di Roma infatti è riconosciuta una simile autorità. Ugualmente ad Antiochia e nelle altre province siano conservati alle chiese gli antichi privilegi. Inoltre sia chiaro che, se qualcuno è fatto vescovo senza il consenso del metropolita, questo grande sinodo stabilisce che costui non debba esser vescovo. Qualora poi due o tre, per questioni loro personali, dissentano dal voto ben meditato e conforme alle norme ecclesiastiche degli altri, prevalga l’opinione della maggioranza.

VII. Del vescovo di Gerusalemme.

Poiché è invalsa la consuetudine e l’antica tradizione che il vescovo di Gerusalemme riceva particolare onore, abbia quanto questo onore comporta, salva sempre la dignità propria della metropoli.

  1. Del clero che si sposta di città in città.

Per i molti tumulti ed agitazioni che avvengono, è sembrato bene che sia assolutamente stroncata la consuetudine, che in qualche parte ha preso piede, contro le norme ecclesiastiche, in modo che né vescovi né preti, né diaconi si trasferiscano da una città all’altra. Che se qualcuno, dopo questa disposizione del santo e grande concilio, facesse qualche cosa di simile, e seguisse l’antico costume, questo suo trasferimento sarà senz’altro considerato nullo, ed egli dovrà ritornare alla chiesa per cui fu eletto vescovo, o presbitero, o diacono.

XVI. Di coloro che non dimorano nelle chiese nelle quali furono eletti.

Quanti temerariamente, senza santo timore di Dio, né alcun rispetto per i sacri canoni si allontanano dalla propria chiesa, siano essi sacerdoti o diaconi, o in qualsiasi modo ecclesiastici, non devono in nessun modo essere accolti in un’altra chiesa; bisogna, invece, metterli nell’assoluta necessità di far ritorno alla propria comunità, altrimenti siano esclusi dalla comunione. Che se poi uno tentasse di usar violenza ad alcun dipendente da un altro vescovo e di consacrarlo nella sua chiesa contro la volontà del vescovo, da cui si è allontanato, tale ordinazione sia considerata nulla.

Fino al concilio di Nicea vi erano nell’ambito della cristianità tre sedi prevalenti: Roma, Alessandria e Antiochia, corrispondenti alle tre maggiori metropoli dell’impero romano.

Le sedi erano paritetiche tra loro, nel senso che nessun vescovo esercitava alcun potere particolare sui propri colleghi: la struttura ecclesiastica si configurava come una grande federazione di chiese locali, personalizzate nei loro rispettivi vescovi, gestite da istanze collegiali e sostanzialmente affini nel credo teologico fondamentale, anche se proprio col concilio di Nicea si cominciano ad affrontare importanti eresie, che minano le basi della cristianità.

L’organizzazione ecclesiastica tendeva a uniformarsi alle divisioni amministrative dell’impero (province). L’integrità e la cattolicità completa di ciascuna chiesa locale richiedeva la comunione con le altre chiese locali, non veniva assicurata da una istanza monarchica superiore, né laica né ecclesiastica. Era l’unità delle fede comune che garantiva la coerenza di teoria e prassi. L’autorità imperiale, a partire da Costantino, diventerà necessaria per rendere ufficiali i concili, riconoscendo loro valore normativo vincolante per tutti.

Tuttavia, nella prassi, ogni vescovo della cristianità riconosceva ai gerarchi delle tre sedi suddette una certa autorità de facto, prevalentemente morale, per ragioni storiche. Solo che la chiesa romana, dopo il III secolo, cominciò ad applicare, progressivamente, alle sedi di tutto l’ecumene gli stessi rapporti gerarchici che aveva con le chiese locali occidentali, mirando così ad affermare un concetto di “chiesa universale” in cui essa avrebbe dovuto svolgere il ruolo (giuspolitico) di garante dell’unità.

Il concilio di Nicea, infatti, non ebbe a che fare solo con l’eresia ariana, ma anche col problema di come regolamentare delle competenze territoriali che s’andavano estendendo oltre i tradizionali confini provinciali: cosa che riguardava non solo la sede romana ma, per imitazione, anche quella alessandrina.

A Nicea in sostanza si decise che la posizione preminente della diocesi di Roma in occidente poteva replicarsi anche in Africa (Egitto, Libia e Pentapoli o Cirenaica), sotto la giurisdizione della sede di Alessandria, nonché nell’area orientale, sotto la giurisdizione di Antiochia (Theopoli).

Tuttavia, pur non ammettendo alcuna autorità formale al di sopra dei tre vescovi delle tre capitali provinciali (metropoliti), e quindi riconoscendo loro un certo potere sopra un’area più vasta (eparchia o metropolia), il concilio stabiliva nel contempo che il contenuto effettivo di questa autorità doveva restare limitato a una determinata area territoriale (diocesi civile) e non poteva essere esercitato oltre un certo livello: p.es. la nomina dei vescovi era ancora di competenza dei concili provinciali, anche se andava formalmente approvata dal metropolita.

Tra l’altro al riconoscimento particolare di queste tre sedi il concilio aggiunse quello onorifico della sede di Gerusalemme (Aelia Capitolina), a motivo del suo carattere religioso di “città santa”: la sede tuttavia restava ancora gerarchicamente subordinata alla metropoli di Cesarea di Palestina.

Il concilio di Costantinopoli (381)

Testo originale (estratti)

Quanto all’amministrazione delle singole chiese ha forza di legge l’antica norma, come sapete, e la disposizione dei santi padri di Nicea: che, cioè, in ciascuna provincia, e, se essi vorranno anche i vescovi confinanti con loro, si facciano le ordinazioni come richiede l’utilità delle chiese.

Sappiate che, conforme a queste disposizioni, vengono amministrate le nostre chiese, e sono stati nominati i sacerdoti delle chiese più insigni. Della chiesa novella, per cosi dire, di Costantinopoli, che da poco, per misericordia di Dio, abbiamo strappato alle bestemmie degli eretici, come dalla bocca di un leone, abbiamo ordinato vescovo il reverendissimo e amabilissimo in Dio Nettario. Ciò è stato fatto al cospetto del concilio universale, col consenso di tutti, sotto gli occhi dell’imperatore Teodosio, carissimo a Dio, di tutto il clero, e con l’approvazione di tutta la città.

Dell’antica e veramente apostolica chiesa di Antiochia di Siria, nella quale per prima fu usato il venerando nome di cristiani, i vescovi della provincia e della diocesi dell’oriente, radunatisi, consacrarono vescovo, canonicamente, il reverendissimo e da Dio amatissimo Flaviano, con l’approvazione di tutta la chiesa, che, unanime onorava quest’uomo. L’ordinazione è stata riconosciuta conforme alla legge ecclesiastica anche dalle autorità del concilio.

Vi informiamo, inoltre, che il reverendissimo e carissimo a Dio Cirillo è vescovo della madre di tutte le chiese, la chiesa di Gerusalemme. A suo tempo egli è stato consacrato, conforme alle norme ecclesiastiche, dai vescovi della provincia, e spesso, in diverse circostanze, ha lottato strenuamente contro gli Ariani.

Poiché, dunque, queste cose sono state compiute da noi legalmente e canonicamente, preghiamo la reverenza vostra di volersi rallegrare con noi, uniti scambievolmente dal vincolo dell’amore che viene dallo Spirito e dal timore di Dio che vince ogni umana passione, e antepone l’edificazione delle chiese all’amicizia ed alla benevolenza verso i singoli. In tal modo, in pieno accordo nelle verità della fede, e fortificata in noi la carità cristiana, cesseremo di ripetere l’espressione già biasimata dagli apostoli: Io sono di Paolo, io sono di Apollo; e io sono di Cefa, ma saremo tutti di Cristo, che non può esser diviso in noi; e, se Dio ce ne farà degni, conserveremo indiviso il corpo della chiesa e compariremo tranquilli dinanzi al tribunale di Dio.

Canone II

Del buon ordinamento delle diocesi, e dei privilegi dovuti alle grandi città dell’Egitto, di Antiochia, di Costantinopoli; e del non dover un vescovo metter piede nella chiesa di un altro.

I vescovi preposti ad una diocesi non si occupino delle chiese che sono fuori dei confini loro assegnati né le gettino nel disordine; ma, conforme ai canoni, il vescovo di Alessandria amministri solo ciò che riguarda l’Egitto, i vescovi dell’Oriente, solo l’oriente, salvi i privilegi della chiesa di Antiochia, contenuti nei canoni di Nicea; i vescovi della diocesi dell’Asia, amministrino solo l’Asia, quelli del Ponto, solo il Ponto, e quelli della Tracia, la Tracia.

A meno che vengano chiamati, i vescovi non si rechino oltre i confini della propria diocesi, per qualche ordinazione e per qualche altro atto del loro ministero. Secondo le norme relative all’amministrazione delle diocesi, è chiaro che questioni riguardanti una provincia dovrà regolarle il sinodo della stessa provincia, secondo le direttive di Nicea. Quanto poi alle chiese di Dio fondate nelle regioni dei barbari, sarà bene che vengano governate secondo le consuetudini introdotte ai tempi dei nostri padri.

Canone III

Che dopo il vescovo di Roma, sia secondo quello di Costantinopoli.

Il vescovo di Costantinopoli avrà il primato d’onore dopo il vescovo di Roma, perché tale città è la nuova Roma.

Il trasferimento della capitale dell’impero da Roma a Costantinopoli (330) permette a quest’ultima di liberarsi della dipendenza gerarchica, a livello ecclesiastico, dalla sede di Eraclea e di affiancarsi in breve tempo alle altre quattro sedi.

Al concilio ecumenico di Costantinopoli, convocato dall’imperatore Teodosio per chiudere definitivamente la questione ariana, si suddivide l’oriente in cinque circoscrizioni ecclesiastiche, corrispondenti alle cinque diocesi civili: Egitto (sotto Alessandria), Oriente (sotto Antiochia), Asia (sotto Efeso), Ponto (sotto Cesarea di Cappadocia) e Tracia (prima sotto Eraclea, poi sotto Costantinopoli). Antiochia mantiene la diocesi d’oriente con le chiese della Georgia e della Persia.

I vescovi dell’occidente non parteciparono neppure all’incontro sinodale, per cui fino alla seconda metà del VI sec. non lo riconobbero come ecumenico.

Ciò che susciterà non poche polemiche sarà il canone relativo all’assegnazione alla sede di Costantinopoli (la Nuova Roma) di un primato d’onore subito dopo l’Antica Roma. Il declassamento al terzo posto non piacque affatto alla sede di Alessandria, che, nelle sue rimostranze, ottenne l’appoggio del papato almeno sino all’869 (anno del Costantinopolitano IV); tuttavia dopo Calcedonia (451) il patriarcato di Alessandria fu spezzato dallo scisma e la grande maggioranza seguì il monofisismo (copti).

Lo stesso papato, protestando energicamente contro i privilegi concessi alla Nuova Roma, collegherà il primato di una sede esclusivamente al proprio carattere “apostolico”. Infatti, temendo che Bisanzio potesse un giorno ambire al primo posto d’onore, il papato affermò che Roma era stata la sede di Pietro e Paolo (poi dirà solo di Pietro), Antiochia era stata la sede di Pietro prima di Roma, Alessandria era stata la sede di Marco, redattore del “vangelo di Pietro”. Sicché ora Roma aveva ogni diritto di considerarsi come la principale sede ecclesiastica di tutto l’ecumene cristiano.

Costantinopoli ribatterà a queste tesi dicendo di essere stata fondata da Andrea il protoclito, fratello di Pietro, e in ogni caso rifiuterà sempre di far dipendere l’importanza di una sede ecclesiastica dalle sole proprie tradizioni apostoliche (Gerusalemme in tal senso avrebbe dovuto essere considerata più importante di Roma).

Per i teologi bizantini la centralità di una sede ecclesiastica poteva dipendere da molteplici fattori contingenti, da quelli culturali a quelli politici: alla sede romana in fondo era stato riconosciuto un primato d’onore appunto perché essa era stata anche la sede dell’imperatore e del senato: per quale motivo non si poteva riconoscere a Bisanzio il secondo posto d’onore ora ch’era diventata la nuova capitale dell’impero?

La leadership di una capitale, quando veniva formalizzata nella legislazione conciliare, era già nella realtà un’evidenza acquisita. Per questo si pensò ad un certo punto di considerare Costantinopoli più importante di Alessandria e di Antiochia e non meno importante di Roma. Peraltro mentre Roma era presente in un territorio devastato dalle incursioni barbariche, di religione o pagana o ariana, Costantinopoli faceva invece riferimento a un impero romano-cristiano relativamente omogeneo.

In occidente il concetto di apostolicità era stato abbinato da Ireneo e Tertulliano a quello di successione apostolica per imbrigliare gli eretici, cioè per dimostrare che andavano considerate apostoliche solo le sedi che potevano garantire una regolare e legittima successione dopo il loro fondatore.

Col tempo però il principio di apostolicità era stato usato dalla chiesa romana per rivendicare una certa autorità giurisdizionale, che la faceva politicamente diventare più “romana” che “apostolica”.

Questo modo di comportarsi trovava dissensi nello stesso occidente. Il vescovo Cipriano infatti s’accorse che la successione apostolica rivendicata dal papato veniva di fatto a contrapporsi a quella collegiale dei vescovi, sicché egli arrivò a dire che “tutti i vescovi occupano la cattedra di Pietro”. La successione diretta di Pietro in sostanza andava considerata in maniera simbolica, anche se aveva effetti reali nella realtà locale.

La cosa più singolare è che la chiesa romana considerava i poteri di Pietro come trasmissibili automaticamente e individualmente ai propri successori di Roma: come se il papa fosse un sovrano il cui potere si riceveva per via dinastica!

Lo dimostra il fatto che al concilio di Sardica si stabilì ufficialmente il potere giurisdizionale (politico) della sede romana e l’imperatore Graziano, nel 378, lo ratificò. Il papa veniva a porsi come “vicario del basileus” nella parte occidentale dell’impero.

Il concilio di Calcedonia (451)

Testo originale (estratti)

Canone VI

Nessun chierico deve essere ordinato assolutamente.

Nessuno dev’essere ordinato sacerdote, o diacono, o costituito in qualsiasi funzione ecclesiastica, in modo assoluto. Chi viene ordinato, invece, dev’essere assegnato ad una chiesa della città o del paese, o alla cappella di un martire, o a un monastero. Il santo Sinodo comanda che una ordinazione assoluta sia nulla, e che l’ordinato non possa esercitare in alcun luogo a vergogna dì chi l’ha ordinato.

Canone II

Che non si consacri un vescovo per denaro.

Se un vescovo fa una sacra ordinazione per denaro, e ridotto, così, ad una vendita ciò che non si può vendere, avesse consacrato per lucro un vescovo, o un corepiscopo, o un presbitero, o un diacono, o qualsiasi altro del clero, o avesse promosso qualcuno, per denaro, all’ufficio di amministratore, o di pubblico difensore, o di guardia, o qualsiasi altro ministero per turpe desiderio di lucro, egli si espone – se il fatto è provato – al pericolo di perdere il suo grado. D’altra parte, quegli che ha ricevuto l’ordinazione non dovrà assolutamente riportare alcun vantaggio da una ordinazione o promozione fatta per guadagno; venga quindi, deposto dalla sua dignità, o dall’ufficio che ha ottenuto con denaro. Se poi qualcuno fa da mediatore in azioni così vergognose e in così illeciti guadagni, se si tratta di un chierico, decada dal proprio grado, se si tratta di un laico o di un monaco, sia colpito da anatema.

Canone III

Un chierico o un monaco non deve occuparsi di cose estranee.

Questo santo Sinodo è venuto a conoscenza che alcuni che appartengono al clero per turpe guadagno fanno i locatari dei beni degli altri, e si danno ad affari mondani, e, mentre non si danno alcun pensiero del servizio del Signore, corrono invece qua e là per le case dei secolari, e per avarizia assumono il maneggio delle altrui proprietà. Stabilisce, allora, il santo e grande Sinodo che nessuno, in seguito, vescovo, o chierico o monaco possa prendere in affitto beni o anche offrirsi amministratore in affari mondani, a meno che venga chiamato, senza potersi esimere, dalle leggi alla tutela. dei fanciulli o quando il vescovo della città incarica qualcuno di occuparsi delle cose ecclesiastiche, o degli orfani e delle vedove, che non abbiano chi si cura di loro, o di quelle persone che più degli altri abbiano bisogno del soccorso della chiesa, per amore di Dio. Se qualcuno, in avvenire, tentasse di trasgredire quanto stabilito, costui sia sottoposto alle pene ecclesiastiche.

Canone V

Un chierico non deve passare da una chiesa ad un’altra.

Quanto ai vescovi e chierici che passano da una città ad un’altra, si è deciso che conservino tutto il loro vigore quei canoni che sono stati stabiliti dai santi padri su questo argomento.

Canone IX

I chierici non devono adire i tribunali secolari.

Se un chierico ha una questione con un altro chierico non trascuri il proprio vescovo per adire i tribunali secolari. La causa, invece, sia prima sottoposta al vescovo, oppure, col suo consenso, ad arbitri scelti di comune accordo dalle due parti. Se qualcuno agisce contro queste decisioni, sia soggetto alle pene canoniche. Se un chierico, poi, avesse qualche questione contro il proprio o altro vescovo, sia giudicato presso il sinodo provinciale. Se, finalmente, un vescovo o un chierico avessero motivo di divergenza col metropolita stesso della provincia, si rivolgano o all’esarca della diocesi, o alla sede della città imperiale, Costantinopoli, e presso di questa si tratti la causa.

Canone XII

Un vescovo non deve essere fatto metropolita con lettere imperiali, né una provincia deve essere divisa in due.

Siamo venuti a sapere che alcuni, contro ogni norma ecclesiastica, si sono rivolti alle autorità ottenendo che con una pragmatica imperiale una provincia fosse divisa in due, con la conseguenza che in una stessa provincia vi siano due metropoliti. Questo santo sinodo stabilisce che per l’avvenire niente di simile possa esser fatto da un vescovo sotto pena di decadenza dal proprio rango. Quelle città, però, che già avessero ricevuto con lettere imperiali l’onorifico titolo di metropoli godranno del solo onore, così pure il vescovo che governa quella chiesa, salvi, naturalmente, i privilegi della vera metropoli.

Canone XXVI

Ogni vescovo deve amministrare i beni della propria diocesi attraverso un economo.

Poiché in alcune chiese, come abbiamo sentito dire, i vescovi amministrano i beni ecclesiastici senza un economo, disponiamo che ogni chiesa che ha un vescovo abbia anche un economo, scelto dal proprio clero, il quale amministri i beni della chiesa sotto l’autorità del proprio vescovo. Ciò, perché l’amministrazione della chiesa non sia fatta senza controllo, e, di conseguenza, non vengano dilapidati i beni ecclesiastici, e non ne nasca il disprezzo per il sacerdozio stesso. Se il vescovo non agirà in conformità a queste disposizioni, andrà soggetto alle leggi divine.

Canone XXVIII

Voto sui privilegi della sede di Costantinopoli.

Seguendo in tutto le disposizioni dei santi padri, preso atto del canone [III] or ora letto, dei 150 vescovi cari a Dio, che sotto Teodosio il Grande, di pia memoria, allora imperatore si riunirono nella città imperiale di Costantinopoli, nuova Roma, stabiliamo anche noi e decretiamo le stesse cose riguardo ai privilegi della stessa santissima chiesa di Costantinopoli, nuova Roma.

Giustamente i padri concessero privilegi alla sede dell’antica Roma, perché la città era città imperiale. Per lo stesso motivo i 150 vescovi diletti da Dio concessero alla sede della santissima nuova Roma, onorata di avere l’imperatore e il senato, e che gode di privilegi uguali a quelli dell’antica città imperiale di Roma, eguali privilegi anche nel campo ecclesiastico e che fosse seconda dopo di quella.

Di conseguenza, i soli metropoliti delle diocesi del Ponto, dell’Asia, della Tracia, ed inoltre i vescovi delle parti di queste diocesi poste in territorio barbaro saranno consacrati dalla sacratissima sede della santissima chiesa di Costantinopoli.

E’ chiaro che ciascun metropolita delle diocesi sopraddette potrà, con i vescovi della sua provincia, ordinare i vescovi della sua provincia, come prescrivono i sacri canoni; e che i metropoliti delle diocesi che abbiamo sopra elencato, dovranno essere consacrati dall’arcivescovo di Costantinopoli, a condizione, naturalmente, che siano stati eletti con voti concordi, secondo l’uso, e presentati a lui.

Il concilio di Calcedonia è costretto a prendere atto di una situazione amministrativa della chiesa cristiana poco dignitosa: l’alto clero tendeva ad abusare sempre più del proprio potere. E per porre rimedio a questo riconosce alla sede di Costantinopoli poteri di regolamentazione sempre più significativi, essendo inefficaci quelli di Roma.

Al concilio vengono distaccate da Antiochia le province della Palestina (Israele e Giordania) per attribuirle a Gerusalemme, costituita in patriarcato a se stante. E si confermano all’arcivescovo di Costantinopoli la giurisdizione sul Ponto, l’Asia (Siria e Libano) e la Tracia, cioè il diritto di ordinare i vescovi (metropoliti) per tali esarcati, nonché il diritto di giudicare in appello le cause delle tre diocesi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme e infine il diritto di nominare i vescovi “inter barbaros” in oriente. Tutti i titolari delle cinque sedi pentarchiche hanno il titolo di “patriarca”.

A Calcedonia in sostanza si completa l’evoluzione delle sedi in cinque patriarcati. Il papato non perde nulla nell’area occidentale, ma ora deve rinunciare a rivendicare qualunque cosa nell’area orientale dell’impero.

Al di fuori dell’impero romano si sviluppano i catholicati di Mesopotamia (Persia) e di Armenia, ma poiché diventano il primo nestoriano, il secondo monofisita, di essi non si parlerà più nei concili ecumenici successivi. Diventa autonomo anche il catholicato di Georgia.

In base alla deliberazione del canone 28 alla sede di Costantinopoli, quale città imperiale e dunque nuova Roma, vengono accordati uguali privilegi di quelli dell’antica Roma.

Costantinopoli deve dunque apparire grande non solo sul piano civile, in quanto le sono attribuiti “privilegi civili uguali a quelli dell’antica città imperiale di Roma” ma deve “apparire altrettanto grande anche nel campo ecclesiastico, essendo la seconda dopo Roma”. La concezione politico-religiosa della chiesa imperiale ha qui la meglio sia sul principio petrino del papato (basato su un’interpretazione distorta del passo matteano 16,18), come sull’antica centralità della sede alessandrina.

Papa Leone I protestò contro questa deliberazione, facendo valere il principio politico-ecclesiastico del primato apostolico-petrino, affermando che non l’importanza politica di una città doveva determinare la sua importanza nella chiesa, ma piuttosto la sua fondazione apostolica: Roma derivava la sua dignità ecclesiale da Pietro e Paolo e non dal suo rango di capitale dell’impero.

A suo parere anche la seconda e la terza posizione erano già fissate per l’eternità. A Roma segue Alessandria e poi Antiochia. Questa era la cosiddetta teoria delle tre sedi petrine, secondo la quale, oltre a Roma, anche Alessandria ed Antiochia ricoprivano un rango particolare nella chiesa in quanto risalenti direttamente a Pietro.

Questo pontefice fu il primo a formulare in maniera esplicita il senso politico-giurisdizionale del primato di Roma. Con lui infatti il papato rivendica espressamente la “plenitudo potestatis” sulla chiesa universale. Essendo l’unico “vicarius Petri”, in quanto diretto successore ed erede dell’apostolo, considerato – a torto – capo della chiesa primitiva, i primati delle altre circoscrizioni ecclesiastiche non potevano che dipendere da quello di Roma, e nessun altro patriarca poteva avere la “pienezza” della potestà ma solo una sua “parte”, al punto che la sede romana era l’unica a non doversi sentire obbligatoriamente legata alle decisioni dei concili, a meno che questi non fossero convocati e presieduti dallo stesso pontefice.

E’ evidente che, stante queste tesi, Costantinopoli non avrebbe dovuto neppure essere elencata nei canoni conciliari, e il fatto ch’essa dichiarasse d’essere stata fondata da Andrea il protoclito sarebbe servito a ben poco, essendo noto che Andrea era stato crocifisso a Patrasso in Grecia, anche se fu sicuramente l’apostolo del mondo greco.

In realtà l’importanza della sede di Costantinopoli era già enorme a quel tempo, sul piano sia politico che ecclesiastico: non a caso tutti i primi sette concili ecumenici si svolgeranno o direttamente a Costantinopoli, o subito vicino, come Calcedonia e Nicea, o, comunque, sempre in Anatolia, come Efeso. Dopo il trasferimento della capitale si sarebbe tranquillamente potuto mettere al primo posto Costantinopoli nell’elenco delle principali sedi ecclesiastiche: se non lo si fece, fu semplicemente per non turbare la suscettibilità del clero romano.

Giustiniano (527-65)

Sotto il regno di Giustiniano si ha la codificazione della pentarchia patriarcale. E’ lui che dal 531 utilizza il titolo di “patriarca” per indicare soltanto i vescovi delle cinque sedi. Ormai i titoli di “arcivescovo” e “patriarca” si equivalgono e sono superiori a quello di “metropolita”.

Giustiniano è convinto che il papato avrebbe fatto di tutto per realizzare il suo sogno di riunificare l’impero sotto un unico potere e un’unica fede, ma il papato rifiutò di collaborare alla realizzazione di questo progetto (Renovatio Imperii), avendo intenzione di governare nell’area occidentale con gli stessi poteri del basileus.

Giustiniano era anche disposto a riconoscere al papato il potere di giurisdizione su tutte le chiese d’occidente e probabilmente gli avrebbe concesso molto di più se la “renovatio” fosse stata realizzata. Ma non poteva far questo né contro la volontà degli altri patriarcati, né, tanto meno, contro se stesso, cioè contro la prerogativa di una certa autonomia politica nei confronti di qualunque istituzione ecclesiastica.

Gli sforzi profusi per realizzare tale progetto di riunificazione furono enormi e non sortirono alcun effetto in occidente, anzi, finirono con indebolire i confini orientali dell’impero, sempre più minacciati dalla pressione dei popoli non cristiani.

Non solo, ma la tendenza di Giustiniano a legiferare anche in campo ecclesiastico lo portava ad essere accusato di “cesaropapismo”. Il che inevitabilmente faceva della pentarchia una teoria a favore dell’autonomia politica della chiesa.

Ingenuamente teologi di spicco come Massimo Confessore, Tarasio, Niceforo e Teodoro Studita, opponendosi al cesaropapismo in nome della pentarchia, non s’accorsero che la sede romana stava utilizzando il medesimo concetto di pentarchia per affermare il proprio “papocesarismo”.

Dopo Giustiniano

Il concilio ecumenico Costantinopolitano III (680-81) confermerà le decisioni espresse nel canone 3 del concilio ecumenico Costantinopolitano I e nel canone 28 del concilio di Calcedonia.

A partire dal Costantinopolitano III un concilio veniva considerato ecumenico quando vi partecipavano rappresentanti di tutti e cinque i patriarchi.

Col passare del tempo (VIII-IX secolo) la pentarchia viene sempre più ideologizzata: i cinque patriarchi sono le cinque colonne su cui è costituita la chiesa, su loro poggia l’infallibilità della chiesa: essi non possono sbagliare tutti insieme.

Nell’ambito della pentarchia è a Roma che si riconosce ancora il primo posto (primus inter pares), ma è evidente che la situazione di fatto sta assumendo contorni preoccupanti per i destini della cristianità.

L’imperatore Leone III (717-41) entra in rotta di collisione con papa Gregorio II (715-31) per la questione iconoclastica. La scomunica di Leone viene confermata anche dal successore Gregorio III (731-41), che nel 731 riunisce un sinodo apposito per condannarne il comportamento. Come contromossa l’imperatore bizantino decide di portare la Grecia ed il sud dell’Italia sotto l’egida del patriarca di Costantinopoli e, a tal fine, promuove una campagna militare nel 737.

Come noto, l’ultimo tentativo da parte imperiale di legiferare sulle questioni dogmatiche sarà proprio quello della distruzione delle immagini sacre. A quel tempo i maggiori teologi bizantini avevano preso le difese della sede romana, che s’era opposta nettamente al basileus, ma nessuno pensò mai di accettare l’idea che tale sede potesse vantare un proprio primato sulle altre sedi ecclesiastiche in nome di un diritto divino o di una esclusiva apostolicità, tanto meno se questa veniva usata in senso personalistico, identificando l’apostolo Pietro coi suoi diretti successori al soglio pontificio. Nessun teologo ortodosso s’è mai spinto ad accettare un primato giuspolitico e quindi giurisdizionale della sede romana sulle altre sedi e persino sullo stesso potere imperiale.

E’ profondamente sbagliato quindi sostenere che l’idea di pentarchia, se poteva essere utilizzata contro l’impero, onde difendere l’autonomia teologica della chiesa, non avrebbe mai potuto essere utilizzata contro l’idea di primato politico della chiesa romana.

Di fatto il papato, con Adriano II (867-72), riconosce la legittimità giuridica degli altri quattro patriarcati solo in occasione del concilio Costantinopolitano IV dell’869-70 e in quello di Sofia dell’879. Sino ad allora il papato ammetteva nell’elenco solo Antiochia e Alessandria e non riconosceva affatto il titolo di “patriarca ecumenico” al metropolita di Costantinopoli. Adriano II si sentiva unico erede e successore di Pietro, titolato a governare su tutta la cristianità, al fine di garantirne l’assoluta unità monarchica.

Ma già prima, col papa Nicolò I (858-67), nel sinodo romano dell’864, si era deciso che nessun concilio ecumenico poteva essere convocato senza l’autorizzazione di Roma. Va qui ricordato che l’imperatore Michele III (842-67) si era opposto al primato papale, chiedendo la revoca della scomunica contro Fozio e accusando la chiesa romana di eresia per la formula del Credo relativa alla processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio (Filioque). Nel 867 un sinodo a Costantinopoli arrivò a scomunicare papa Niccolo I, che s’era permesso di dichiarare decaduto il patriarca Fozio.

Papa Giovanni VIII (872-82) s’era proclamato “vicario di Cristo”, cioè suo unico rappresentante sulla terra e considerava Roma “caput” di tutta la cristianità e dell’impero.

Vi era dunque materia sufficiente per scontrarsi apertamente con Bisanzio. Tuttavia gli imperatori, generalmente, preferivano non giungere mai a rotture esplicite con la sede romana, proprio perché s’illudevano di poter ottenere aiuti militari contro il mondo musulmano.

Concilio Costantinopoli IV (869-70)

Testo originale (estratto)

Canone 12 [Versione latina] I canoni apostolici e sinodali vietano nella maniera più assoluta le nomine e le consacrazioni di vescovi fatte sotto la pressione o per ordine delle autorità secolari; in accordo con tali canoni anche noi stabiliamo e decidiamo che, se un vescovo ha ricevuto la consacrazione a tale dignità per astuzia o imposizione dei potenti, deve essere assolutamente rimosso, in quanto, non dalla volontà di Dio e secondo la disciplina e la legge della chiesa, ha voluto o ha accettato di possedere il dono di Dio, ma piuttosto dalla volontà della carne, dagli uomini e per la mediazione degli uomini.

Canone 12 [Versione greca] È pervenuta ai nostri orecchi (l’affermazione) che un sinodo non può aver luogo senza la presenza dei governanti. In nessun passo però i canoni divini stabiliscono che i governanti secolari convengano nei sinodi, ma i soli vescovi; perciò non riscontriamo neppure che ci sia stata la loro presenza, eccetto nei concili ecumenici. In realtà non è per nulla giusto che i governanti secolari siano testimoni di fatti che sono di competenza dei sacerdoti di Dio.

Canone 17 [Versione latina] D’altra parte non abbiamo nemmeno voluto ascoltare l’abominevole affermazione fatta da gente ignorante secondo la quale il Sinodo non può essere celebrato senza la presenza dell’autorità secolare; mai fino ad oggi i sacri canoni hanno prescritto la convocazione dei principi secolari ai sinodi, bensì soltanto quella dei vescovi. Così noi costatiamo che essi non furono mai presenti ai sinodi, salvo che non si trattasse di concili ecumenici: infatti non è conveniente che le autorità secolari siano testimoni di ciò che talvolta può accadere ai sacerdoti di Dio.

Canone 21 [Versione latina] La parola di Dio che Cristo ha rivolto ai santi apostoli e ai suoi discepoli: “Chi accoglie voi accoglie me” [Mt 10,40], e “chi disprezza voi disprezza me” [Le 10,16], noi crediamo sia stata rivolta anche a tutti coloro che, dopo di loro e a loro somiglianza, sono divenuti sommi pontefici e principi dei pastori nella chiesa cattolica. Pertanto ordiniamo che nessuno dei potenti di questo mondo oltraggi o tenti di rimuovere dalla propria sede coloro che occupano la carica di patriarca, ma al contrario accordino loro onore e rispetto: in primo luogo al santissimo papa dell’antica Roma, poi al patriarca di Costantinopoli, e infine a quelli di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. E nessuno altro rediga scritti o discorsi contro il santissimo papa dell’antica Roma, sotto il pretesto di crimini da lui commessi, come ha fatto recentemente Fozio e molto prima di lui Dioscoro.

Chiunque si comporterà con tanta insolenza e audacia da recare ingiuria per scritto o a voce, seguendo l’esempio di Fozio e Dioscoro, contro la sede di Pietro, il principe degli apostoli, riceverà una condanna uguale e identica alla loro.

Se poi qualche autorità civile o qualche potente tentasse di cacciare il papa dalla sede apostolica o qualcuno degli altri patriarchi, sia colpito da anatema.

Inoltre se sarà convocato un concilio ecumenico e vi sarà qualche sospetto o controversia nei riguardi della santa chiesa di Roma, converrà, con il dovuto rispetto e deferenza, informarsi sul punto controverso e accogliere una soluzione che giovi a sé o agli altri, ma mai avere l’audacia di pronunciare una sentenza contro i sommi pontefici dell’antica Roma.

Canone 13 [Versione latina] Se qualcuno usasse una tale temerarietà da sollevare secondo (il modo di) Fozio e Dioscoro per scritto o verbalmente reazioni eccessive contro la cattedra di Pietro, il principe degli apostoli, riceva la stessa condanna (espressa) a quelli; se poi, essendo stato convocato un concilio ecumenico, è risultato un qualche dubbio circa la chiesa dei romani, si può con prudenza e con la dovuta modestia porre domande intorno alla questione in ballo e accogliere la soluzione e o essere aiutati o aiutare, non tuttavia alzare audacemente accuse contro i sommi sacerdoti della Roma più antica.

Il quarto Concilio di Costantinopoli si tenne dal 5 ottobre 869 al 28 febbraio 870 in due sessioni, la prima è riconosciuta dai cattolici, la seconda dagli ortodossi.

Gli originali greci del quarto Concilio di Costantinopoli sono purtroppo andati smarriti. L’estratto che riportiamo è tratto dalla versione datane dal bibliotecario Anastasio.

Si può comunque facilmente notare come la prassi di modificare i testi ufficiali, facendo sparire gli originali, abbia cominciato a diventare consueta nell’ambito della chiesa romana (il falso più clamoroso sarà proprio quello della Donazione di Costantino, con cui si riuscirà a convincere i franchi ad assumere il titolo di imperatori del sacro romano impero, in competizione con quello legittimo del basileus).

In questi testi appare evidente come la sede romana non voglia più avere rapporti con la sede ecclesiastica di Costantinopoli e pretenda di governare in occidente in maniera non solo ecclesiastica ma anche politica.

Dopo lo scisma del 1054

Dopo lo scisma del 1054 e la riforma teopolitica gregoriana, i bizantini arriveranno a negare qualunque primato, anche quello etico, alla sede romana e il patriarcato di Costantinopoli occuperà il primo posto tra le chiese ortodosse, seguito in ordine onorifico dalle altre chiese e patriarcati.

Il concetto di pentarchia viene addirittura usato dagli ortodossi in chiave anti-latina, in quanto che essa, a causa dello scisma romano, era diventata “tetrarchica”.

Successivamente la pentarchia verrà osteggiata dalle chiese nazionali indipendenti o autocefale (Georgia, Bulgaria, Serbia, Russia…), proprio perché i bizantini tendevano a impedire la formazione di chiese autonome dai quattro patriarcati.

Pentarchia e primato sono comunque apparsi sempre inconciliabili agli ortodossi, in quanto si veniva a negare la pari potestà e dignità a tutti i patriarchi. Al principio di una monarchia romana dalle forti accentuazioni assolutistiche, l’oriente bizantino ha sempre opposto il principio della collegialità, che trovava appunto conferma nella struttura di una chiesa universale come comunione di chiese locali.

Il primato che gli ortodossi riconoscevano a Roma aveva un riferimento al primato politico della capitale dell’impero, primato che per loro veniva progressivamente meno quanto più le tribù barbariche, di religione pagana o ariana, sconvolgevano l’unità ideologica e politica dello stesso impero.

Il primato di Roma andava inteso in senso onorifico, cronologico, etico, certamente non politico-giurisdizionale né, tanto meno, dogmatico. I bizantini consideravano il primato sempre all’interno di una visione sinodale-conciliare-collegiale della cristianità.

Non è mai stato riconosciuto alla sede romana un magistero dottrinale superiore a quello delle altre sedi patriarcali, e meno che mai una pretesa infallibilità della fede, tanto più che nelle controversie dottrinali cristologiche il contributo teologico di Roma è sempre stato del tutto irrilevante. Sino all’eresia filioquista le divergenze tra oriente e occidente cristiano vertevano su questioni pratiche, come l’amministrazione dei sacramenti, la celebrazione delle festività, ecc.

L’autorità indiscussa nel campo della dottrina era solo la fede trasmessa dai Padri nei concili. Ancora oggi la chiesa romana rifiuta questo principio in nome del fatto ch’essa si ritiene “unica chiesa di Cristo”.

Titoli ecclesiastici dell’Ordine episcopale secolare (www.alateus.it/gerarchia.htm)

VESCOVI ED EPARCHI

‘Vescovo’ deriva da epískopos, soprintendente, ‘eparco’ da epí, sopra e árchein, comandare. Sono tutti termini greci antichi.

Questi vescovi, detti ‘diocesani’ o ‘residenziali’ per distinguerli dai ‘titolari’ sono le guide spirituali d’una diocesi (od eparchia, in Oriente); devono aver ricevuto l’ordine sacro dell’episcopato ed esser in comunione con il Sommo Pontefice.

VESCOVO TITOLARE

È un titolo puramente onorifico conferito di solito a prelati di curia romana od ausiliarî (cioè che aiutano il vescovo in una diocesi) per dare loro il grado di vescovo senza coinvolgere diocesi veramente esistenti. Nominalmente sarebbe il capo di una diocesi esistente solo sulla carta perché da tempo soppressa od abbandonata. Fino al XX secolo era detto ‘vescovo in partibus infidelibus’ cioè “vescovo di una diocesi nei territorî infedeli” perché i nomi di queste diocesi platoniche erano quelli di città oggi ortodosse od islamiche.

Altri vescovi

I vescovi coadiutori sono degli ausiliarî con diritto di successione al vescovo che assistono; i vescovi emeriti sono gli ex vescovi d’una sede che han dovuto abbandonare per età, malattia od altro.

I principi vescovi

Nel medioevo accade che a certi vescovi residenziali ed a certi abati venissero concesso in feudo il territorio della sua sede: si parlò così di “vescovi-conti” o “principi vescovi”.

ARCIVESCOVO MAGGIORE

‘Arcivescovo Maggiore’ è il titolo che spetta al capo di una Chiesa cattolica di rito non romano, al quale però non è stato concesso il nome di ‘patriarca’ perché la sua sede ha meno prestigio od antichità di quelle patriarcali. Come i patriarchi, essi vengono eletti da un sinodo dei vescovi della loro Chiesa autonoma, però a differenza dei patriarchi gli arcivescovi maggiori devono esser riconfermati dal papa.

ARCIVESCOVO TITOLARE

È come i vescovi titolari, ma con un grado onorifico superiore; generalmente questa dignità vien concessa a prelati del Vaticano od a nunzî papali.

ARCIVESCOVO (RESIDENZIALE)

Nel rito latino, questo titolo spetta ai vescovi metropolitani, con qualche eccezione: per es., in Italia c’è una quindicina di arcivescovi suffraganei (cioè sottoposti ad un altro arcivescovo), quasi tutti nel Sud; Udine, Lucca e Gaeta, invece, sono diocesi senza suffraganee, che quindi dovrebbero essere solo vescovadi ma che però son state elevate dal papa al grado arcivescovile.(4) In genere tutte le più importanti città cattoliche hanno un arcivescovo.

L’arcivescovo ha una «limitata giurisdizione» sui suoi vescovi suffraganei.

PRIMATE

‘Primate’, da primus, è un titolo onorifico riservato al vescovo della diocesi anticamente più importante di un Paese; il primato oggi non comporta altro che alcuni privilegi di etichetta, ma nei tempi in cui le comunicazioni con Roma erano molto lente ed insicure ed in cui l’infallibilità papale non era un dogma, il primate rivestiva un certo ruolo nella conduzione delle Chiese locali.

PATRIARCA

“Patriarca” è il titolo del vescovo a capo di una Chiesa autonoma o d’una federazione di diocesi (eparchie) locali, con giurisdizione su tutti i vescovi di tali patriarcati.

Il Papa è il vescovo di Roma e patriarca della Chiesa cattolica di rito latino (o cattolica romana). Egli è il più alto di grado fra tutti gli altri patriarchi ed è a capo del collegio dei vescovi di tutta la cristianità cattolica. Molta della sua autorità (e dell’autorità della S. Sede) gli deriva de jure dalla sua qualifica di Patriarca dell’Occidente (e quindi capo della Chiesa romana), prima che dall’esser il capo visibile dell’insieme delle Chiese cattoliche.

È anche un Capo di Stato.

“Papa” è un titolo non ufficiale; i suoi titoli ufficiali sono: Sommo Pontefice della Chiesa Universale, vescovo di Roma, vicario di Cristo, successore di S. Pietro Capo degli Apostoli, Patriarca dell’Occidente, Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana, servo dei servi di Dio.

PATRIARCA MINORE

Il ‘patriarca minore’ (o ‘titolare’) è un titolo onorario concesso ad alcuni arcivescovi di rito romano, ma senza l’autorità che hanno i patriarchi veri e proprî (vedi sotto).

CARDINALE

‘Cardinale’ è un titolo onorifico concesso dal papa; sono cardinali di diritto i capi dei vari dicasteri vaticani ed i vescovi delle sette diocesi suburbicarie di Roma: in base al concordato, essi sono automaticamente cittadini vaticani anche se risiedono fuori di esso. Il diritto canonico così li definisce:«essi costituiscono il senato del pontefice romano; sono i suoi principali consiglieri e i suoi collaboratori nel governo della Chiesa». In concreto il titolo di cardinale dà a chi lo possiede il diritto di partecipare al conclave per l’elezione del nuovo papa.

‘Cardinale’ deriva da incardinatus, perché incardinato ad una chiesa di Roma (cioè teoricamente dovrebbe essere il parroco di una chiesa dell’Urbe (=”titolo”) come S. Agostino, Santa Maria sopra Minerva, ecc. oppure vescovo di una delle sette sottodiocesi attorno a Roma come la Sabina, Ostia, ecc.)

ESARCA

Derivante dal greco antico exarche’s, cioè “soprintendente”, era un termine usato anche in campo civile (gli esarchi di Ravenna erano i governatori bizantini della Romagna).

L’esarca governa, appunto, un esarcato, cioè una porzione del popolo di Dio che per particolari circostanze non è stato eretto a diocesi od eparchia, in qualità di delegato dell’autorità che l’ha creato e non in virtù di una propria potestà episcopale.

VICARIO APOSTOLICO

Il vicario apostolico è l’equivalente cattolico romano dell’”esarca” orientale; si tratta di un prelato nominato dal papa per governare spiritualmente un territorio che non è ancora diventato una diocesi per diversi motivi, come la mancanza di ministri del culto o di risorse materiali.

PREFETTO APOSTOLICO

È un prete – ma non un prelato – colle stesse responsabilità di un Vicario apostolico.

PREFETTO DI UNA PRELATURA PERSONALE

È un vescovo che guida una “prelatura personale” , cioè una società di chierici secolari stabilita dal papa per particolari funzioni apostoliche.

PAPA cronologia.leonardo.it/umanita/papato/cap065.htm

Il titolo Papa (dal greco pappas = nel suo originale significato il termine indica l’infantile papà) venne dapprima usato in oriente riferendosi alla paternità spirituale dei vescovi, abati e metropoliti. Nel V secolo si diffuse via via anche in occidente come titolo riservato al vescovo di Roma; indicato in questa sede come successore di Pietro, godendo così di quel primato derivato da quello attribuitogli da Cristo allo stesso Pietro in seno al collegio degli apostoli; ma poi anche fondatore della prima chiesa cristiana in Roma.

 

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Galavotti

Enrico Galavotti

Docente di Storia e Filosofia presso Liceo Linguistico Statale “Ilaria Alpi” di Cesena Docente presso MIUR

mail galarico@homolaicus.com

 

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il medioevo

di Enrico Galavotti | 8 Settembre 2015

IL MEDIOEVO

STORIA DEL MEDIOEVO – Feudalesimo e Cristianesimo medievale

 

L’usura nel medioevo

 

Premessa

 

Se accettiamo l’idea che il capitalismo commerciale sia nato prima di quello industriale, stando bene attenti a non confondere le due formazioni economiche, allora dovremmo anche accettare l’idea che il cattolicesimo-romano dell’epoca basso medievale ha contribuito enormemente, nonostante in genere appaia il contrario, allo sviluppo della prima forma di capitalismo.

Infatti l’Italia cattolica della seconda parte del feudalesimo, quella che va dal Mille alla scoperta europea dell’America, fu caratterizzata, al pari delle Fiandre, da una fiorente attività commerciale, invidiata da tutta Europa, un’Europa che sarebbe diventata “protestante” solo molti secoli dopo.

Se le cose stanno così è forse riduttivo sostenere che l’etica economica medievale, qui gestita dalla sola chiesa romana nella parte occidentale dell’Europa, fu di tipo “concessivo”, nel senso che tendeva progressivamente ad adeguarsi alle spinte borghesi che emergevano “ad extra” del proprio perimetro d’azione, delle proprie concezioni e dei propri stili di vita.

In realtà l’etica economica basso medievale fu anche il risultato di determinate posizioni politiche e ideologiche che la chiesa romana assunse “ab intra”, posizioni orientate verso la rottura dei tradizionali legami comunitari (ereditati dal mezzo millennio dell’alto Medioevo), verso l’affermazione di un temporalismo teocratico e, all’interno di questo, verso la supremazia autoritaria, sempre più monarchica, del pontefice su ogni altra istanza ecclesiale.

Lo sviluppo dei rapporti mercantili-monetari, chiaramente di tipo borghese, in cui il denaro diventava equivalente universale di tutti gli scambi, fu conseguenza indiretta di un mutamento di mentalità e quindi di posizione politica che avvenne all’interno della chiesa di Roma a partire sostanzialmente dalla costituzione del Sacro Romano Impero e proseguita sino alla nascita dei Comuni, alla riforma gregoriana e alla lotta per le investiture, all’inizio delle crociate nel Vicino Oriente e nei paesi Baltici, alla riscoperta accademica dell’aristotelismo e allo sviluppo della scolastica, all’eliminazione del dissenso ereticale dei movimenti pauperistici e alla rottura definitiva nei confronti della tradizione greco-ortodossa e bizantina.

Se questa tesi è vera, la storia del basso Medioevo va in parte riscritta, poiché stando ai documenti ufficiali dell’epoca e in genere alle tesi principali dei maggiori medievisti, la chiesa romana non appare come un fattore propulsivo del mercantilismo, ma semmai come un freno. Ed indubbiamente è stato così nella maggior parte dei paesi euroccidentali di quel periodo storico. Non tuttavia in Italia. Non a caso qui i grandi traffici commerciali fanno nascere quelle grandi rivoluzioni culturali che passano sotto il nome di realismo giottesco, di umanesimo nel pensiero e di rinascimento nelle arti.

Le Goff, Capitani ecc. sostengono che il mercantilismo, nato al di fuori delle tradizionali abitudini e competenze della chiesa romana, fu inizialmente tollerato in quanto non ritenuto particolarmente pericoloso per i criteri di vita della società feudale, tanto che l’etica economica medievale si configura come un’etica “concessiva”, disposta ad adeguarsi in maniera relativa al mutamento delle circostanze. Solo che ad un certo punto la situazione assunse degli sviluppi che sfuggirono al controllo della chiesa, e in questa incapacità politica delle gerarchie i medievisti laici vedono in genere un fattore di progresso per lo sviluppo dell’Europa, in particolare per quelle classi sociali che la stavano portando al di fuori dei cosiddetti “secoli bui”.

Qui sarebbe bene fare una puntualizzazione di metodo storiografico. Ci rendiamo conto che sarebbe ingenuo pensare di poter trovare un riscontro esplicito alla tesi che vogliamo sostenere nei documenti ufficiali dell’epoca, non foss’altro che per una ragione: le fonti storiche, specie quelle scritte, spesso servono non per svelare ma per nascondere la realtà.

Fa specie, in tal senso, vedere come Le Goff definisca il secolo XIII con l’espressione “secolo della giustizia”, solo perché i canonisti avevano equiparato “il furto usurario” a un “peccato contro la giustizia”. Ormai dovrebbe essere ritenuta pacifica la tesi secondo cui un periodo storico non può essere interpretato sulla base della concezione che esso ha di se stesso (e questo ovviamente vale anche per una persona o per una classe sociale).

Il passato non è più comprensibile del presente solo perché è “passato”. Esistono sempre margini tali di ambiguità che nessuna fonte storica è in grado di colmare. Pensare di poter ricostruire delle vicende passate sulla base delle fonti storiche prodotte nello stesso periodo in cui sono avvenute quelle vicende, è pura illusione. Peraltro nel Medioevo i falsi elaborati dal clero, regolare e secolare (l’unico ceto in grado di poterlo fare), non sono pochi, per cui le fonti scritte meno di altre possono servire per ricostruire quelle vicende storiche e comprendere le motivazioni che ne hanno determinato lo svolgersi.

Lo stesso vale per il presente. Infatti, anche se è vero che la lettura e la scrittura riguardano la stragrande maggioranza delle persone (almeno nei paesi industrializzati), è però anche vero che nelle civiltà antagonistiche le opinioni dominanti sono soltanto quelle espresse dai poteri dominanti, politici ed economici, che tutelano interessi di una ristretta minoranza di persone.

Se fra mille anni gli storici che vorranno comprendere la realtà dell’attuale Terzo Mondo, si baseranno unicamente sulle fonti reperite nei paesi capitalisti, di quella realtà non capiranno assolutamente nulla, e non capiranno nulla neppure se useranno le fonti di quei potentati che in questo momento sono presenti nello stesso Terzo Mondo.

 

L’usura e l’etica economica medievale

 

Prima di procedere nella disamina dell’argomento in oggetto, è bene precisare che qui si ha intenzione di rispondere a quattro precise domande.

Nel Medioevo:

qual era l’atteggiamento che la chiesa aveva nei confronti dell’usura?

l’usura quando è diventata un grave problema?

quando si è cominciato a giustificarla?

l’usura ha davvero favorito la nascita del capitalismo?

Concluderemo poi la trattazione con delle considerazioni finali.

 

I – Chiesa cristiana e usura

 

Periodo Alto Medievale

 

L’atteggiamento che ha avuto la chiesa cristiana nei confronti dell’usura teoricamente è sempre stato piuttosto netto, sicuramente più netto di quello della cultura ebraica, che poneva il divieto entro i confini del solo giudaismo, tra aderenti alla medesima confessione ebraica, ma lo tollerava tranquillamente nei rapporti con gli stranieri di religione pagana (cfr Dt 28,12; 23,20; Es 22,24; Lv 25,35 ss; Sal 15,5; Pr 28,8; Ez 18,13ss; 22,12 ecc.).

Sappiamo comunque che anche il divieto ebraico restava un lontano ideale, in quanto la Legge in più punti prescriveva dei limiti al creditore nell’esigere pegni (cfr Es 22,25; Am 2,8; Gb 24,3.9; Dt 24,6; 24,10), proprio per non far diventare il povero lo schiavo di un proprio connazionale (cfr Lv 25,39ss; Am 2,6; Ne 5,1-13).

D’altra parte i tassi praticati da Israele non superavano mai quelli delle civiltà ad essa coeve (p.es. nel codice Hammurabi si arriva fino a 50-70%).

Nel periodo ellenistico si arrivò (se si esclude l’Egitto dove rimase al 24%) a un tasso ragionevole dell’8-10%. Nel I secolo d.C. un decreto imperiale lo fissò al 12% nelle province d’Asia.

Nella legislazione giustinianea troviamo i primi “massimali” relativi all’usura su base annua: i senatori non potevano chiedere più del 4%, la maggior parte della popolazione non poteva chiedere più del 6%, gli uomini d’affari non potevano superare l’8%; ma per i prestiti marittimi, ad alto rischio, si poteva giungere sino al 12%.

Sotto l’imperatore Niceforo (802-811) si proibì ai sudditi di riscuotere interessi: solo lo Stato poteva farlo al 16,66%. Anche Basilio I (867-86) proibì l’usura.

E’ evidente che con queste misure si tentava di salvare capra e cavoli: da un lato si scoraggiava la partecipazione dell’aristocrazia al mercato dei capitali, dall’altro si permetteva che venissero richiesti interessi superiori al 6% generalizzato, al fine di incoraggiare le spedizioni a rischio.

Tuttavia nell’XI il tasso ufficiale d’interesse, ch’era andato aumentando progressivamente in base al corso della moneta, arrivò al 5,5% per le persone di alto rango, al 8,33% per la maggior parte della popolazione e al 11,71% per gli uomini d’affari.

Questo significa che, malgrado la condanna religiosa del prestito ad interesse, gli imperatori bizantini, realisti, non tentarono mai seriamente di proibirlo; piuttosto, scelsero di autorizzarlo per meglio controllarlo. Quanto alla chiesa, essa si limitava a condannare gli ecclesiastici che la praticavano.

Ostrogorsky afferma che “sebbene l’usura fosse contraria alla moralità medievale, la proibizione di prestare a usura era molto rara a Bisanzio. Le esigenze dell’economia monetaria, molto sviluppata nell’impero, ignoravano i precetti della morale e il prestito a usura era stato in ogni tempo molto diffuso a Bisanzio”(Storia dell’impero bizantino, Einaudi, p. 171).

Generalmente l’usura si forma quando si è in presenza di un’economia mercantile e di antagonismi sociali. Il fatto che l’usura avesse dei tassi ufficiali regolamentati dallo Stato può far pensare anche al fatto, oltre al mercantilismo e alle classi contrapposte, vi fosse da parte delle istituzioni il tentativo di far valere alcuni valori etico-religiosi volti a impedire che il fenomeno dilagasse.

Non c’è fonte patristica, latina o greca, che non condanni decisamente il fenomeno dell’usura. La prima condanna la troviamo in Clemente Alessandrino (Paedagogus, 1,10 e Stromata 2,19), ma subito dopo gli fanno eco Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,17), Cipriano (Testimoniorum libri III ad Quirinum, 3,48), Commodiano (Instructiones 65), Lattanzio(Institutiones divinae, 6,18), Ilario (Tractatus in Ps XIV 15), Ambrogio (De Off. II,3, De Bono Mortis 12,56, De Nab. 4,15, Epistola 19 e De Tobia 42), Girolamo (In Ez. Commentarii 6,18), Agostino (Ennarationes in Ps. XXXVI, sermo 3,6; 38,86 e De baptismo contra Donatistas 4,9), Leone Magno (Ep. IV e sermo XVII). In particolare Girolamo sosteneva che il divieto dell’usura tra “fratelli (ebrei)” (Dt 23,20) era stato “universalizzato” dai profeti e dal Nuovo Testamento, e tuttavia non si diffonderà mai in occidente un’interpretazione universalistica della parola “fratello”, poiché anche quando si comincerà a parlarne, nei secoli XII e XIII, lo si farà in maniera del tutto astratta e convenzionale, in riferimento ai cattolici-romani sparsi nel mondo, certamente non in riferimento ai cristiani ortodossi né tanto meno ai musulmani, nei confronti dei quali, proprio in quei secoli, sarà durissima la contrapposizione ideologica, politica e militare.

Per non parlare dei padri greci: Basilio (Homilia II in Ps XIV), Gregorio Nazianzeno (Or. 16,18), Gregorio Nisseno (Ep. ad Letoium, Contra usurarios, Homilia IV in Ecclesiastem), Giovanni Crisostomo (Homilia LVI in Mt, Homilia XVI in Gen, Hom. XIII in 1 Cor, Hom. X in 1 Tess.). E non si devono dimenticare il canone 20 del concilio di Elvira (300), Arles (314), Nicea (325) e Clichy (626).

Tra i padri latini bisogna spendere una parola per Ambrogio, il quale pur dipendendo da Basilio, se ne discosta su due punti fondamentali (nel suo De Tobia, a cura di M. Giacchero, Genova 1965): 1) accetta che l’usuraio faccia il prestito a condizione che il beneficiario possa disporre del denaro come vuole, possa cioè investirlo, restituendo la somma con gli interessi solo una volta ottenuta una rendita dal proprio investimento; 2) nei confronti dello straniero, nemico di guerra, egli permette che si esiga l’interesse sul debito quando lo straniero non può essere facilmente vinto in guerra o quando lo si potrebbe uccidere senza compiere un delitto, secondo il principio “dov’è il diritto di guerra, lì è anche il diritto di usura”: col che egli poneva un’adesione pressoché letterale, e certamente poco cristiana, al dettato veterotestamentario. Ambrogio non intenderà mai la parola “fratello” in senso universalistico.

Periodo Basso Medievale

Nell’età carolingia Rabano Mauro (784-856) proibisce l’usura fra cristiani, siano essi laici o ecclesiastici, ma nei confronti degli infedeli o dei criminali ritiene giusto l’interesse “spirituale” (il pentimento, la fede, la conversione…), come “compenso” per le spese sostenute per la predicazione loro rivolta della parola di dio.

Coll’inizio delle crociate si comincia a sostenere in Italia che si può chiedere usura ai musulmani, anche se questo avrebbe potuto voler dire per i musulmani impiegare i capitali ricevuti contro gli interessi dei cristiani. D’altra parte durante le crociate l’usura ebbe grande diffusione, tanto che già alla fine del XII sec. gli usurai cristiani erano di molto superiori a quelli di origine ebraica. Tra il Mille e il XIII secolo il tasso annuale che gli ebrei in Francia non devono superare era del 33,5%. Analogamente a Firenze, Milano, Pistoia, Lucca il tasso medio annuo si aggirava sul 30% (in Inghilterra invece andava dal 12 al 33%).

Anche nell’area bizantina nell’XI secolo si passa ad una scala diversa e più elevata dei tassi usurari: per i senatori il 5,55%, per la gente comune il 8,33%, per gli uomini d’affari l’11,71%, per i prestiti marittimi il 16,66%. I medesimi tassi resteranno in vigore nel corso del XII secolo. Ma Catacolone Cecaumeno, duca di Antiochia caduto in disgrazia, militare e aristocratico, continua a tuonare contro il prestito a interesse. Il vecchio generale approvava soltanto il prestito finalizzato al riscatto dei prigionieri (che tra l’altro era l’unico motivo che giustificasse la vendita di beni ecclesiastici) e condannava tutte le altre forme di prestito: per ricavarne interessi; per ricavarne guadagni illeciti (quindi sono da evitare anche le associazioni d’affari); per guadagnare i favori di una donna; per favorire chi vuole appaltare un posto nell’amministrazione o chi vuole acquistare schiavi o terreni…

Per tutto il basso Medioevo schiere di teologi e canonisti favorevoli o contrari all’usura si dividevano sulla questione di sapere a chi essa fosse rivolta: infatti, quanti appoggiavano l’idea clericale di un’affermazione temporale della chiesa non avevano dubbi nel ritenerla lecita nei confronti degli stranieri, degli infedeli, dei nemici di guerra e della chiesa romana in generale; quanti invece affrontavano l’argomento in chiave puramente etica, erano in genere contrari a qualunque forma di usura, che veniva paragonata a una sorta di “furto” e a volte persino di “eresia”.

Tra i seguaci del primo atteggiamento si annoverano: Graziano (1140), Pietro Comestore (m. 1179) e Guglielmo di Auxerre (m. 1230), che giustificavano in qualche modo l’usura praticata dai cristiani nei confronti degli stranieri o dei nemici, dicendo che anche il Vecchio Testamento aveva permesso la stessa cosa agli ebrei, al fine di evitare che la praticassero tra loro; Alessandro di Hales (m. 1249), per il quale non si può riconoscere il diritto di proprietà a chi può essere legittimamente ucciso, per cui l’usura non può essere considerata un furto; papa Alessandro III (1159); Bernardo da Pavia (m. 1213); Uguccione (1188); Giovanni Teutonico (1216); Enrico Bohic (1340).

Tra i seguaci del secondo atteggiamento troviamo Anselmo d’Aosta (1033 – 1109), Pietro Lombardo (1100-1160) che paragonano l’usura al furto; Pietro Cantore (m. 1197) che accusa principi e prelati cristiani di non avere scrupoli nel servirsi dei prestiti a interesse da parte degli usurai cristiani; Alberto Magno (1193-1280), Tommaso d’Aquino (1225-74), Raimondo da Peñafort (1234), Ostiense (1271) e Guglielmo Durand (1237-96), per i quali l’usura andava proibita anche agli ebrei.

Quanto ai concili ecclesiastici bisogna dire che mentre il Lateranense II (1139) è ancora fermo nel condannare teoricamente l’usura (l’usuraio cristiano non pentito è indegno dei sacramenti e del funerale religioso), il Lateranense III (1179), costatando che molti cristiani abbandonavano i loro mestieri per diventare usurai, condanna soltanto i veri e propri “professionisti” dell’usura, quelli che campavano facendo questo mestiere, non quindi gli usurai occasionali, mentre ilLateranense IV (1215) pone per la prima volta una netta distinzione tra “usura”, sempre vietata, e “interesse”, lecito entro tassi ragionevoli, impedendo però ai cristiani di commerciare con ebrei usurai. In questo concilio si riprendono termini più in uso nella giurisprudenza romana che in quella alto medievale.

Il II concilio di Lione (1274) e il concilio di Vienne (1311) ribadiscono la condanna dell’usura, anzi minacciano la scomunica a quei capi di Comuni o di Stati che la tollerano nei loro territori.

 

II – Il problema dell’usura ovvero quando l’usura diventa un problema

 

Situazione generale

Le condanne dell’usura cominciano a inasprirsi tra la metà del XII secolo e la metà del XIII. L’usura scoppia praticamente subito dopo il Mille, ma le premesse “ideologiche” non “materiali” per la sua affermazione erano già latenti nell’alto Medioevo, in concomitanza con la costituzione illegale del Sacro Romano Impero, in opposizione a quello del basileus di Costantinopoli, che determinò la corruzione del clero, lo smantellamento delle tradizioni bizantine, la revisione profonda di principi conciliari (il Filioque) e di prassi ecclesiali, sino alla rottura definitiva, con le reciproche scomuniche, del 1054, anticamera dello scatenamento delle crociate anche in funzione anti-ortodossa.

In questa situazione di lassismo etico e di revisionismo ideologico (cui si cercherà di porre rimedio con l’integralismo politico-religioso della riforma gregoriana), fu facile agli ebrei, soggetti già a molte discriminazioni, approfittare del fatto che la legislazione vigente non colpiva direttamente la loro categoria. Se fino ad allora l’usura non aveva attecchito in misura significativa, era stato semplicemente perché l’economia rurale basata sull’autosussistenza, in una neonata società cristiana, la rendeva assai poco praticabile. Certo, poteva accadere che durante un periodo di carestia, usuraio fosse anche chi non esitava a vendere i beni di prima necessità a prezzi esorbitanti, magari dopo aver tenuto la merce nascosta dolosamente, nell’attesa fiduciosa del rincaro dei prezzi.

Tuttavia anche dopo la riforma gregoriana la condanna dell’usura si porrà più che altro sul terreno delle enunciazioni teoriche (la proibizione di vendere il tempo o di far generare denaro dal denaro, sterile per definizione, ecc.), cui si riuscirà a dare un seguito pratico solo nei confronti degli ebrei, facilmente individuabili e legalmente poco tutelati. Gli ebrei venivano condannati anche perché erano visti dagli usurai cristiani come dei concorrenti. Non a caso già nel XIII secolo si afferma il principio che l’usura è semplicemente “un peccato contro il giusto prezzo”, quello di mercato, ovvero che è un interesse esagerato, dettato dalla personale cupidigia.

All’usuraio, che specula sul denaro, si tende sempre più a opporre il mercante, che guadagna legittimamente coi commerci. Si accetta tranquillamente, nel XIII secolo, il fatto che il lavoro (quello ovviamente mercantile) sia a fondamento della ricchezza e si rifiuta l’usura in quanto guadagno senza lavoro.

L’antisemitismo apparso nei secoli XII-XIII è una conseguenza del fatto che alle contraddizioni del capitalismo commerciale non si sa opporre altra soluzione che quella di criminalizzare singole categorie di persone. Gli ebrei, pur essendo economicamente forti, erano politicamente molto deboli, per cui era molto facile far passare la loro situazione finanziaria come un privilegio ingiustificato. Tant’è che mentre gli usurai cristiani venivano processati in tolleranti tribunali ecclesiastici, quelli ebrei invece erano sottoposti ai più severi giudizi dei tribunali laici.

I sovrani infatti, che pur ricorrono abbondantemente a prestiti usurari, possono espropriare gli usurai come e quando vogliono, sicuri di non incorrere in sanzioni ecclesiastiche.

In generale tuttavia la condanna dell’usura, in tutto il basso Medioevo, è più teorica che pratica, anzi forse è tanto più teorica quanto meno è pratica.

Gli italiani in particolare erano dei grandissimi usurai, i toscani, i vicentini ma soprattutto i lombardi, che vivevano negli attuali Piemonte, Lombardia ed Emilia e che provenivano dai ceti dirigenti dei maggiori Comuni italiani. Costoro erano usi a frequentare i periodici incontri commerciali che dalla seconda metà del XII secolo si tenevano in quei centri della francese Champagne in cui confluiva la produzione francese e fiamminga. E lì cominciarono a praticare non solo il commercio delle mercanzie ma anche quello del denaro, finché ad un certo punto si specializzarono nella sola attività creditizia, che rendeva molto di più.

All’inizio la loro attività fu resa necessaria dal fatto che esistendo numerosissime monete, occorrevano esperti in grado di cambiarle, assegnando a ciascuna moneta il giusto valore. In seguito, nonostante i divieti canonici, essi si trasformarono in veri e propri usurai, dotati, a differenza degli ebrei, di ampi diritti civili e politici, in quanto cittadini di autonomi Comuni italiani.

Ed erano usurai legalizzati, in quanto detenevano il monopolio di un’attività permessa dalle autorità pubbliche. L’attività del banco si esplicava principalmente nel prestito su pegno, fissato a scadenza settimanale e di solito prorogato per un anno. I tassi variavano a seconda del cliente e del tipo di pegno e non erano certo bassi, se è vero che in Borgogna nel 1390-91 i lombardi furono costretti dal sovrano Filippo l’Ardito a restituire tutti i pegni, annullando i debiti dei loro clienti.

I re francesi (p.es. Luigi IX nel 1258 e 1268, ma anche Filippo il Bello nel 1291) spesso li cacciavano dal regno, requisendo tutti i loro beni, ma poi, dietro pagamento di una forte tassa, li riammettevano tranquillamente. E se le tasse erano insostenibili, i lombardi preferivano trasferirsi altrove, sicuri di poter continuare meglio i loro affari. A Treviri, nel 1262, furono addirittura accolti dall’arcivescovo!

Nella seconda metà del XIII secolo, dopo aver largamente frequentato territori come la Borgogna, l’Alsazia e la Lorena, la valle della Sarre, il Brabante, il Lussemburgo e altri ancora, si insediano stabilmente, sino all’età moderna, nelle Fiandre, uno dei principali centri industriali e commerciali del Nord Europa. Ma bisogna dire che per tutto il ‘300 non c’è regione europea che non abbia conosciuto la frenetica attività degli usurai e cambiatori italiani.

Le prime serie misure contro questi usurai furono prese con l’istituzione dei Monti di Pietà, agli inizi del ‘500. Ma nelle Fiandre (Paesi Bassi) tali Monti furono istituzionalizzati solo nel 1618, dopo che s’era tentato, invano, di far abbassare i tassi degli usurai lombardi dal 33% al 22%. Qui infatti i lombardi erano diventati consiglieri di conti, ricevitori generali delle finanze pubbliche, abili precettori d’imposte e zecchieri, per non parlare dei titoli nobiliari ch’erano riusciti ad acquistare e a trasmettere alla loro discendenza.

Non dimentichiamo che le Fiandre furono all’origine della trasformazione dell’Inghilterra da paese feudale a paese capitalistico.

[Per la stesura di questo paragrafo ci si è avvalsi di un contributo trovato nel seguente sito: www.villaggiomondiale.it. Trattasi di un estratto da una tesi di laurea della dr.ssa Daniela Capone, avente come tiolo “Profili dell’usura e della polemica antiebraica nel Rinascimento. Il mercante di Venezia di Shakespeare“. Le parti utilizzate sono state poste tra parentesi quadre.]

 

Situazione degli ebrei

 

[A partire dal XII secolo, si assiste, in Europa occidentale, a uno straordinario diffondersi dell’usura tra gli ebrei: l’usuraio è di norma un ebreo, e la parola “ebreo” acquista il significato di “usuraio”. Gli ebrei prestano denaro ai governi per i loro eserciti e le loro funzioni, ai nobili per i loro lussi, ma anche alle classi più modeste, artigiani e contadini e perfino alle abbazie e ai conventi.]

[In tutta Europa, la loro condizione sociale è quella di “servi della corte del re” (“servi camerae regis”); secondo la legge inglese sono considerati parte integrante dei beni del sovrano; in Germania gli imperatori del Sacro Romano Impero rivendicano sui loro averi diritto di proprietà assoluta, con la facoltà di espellerli, venderli o darli in pegno; mentre in Francia, a norma degli Statuti di San Luigi re (1270), i giudei sono di proprietà dei nobili nel cui territorio risiedono.]

[Per legge, gli ebrei potevano soltanto esercitare taluni mestieri manuali, quali quelli dell’artigiano (fabbro, sarto, muratore, tessitore, vasaio, ecc.), alcune occupazioni del settore terziario (osti, librai, scrivani, ecc.), ma non potevano svolgere alcuna libera professione, salvo quelle di medico, prestatore di denaro, coniatore di monete e importatore di spezie.]

[Anche se il mestiere di usuraio non era scevro da gravi pericoli, sia per l’incerto status sociale dei giudei, sia perché i debitori spesso tendevano a sottrarsi ai loro impegni contrattuali fomentando l’antisemitismo e le persecuzioni razziali, gli ebrei avevano buoni motivi per farsi usurai.]

[Anzitutto, non essendo cristiani, non erano toccati dal divieto della Chiesa e non avevano nulla da perdere; in secondo luogo, soggetti com’erano a persecuzioni, sopraffazione e soprusi d’ogni genere, erano naturalmente portati a scegliere un mestiere i cui profitti fossero facili a nascondersi e a trasferirsi; in terzo luogo, la strettezza dei rapporti che intrattenevano con i loro correligionari non solo in Europa ma anche nelle contrade islamiche rendeva loro più agevole procurarsi e scambiarsi la valuta occorrente per grosse operazioni finanziarie. Gli ebrei, esercitando l’usura, soddisfacevano un bisogno reale della società, in un’Europa che stava passando da un’economia di mera sussistenza a un’economia che richiedeva un maggiore uso di denaro, bene che allora era assai scarso.]

[Esposti a infamanti accuse d’avvelenamento e d’omicidio rituale, sempre minacciati di repentina espulsione, privati perfino del diritto alla vita, gli ebrei erano indotti a vedere nel denaro la sola arma di difesa, anzi, una cosa dotata di valore sacro. Era col prestito di questa cosa preziosa, il denaro, che gli ebrei si guadagnavano da vivere, anche se non è da credere che tutti accumulassero ingenti fortune.]

[I tassi applicati ai prestiti erano spesso alti, ma soprattutto variavano in modo considerevole da luogo a luogo. Allora come ora, l’entità del saggio d’interesse era indicativa dello stato dell’economia di un paese: per esempio, il tasso praticato nella Repubblica di Venezia, che oscillava tra il 5 e l’8 per cento, era prova della floridezza della Serenissima, mentre un tasso assai elevato, come quello massimo in uso in Austria verso la metà del XIII secolo denunciava il sottosviluppo di quel paese.]

[Essere usuraio era a quel tempo una cosa estremamente scomoda: l’usuraio si trovava costantemente tra due fuochi: la Chiesa e lo Stato.]

[La Chiesa si sforzò di cristianizzare la società e lo fece con metodi consueti ai potenti: il bastone e la carota. Il bastone fu satana e il diavolo fu razionalizzato e istituzionalizzato dalla Chiesa e cominciò a funzionare bene intorno all’anno Mille.]

[La carota fu il purgatorio; in altre parole, l’usuraio non aveva che una scelta: se sceglieva il profitto usuraio, che gli consentiva di vivere e prosperare, cadeva nelle grinfie del diavolo e optava per l’inferno e la dannazione eterna; se invece, anche solo in punto di morte, si pentiva sinceramente e restituiva il maltolto, la sua anima andava in purgatorio. La via del purgatorio, però, era tutt’altro che agevole; infatti, sovente l’usuraio moriva di morte improvvisa, ovvero perdeva la parola quand’era vicino alla resa dei conti con Dio, e comunque non riusciva a confessare i suoi peccati.]

[Tutto ciò quanto al destino della sua anima; quanto al suo corpo, ci pensava il potere temporale a sistemarlo a dovere. “Usurai ebrei e stranieri dipendevano dalla giustizia laica, più dura e repressiva. Filippo Augusto, Luigi VIII e soprattutto San Luigi emanarono una legislazione assai dura nei confronti degli usurai ebrei, contribuendo così a fomentare l’antisemitismo già assai diffuso fra la popolazione”.]

[Come ben sappiamo, la Chiesa aveva da tempo tassativamente proibito ai cristiani, religiosi e laici, d’esercitare l’usura, dando inoltre facoltà ai preti d’esimere i debitori dal pagare interessi, come pure d’indurre gli usurai, spesso in punto di morte, a rendere ai debitori le somme percepite come interessi sui mutui, ovvero a farne donazione alla Chiesa stessa.]

[Questa, intanto, rimaneva ferma sulle sue posizioni dottrinali; anzi, a partire dall’XI secolo, calcò sempre più la mano sui divieti e sulle pene da comminare ai trasgressori. Il divieto del prestito a interesse si fece assoluto in concomitanza con lo sforzo di attuare il progetto ierocratico dei papi, progetto che tendeva alla “clericalizzazione della società dei fedeli”, e che inevitabilmente produsse l’irrigidimento delle norme antifeneratizie.]

[Quale sia nei primi secoli dopo il Mille l’origine dello stereotipo dell'”ebreo usuraio”, quello stereotipo che si trasformerà poi in pregiudizio e sarà una delle giustificazioni dell’antisemitismo, è dunque il risultato di un contrasto, allora insanabile, tra la Chiesa e la comunità ebraica.]

[La Chiesa fra il Due e il Quattrocento fissò una netta distinzione fra usura e credito e identificò come usura solo il prestito a interesse su pegno gestito pubblicamente. Gli ebrei ebbero il ruolo di usurai non perché effettivamente monopolizzassero il mercato del denaro, ma per due ragioni principali:

le loro attività economiche, qualunque fossero, erano identificate dal mondo cattolico come “usuraie” perché praticate da “infideles”, ritenuti incapaci in quanto tali di intendere il senso spirituale delle Scritture e, di conseguenza, ritenuti estranei, in quanto “carnales”, ossia non convertiti e ostinati nel proprio errore; inoltre l’effettiva presenza di prestatori su pegno ebrei nelle città italiane alla fine del Medioevo, anche se promossa e sollecitata dalle città stesse, confermò l’immagine precedente e consentì all’attenzione pubblica di distogliersi dal contemporaneo, forte sviluppo della banca cristiana, che nella realtà andava monopolizzando i circuiti del denaro in tutta Europa.]

[Si giunse così, nel 1215, in occasione del quarto Concilio Lateranense, alla descrizione dell’usura come di un comportamento tipicamente ebraico e specificamente mirato ad indebolire economicamente la società cristiana e le chiese.]

[Il Concilio Lateranense II (1139) confermava la scomunica degli usurai; nel III Concilio Lateranense (1179) il prestito a interesse veniva di nuovo condannato con la massima severità, mentre col IV Concilio di Lione (1214) papa Gregorio X chiamava i cristiani a fare ogni sforzo per porre termine alla pratica dell’usura; l’anno dopo, Innocenzo III imponeva ai giudei l’obbligo di portare sul petto il distintivo della loro condizione di emarginati o di mettere in capo un berretto giallo (disposizione che però non fu sempre rigorosamente applicata a Roma e, in genere, in Italia).]

[Questi severi provvedimenti delle somme autorità religiose, ovviamente supportate dal “braccio secolare”, rendevano pericoloso l’esercizio dell’usura da parte dei cristiani; mentre come si è detto per gli ebrei, popolo reietto e abbandonato dal Dio cristiano, non avevano nulla da perdere, né sulla terra né in cielo, essendo già, salvo il caso di pronte conversioni alla vera fede, predestinati alla dannazione eterna.]

[Accadeva così che gli usurai ebrei, ancorché odiati e disprezzati, fossero preferiti agli usurai cristiani, i quali, correndo rischi anche più gravi dei giudei, praticavano spesso tassi d’interesse più esosi.]

[Col progredire dei traffici, il numero dei cristiani che osavano praticare l’usura era andato crescendo di continuo.]

[A peggiorare la situazione si aggiungeva questa complicazione: i re di Francia, di Spagna, d’Inghilterra e così via, non solo pretendevano denaro a prestito dagli ebrei per le loro guerre, le sante crociate, le opere pubbliche, ecc., ma imponevano loro pesanti taglieggiamenti sotto forma di tasse sui proventi dell’usura.]

[C’erano, a disposizione dei monarchi, altri e più duri metodi, peraltro, di taglieggiare gli ebrei e rimpinguare i forzieri reali: si poteva emanare un editto per la cancellazione di tutti i debiti, o si potevano arrestare gli ebrei in massa, costringendoli a pagare un forte riscatto; si potevano applicare loro multe esorbitanti, o imporre “donazioni” per circostanze straordinarie (matrimoni regali, nascite di principi e così via); e infine- soluzione finale – si potevano espellere dal regno tutti gli ebrei, facendo loro pagare assai cara l’eventuale riammissione.]

[Uno dei primi a far ricorso a questo odioso mezzo fu Filippo Augusto, re di Francia, che nel 1182 cacciò dal paese tutti gli ebrei e ne confiscò i beni; di lì a pochi anni li riammise imponendo loro una pesante donazione.]

[Molti ebrei espulsi trovarono rifugio in Inghilterra, ma per essere espulsi un secolo dopo anche in questo paese.]

[In Europa, gravi avvenimenti fecero seguito alla cacciata degli ebrei dall’Inghilterra: l’espulsione delle importanti comunità ebraiche della Francia e in Germania. Molti dei giudei cacciati trovarono rifugio in Turchia, in Polonia e anche in Italia.]

[Nel XIII secolo, un fatto nuovo era sopravvenuto a complicare le cose: i primi banchieri italiani avevano cominciato a prendere il posto degli ebrei nella vita economica dei paesi. A volte il re, trovandosi indebitato con prestatori di denaro stranieri (non ebrei), e specialmente con italiani, concedeva ai suoi creditori la facoltà di rivalersi sugli ebrei, riscotendo in sua vece le imposte da loro dovute.]

[Infatti questo fenomeno aggravava la situazione economica e peggiorava la posizione sociale degli ebrei nell’Europa del nord: lo sviluppo e il rafforzamento delle iniziative finanziare dei lombardi cominciavano a spezzare quello che era stato un vero e proprio monopolio degli ebrei, l’usura, riducendo molti di costoro alla più umile professione di prestatori su pegno.]

[Lo stereotipo dell’ebreo usuraio e il marchio di usura attribuito all’intero popolo ebraico a partire dai primi secoli dopo il Mille e a causa della loro esclusione da quasi tutte le attività economiche ad eccezione di quella del prestito ad interesse, hanno determinato e sviluppato le radici dell’antisemitismo moderno.]

 

Commento alla tesi di Daniela Capone

 

Come si può notare la tesi sostenuta da Daniela Capone è in sostanza la seguente: la chiesa romana cominciò ad un certo punto ad emanare tante più sentenze antiusuraie quanto più diventava politicamente teocratica, nel senso che dette sentenze riflettevano l’inevitabile antisemitismo conseguente a quella ideologia integralistica. La chiesa romana non si opponeva all’usura per motivi etici, ma perché, ambendo a un potere assolutistico, doveva necessariamente opporsi a tutte quelle realtà che la contestavano, che sfuggivano al suo controllo, che minavano la sua credibilità o che potevano servire per coagulare consensi: tra queste realtà sociali vi erano gli ebrei, per i quali fu facile trovare l’accusa d’essere usurai.

L’antisemitismo era dunque funzionale a esigenze politiche e la lotta contro l’usura rientrava in un piano strategico più generale di affermazione imperiale del papato.

Dove sta il limite di fondo di questa tesi, che pur presenta aspetti condivisibili? Il limite sta nel fatto che la chiesa cominciò a perseguitare gli ebrei nel momento stesso in cui cominciò a favorire i mercanti. Il suo progetto di affermazione teocratica andò di pari passo con l’affermazione del mercantilismo, e di quest’ultimo gli ebrei costituirono soltanto una componente limitata, che in nessun modo avrebbe potuto mettere in discussione l’evolversi dei processi ecclesiastici iniziati con la riforma gregoriana, né favorire in maniera decisiva l’evolversi dei processi mercantili iniziati con lo sviluppo del sistema comunale.

L’usura praticata dagli ebrei non favoriva infatti, direttamente, il mercantilismo, ma semmai minava le basi del feudalesimo. Il mercantilismo aveva bisogno di ben altre condizioni, strutturali e sovrastrutturali, per potersi diffondere. E in ogni caso l’usura era tanto più praticata dagli ebrei quanto più praticato dai cristiani era il mercantilismo. E l’antisemitismo, sempre e ovunque, diventa tanto più marcato quanto meno si riesce a porre un freno allo sviluppo delle contraddizioni antagonistiche del mercantilismo.

La chiesa romana non fu dunque contraria all’usura semplicemente perché contraria agli ebrei; anzi, l’antisemitismo fu indirettamente un favore che la chiesa romana fece al mercantilismo, il quale conosceva forme di usura praticate abbondantemente anche dai cristiani. Tale mercantilismo, per potersi sviluppare “legalmente”, aveva bisogno di una realtà da presentare come forma antitetica da superare, come negatività da reprimere, e quella ebraica veniva facilmente incontro a tale esigenza.

Se vogliamo, la chiesa romana favorì addirittura l’usura cristiana, riveduta e corretta coi concetti di “interesse”, “rischio”, “prestito su pegno”, “purgatorio” ecc., proprio opponendosi formalmente all’usura ebraica e venendo incontro alle nuove esigenze della classe borghese, e si opporrà nettamente al mercantilismo solo quando questo rivendicherà un potere politico, cioè sostanzialmente solo verso la prima metà del ‘500, quando il mercantilismo troverà nel protestantesimo il suo decisivo e definitivo puntello ideologico.

III – La giustificazione dell’usura

La giustificazione dell’usura avviene in maniera progressiva nell’ambito della chiesa romana. I fattori ideologici che l’hanno favorita sono stati i seguenti:

 

l’introduzione dell’aristotelismo nella teologia scolastica, che pone (specie dopo il

1260) le basi di un affronto più “economico” che “etico” o più di “etica economica” che non di “teologia” del problema dell’usura e che in definitiva porterà alla distinzione di “usura” e “interesse”. 

P.es. la proibizione scolastica dell’usura non si basa tanto su ragioni etiche di “charitas evangelica” (quella secondo cui bisogna prestare senza sperare nulla in cambio, stando a Lc 6,34 s.), quanto su ragioni giuridiche di “aequitas“, in quanto si riteneva fondato il principio aristotelico relativo alla sterilità del denaro, considerato come mera misura del valore dei beni e non come merce di scambio universale; sicché non si poteva pretendere un interesse su una cosa che in sé non valeva nulla.

Ma quando i teologici e i canonisti s’appellano alla “equità” s’era già perso il primato del valore d’uso su quello di scambio e, proprio in virtù dell’aristotelismo, essi arriveranno ben presto a premiare il rischio, cioè l’incertezza connessa a un prestito finanziario (mutuum), e quindi a ritenere legittima la “vendita del tempo”, che per tutto l’alto Medioevo fu cosa assolutamente inammissibile.

Il concetto di peccato come “intenzione soggettiva”. Tra la fine dell’XI sec. e l’inizio del XIII la concezione del peccato e della penitenza si interiorizza, nel senso che si perde l’oggettività del peccato, che prima, nei casi più gravi, andava pubblicamente ammesso, affinché si assicurasse la riconciliazione comunitaria, e si finisce per farlo diventare un qualcosa di soggettivo, discrezionale, privato, basato sul rapporto segreto tra confessore e penitente o anche solo tra penitente e dio (come avverrà poi definitivamente nella riforma luterana). La gravità del peccato viene misurata solo sulla base dell’intenzione del peccatore, sicché si dà ampio spazio alla diversità delle interpretazioni. Questa morale dell’intenzione viene sostenuta da tutte le principali scuole teologiche del XII sec.

Tale forma di relativismo etico andava di pari passo con la progressiva affermazione della prassi e della mentalità borghese, la quale, a sua volta, si poneva come reazione alla mutata mentalità ecclesiastica, che sul piano politico stava diventando sempre più autoritaria.

Il concetto di peccato come “intenzione soggettiva” s’impone anche in quegli ordini mendicanti che, nel corso della lotta contro le eresie medievali, vengono istituzionalizzati dalla chiesa romana (francescani e domenicani in primo luogo).
Infatti, pur rivolgendo contro i mercanti e soprattutto gli usurai i loro strali ideologici, questi ordini finirono col legittimare la prassi mercantile, circoscrivendone gli abusi a una questione meramente personale, relativa ad atteggiamenti di smodata cupidigia.
Non a caso questi stessi ordini religiosi furono tra i più ferventi sostenitori delle crociate, cioè di quel fenomeno in cui confluirono al massimo grado le contraddizioni antagonistiche causate dalla crisi del sistema feudale carolingio e dallo sviluppo del mercantilismo; contraddizioni per le quali si cercò una soluzione “esterna” all’Europa occidentale, in una forma di tipo colonialistico.

 

La differenza tra “usura” e “interesse”.

L’interesse diventa un profitto moderato ma necessario: la differenza tra “usura” e “interesse” non è per il genere ma per l’intensità. Il prezzo di mercato diventa la base di riferimento per il “giusto prezzo” del prestito. Teologi e canonisti dapprima sostengono che l’indennità è giusta quando vi è ritardo nel rimborso, successivamente ch’essa è giusta anche quando il prestatore ha dovuto rinunciare ad altri investimenti che avrebbero potuto rendergli di più (lucrum cessans). 
Prestare soldi può anche significare rischiare di perderli: l’interesse diventa una forma legittima di tutela, perfino una forma di salario legittimo, se il prestatore non ha altri introiti che questo. E generalmente si dà per scontato che il “giusto prezzo” sia tanto più basso quanto più un paese è economicamente sviluppato.
Ovviamente la teoria scolastica dell’interesse non era stata elaborata per giustificare l’attività professionale dell’usuraio, che risultava sempre moralmente riprovevole, quanto per legittimare l’attività di quel mercante che voleva praticare intenzionalmente il prestito senza per questo voler passare per un usuraio e, nel contempo, continuando ad effigiarsi del titolo di cittadino “cristiano” a tutti gli effetti.
Lo stesso cambiatore di monete fu sempre ritenuto colpevole di “usura mentale”, in quanto si rifiutava l’idea di attribuire al denaro l’attributo di “merce universale”.

 

La definizione del “giusto prezzo”.

Nei secoli XII e XIII i giuristi medievali (glossatori) riscoprono il valore del diritto romano mediato dalla compilazione voluta da Giustiniano a Costantinopoli nel VI secolo.
Sono questi “romanisti” che fanno fare alla teoria del “giusto prezzo” significativi passi in avanti in direzione dell’ideologia borghese.
Per determinare il “giusto prezzo” essi ripresero il termine della “libera contrattazione”, la quale trovava un limite solo nella “laesio enormis“, cioè nel fatto che “un venditore aveva il diritto di esigere la riparazione per un contratto di vendita se il prezzo risultava inferiore alla metà del giusto prezzo e il compratore poteva scegliere o di annullare la vendita restituendo la merce e ricevendo in cambio il prezzo originale, o di pagare il giusto prezzo” (cfr Etica economica medievale, a c. di O. Capitani, p. 72).
La laesio enormis nel Codex giustinianeo si applicava solo al venditore, semplicemente perché si dava per scontato, in un’economia prevalentemente rurale, che il compratore fosse economicamente se non addirittura politicamente più forte, mentre il venditore altri non era che un piccolo proprietario.
Ebbene i suddetti romanisti iniziarono ad un certo punto ad applicare la laesio enormis anche agli acquirenti, mettendo teoricamente le parti in causa sullo stesso piano.
Ora se il prezzo è troppo alto, è lo stesso acquirente che si può appellare alla laesio enormis, trascinando il venditore davanti al giudice, in una costosa e interminabile causa civile (fino a 30 anni!), alla fine della quale sicuramente otterrà la meglio. Tant’è che nei contratti di vendita (ch’era prevalentemente di beni immobili) l’acquirente cominciò a pretendere per iscritto, al fine di tutelarsi definitivamente, che il venditore aggiungesse almeno una delle tre seguenti clausole: che rinunciava espressamente a rivendicare in futuro qualunque forma di riparazione; che donavaall’acquirente l’eventuale differenza di prezzo tra quello contrattato e quello giusto; che giurava di non contestare mai più la vendita.

Per determinare il giusto prezzo il giudice o notaio si serviva ovviamente di propri consulenti.

Depositi bancari e operazioni di cambio. Per quale motivo nei confronti delle operazioni bancarie (depositi, cambi ecc.) teologi e canonisti mantennero quasi sempre un atteggiamento di benevola condiscendenza? Semplicemente perché chiunque poteva ricavare una rendita dai propri depositi, anche se il mercante-banchiere otteneva profitti molto più alti dai depositi dei propri clienti, se non addirittura tassi usurari dal credito che offriva ad uomini di stato o illustri personaggi. Le banche di Firenze erano le più ricche e famose e rimasero il centro finanziario d’Europa sino alla fine del XIV secolo.

La rendita è sempre stata un’operazione commerciale che la chiesa romana non ha mai condannato: che la si ottenesse dal lavoro del servo della gleba o da un deposito bancario cambiava poco.

I canonisti sapevano bene che un depositante che traeva un interesse fisso da un deposito, indirettamente praticava usura, ma se l’opinione pubblica accettava l’idea di una banca (che per di più veniva incontro alle esigenze degli orfani minori sotto tutela e delle vedove), era poi impossibile accusare d’usura i suoi clienti, il primo dei quali peraltro era lo stesso papato, che si serviva delle banche anche per raccogliere fondi a sostegno delle crociate. E forse l’Ordine dei Templari non era un’organizzazione bancaria internazionale?

Le stesse speculazioni mercantili sulle differenze di cambio monetario non sono mai state condannate in maniera risoluta dalla maggioranza dei teologi, semplicemente perché avvenivano al di fuori della visione della gente comune, che non poteva essere a conoscenza dei traffici internazionali dei potentati economici e politici, il primo dei quali, anche qui, era lo stesso papato.

Non a caso pochissimi teologici riuscirono a scorgere forme di usura là dove in luogo della moneta sonante si usavano lettere di credito o cambiali per operazioni finanziare sovranazionali. E in genere i canonisti non misero quasi mai in discussione il fatto che si potessero costituire delle società che investissero i loro depositi in attività lucrative comportanti un rischio potenziale.

In sostanza l’usura che si condannava era solo quella manifesta, cioè quella praticata da chi pubblicamente si metteva nella condizione di prestare denaro a interesse e che faceva del prestito la propria attività principale.

Le banche, ufficialmente, non svolgevano come prima operazione quella di prestare denaro a interesse, ma quella semmai di dare un interesse sui depositi dei clienti. Questa distinzione sofistica era sufficiente per sottrarle all’accusa di praticare l’usura.

L’istituzione dei Monti di Pietà. L’usura praticata nei confronti del popolo minuto viene ostacolata attraverso i cosiddetti “Monti di Pietà”, nati alla fine del ‘400 su iniziativa dei francescani, guidati da Bernardino da Feltre (1439-94).

I montes pietatis, gestiti dallo stesso clero e da mercanti di buona reputazione, furono introdotti quando ci si accorse che il problema della povertà aveva ormai assunto dimensioni abnormi, e si cercò di giustificarli addossando agli ebrei usurai la causa principale di questa povertà. 

Essi prevedevano all’inizio un tasso del 6%, contro quello usurario del 30-40%, e venivano finanziati da donazioni caritatevoli, che ovviamente non erano sufficienti per ripagare le spese, per cui dopo un certo tempo si decise di concedere credito (dall’8% al 12%) a uomini d’affari, trasformando così i montes in una sorta di piccole banche locali.

All’inizio si opposero alla loro istituzione teologi tradizionalisti in ambito agostiniano e domenicano, contrari al fatto che si chiedesse un interesse alla povera gente; poi le loro proteste vennero definitivamente messe a tacere dal concilio Lateranense V (1515) sotto il papa Leone X, ma già papa Paolo III li aveva approvati nel 1467. Intorno al 1509 in Italia ve n’erano 87.

Tutti i difensori dei Monti di Pietà (Alessandro Nevo, Celso da Verona, Annio di Viterbo ecc.) ritenevano che l’interesse richiesto, in rapporto all’importo concesso e alla sua durata, andasse considerato come una sorta di rimborso spese per il servizio prestato. Si giustificò l’interesse dicendo inoltre che i proprietari del Monte erano gli stessi fruitori!

Con l’istituzione di queste agenzie municipali di prestiti su pegno tende ad affermarsi l’idea che agli ebrei andava recisamente vietata qualunque forma di prestito a interesse. Ci si illudeva di poter ovviare alle contraddizioni del mercantilismo usando le armi dell’antisemitismo.
In sostanza quanto più i teologi si opponevano all’usura condotta in forma privata, tanto più la ufficializzavano in forma pubblica, giustificando in maniera sempre più decisa l’ideologia mercantile. La stessa istituzione specifica del Monte per il mutuo alla povera gente, in cambio di un pegno come garanzia e di un certo interesse per il servizio, era un altro segno del fallimento dei principi comunitari cristiani.

Il concetto di “purgatorio”, che eredita la distinzione tra “usura vietata” e “interesse legittimo” e che permette all’usuraio, interiormente pentito, di salvare la propria anima nell’aldilà.
Ne parla estesamente Le Goff, il quale sostiene che il concetto di “purgatorio” (di origine pagana, cfr Eneide 6, 1100-1105) venne elaborato nel XII secolo (sulla base della distinzione scolastica tra peccati “veniali e “mortali”) proprio per attenuare la plurisecolare condanna ecclesiastica della pratica dell’usura. Parenti e conoscenti dell’usuraio potevano con le loro preghiere, offerte, intercessioni, suffragi, abbreviare il periodo di sofferenza del condannato, aprendogli le porte del paradiso.

Questo ovviamente a condizione che l’usuraio, almeno sul punto di morte, si pentisse e avesse intenzione di restituire il maltolto o quanto meno le eccedenze, visto ch’egli non poteva lasciare sul lastrico moglie e figli, i quali dovevano evitare di proseguire l’attività del congiunto.

Il purgatorio poteva evitare all’usuraio una condanna definitiva nell’aldilà, mentre nella vita terrena la distinzione tra “usura” e “interesse” poteva permettere a chiunque, quindi anche all’usuraio, di poter praticare legittimamente il prestito a interesse, a condizione che questo non fosse esoso.

Il concetto di “purgatorio” era l’ammissione di un’impotenza. Anche i concetti di “inferno” e “paradiso” lo erano, ma finché essi prevalsero, tendeva a dominare nella società cristiana una dura condanna morale di talune azioni antisociali.

Col concetto di “purgatorio” sparisce anche la condanna morale, in quanto tutto diventa opinabile, relativo ad atteggiamenti più che altro interiori, soggettivi, interpretabili solo da dio. Si era, con ciò, a un passo dalla riforma luterana.

IV – Capitale commerciale, usurario e industriale

“Gli iniziatori del capitalismo sono gli usurai”, dice Le Goff. E lo dice facendo così apparire la chiesa romana come una sorta di Pilato che ha dovuto adeguarsi, obtorto collo, a un fenomeno che non sentiva come proprio ma che ad un certo punto non era più in grado di controllare.

La tesi di Ovidio Capitani non è molto diversa. Egli infatti sostiene che l’etica economica medievale è “risonanza e indicazione di un comportamento” e non “causa” o “concausa” dello stesso. L’etica economica medievale non poteva promuovere il capitalismo ma soltanto ammettere la liceità di talune pratiche commerciali. Fu un’etica “concessiva” non “costruttiva”. Ed egli, al pari di Le Goff, vede nell’incapacità degli scolastici e dei canonisti di portare alle conseguenze più moderne le loro teorie proto-borghesi un limite di fondo, che poi verrà superato – aggiungiamo noi – dai teologi esplicitamente protestanti.

In realtà queste tesi sono deficitarie su alcune questioni controverse:

anzitutto è molto difficile sostenere che la chiesa romana fu indotta ad accettare il mercantilismo e l’usura come una male inevitabile, esterno alla propria zona d’influenza o estraneo alla propria ideologia di vita. In realtà essa in qualche modo vi contribuì, se non direttamente, almeno indirettamente, col proprio atteggiamento politico di potenza terrena, ostile alle istituzioni laiche, contraddittorio alle premesse cristiane della propria missione (si pensi solo al fatto che gran parte delle maggiori cariche ecclesiastiche sono sempre state oggetto di “simonia” e che il commercio dei beni religiosi è sempre stato all’ordine del giorno di tutte le più importanti riforme ecclesiastiche medievali).

Capitani dice che il problema della reperibilità di denaro liquido si fece sentire con urgenza tra la fine del sec. XI e i primi decenni del XII, in concomitanza con le crociate.

Quindi bisognerebbe dire che in questo periodo esistevano già dei ceti economicamente in crisi, rovinati dallo sviluppo di una certa economia mercantile.

Lo sviluppo di questo tipo di economia dovette andare di pari passo con la crisi dell’economia rurale, che aveva trovato nel feudalesimo carolingio un sistema oppressivo, gerarchico-autoritario, colonialista, molto fiscale, legato alla chiesa romana da un rapporto clientelare, strettamente ideologico-politico.

Il mercantilismo basso medievale è una reazione individualistica alla crisi del collettivismo forzato del feudalesimo franco-cattolico. Ed esso ha trovato la sua legittimazione teorica nei teologici e canonisti della Scolastica.

In secondo luogo è del tutto sbagliato sostenere che l’usura contribuì a far nascere il capitalismo. L’usura ha semplicemente contribuito alla distruzione del feudalesimo. L’usura tende a distruggere i sistemi economici vigenti, dominanti, non si pone un compito costruttivo, di alternativa sociale positiva. Infatti, anche quando (come oggi) noi vediamo che gli usurai investono i loro capitali (una parte di essi) in attività produttive, riciclando il denaro sporco, infinitamente di più o socialmente più importanti sono le attività produttive ch’essi hanno contribuito a smantellare. Ma su questo rimando ampiamente al commento del cap. 36 del III libro del Capitale di Marx.

Più in generale bisogna dire che le idee borghesi non si sono formate al di fuori del feudalesimo ma al suo interno, sicché la chiesa romana non può averle costatate passivamente, cercando di adeguarvisi con rassegnazione, pur nel tentativo di salvare il salvabile.

La pratica e le idee borghesi sono troppo antitetiche a quelle della società rurale alto medievale perché si possa pensare che la stessa chiesa romana non abbia contribuito a promuoverle.

P.es. s. Bernardino da Siena (1380-1444) infrange per la prima volta il divieto di “vendere il tempo” quando permette al debitore che deve restituire una certa somma di denaro entro un certo tempo, di poter restituire una somma minore se riesce a farlo in un tempo minore. Lui stesso difendeva il prestito a usura ai nemici della chiesa in quanto fatto “per amore della fede”, mentre Pietro Gregorio (1540-97) sosteneva esattamente il contrario, e cioè ch’era insensato che il cristiano concedesse un prestito a un nemico che avrebbe potuto utilizzarlo contro i suoi interessi.

Sin dai tempi carolingi la chiesa romana s’è andata configurando come società temporale, ampiamente dotata di poteri economici e politici, in competizione con quelli dei nobili laici, con quelli del basileus bizantino e ad un certo punto anche con quelli degli stessi sovrani cattolici da essa stessa consacrati (in opposizione al basileus).

Certo, non è lecito aspettarsi da tale atteggiamento un impulso diretto, consapevole, a favore dello sviluppo del mercantilismo e del capitalismo, ma indubbiamente esso ne favorì la formazione iniziale, cioè esso fornì alla società mercantile i presupposti ideologici per futuri sviluppi, anche contro gli stessi interessi feudali della chiesa, strettamente legati al possesso della terra e alle rendite che da essa terra si volevano ricavare.

Non dimentichiamo che sino alla fine del XII secolo furono i monasteri a offrire il credito necessario, chiedendo in cambio un immobile da cui poter trarre delle rendite. Poi sarà la chiesa stessa a impedire questa forma di credito, che aveva già trasformato abbazie e conventi in organi così potenti da sfuggire al controllo dei vescovi, salvo poi permettere agli ordini che dipendevano direttamente dal papato, come p.es. i Templari o i Teutonici, di svolgere qualunque tipo di operazione finanziaria e commerciale nelle terre conquistate.

Col proprio atteggiamento politico mondano la chiesa romana favorì, indirettamente, la nascita della moderna figura del mercante, la cui ideologia dualista (borghese nella pratica e cristiana nella teoria) si poneva come forma di reazione opportunistica all’integralismo politico-religioso del papato. Da una serie progressiva di concessioni (formali), che la chiesa stessa aveva in qualche modo contribuito a rendere inevitabili, ad un certo punto era nata una nuova qualità di vita economica, nei cui confronti la stessa chiesa romana necessitava di rivoluzionarsi in direzione del protestantesimo.

 

Considerazioni finali

I

Nel Medioevo una forte presenza dell’usura era già indice di una prevalenza dei rapporti mercantili-monetari su quelli naturali dell’autoconsumo. L’usura si sviluppa sempre là dove i commerci sono fiorenti, ma anche là dove i rapporti di classe sono molto antagonistici, dove l’individualismo dei proprietari (fondiari o di capitali) è molto accentuato.

L’usuraio infatti è un individuo che si pone contro dei legami comunitari indeboliti, insinuandosi nelle debolezze di un sistema sociale dominante e portandole a completa rovina. E’ come un virus in un corpo che si trascura, di un malato che s’illude di poter guarire senza medicine, che sottovaluta la gravità della propria patologia.

Non ha senso sostenere – come fa Le Goff – che gli usurai non diventavano capitalisti solo perché avevano paura dell’inferno nell’aldilà e che cominciarono a diventarlo quando si prospettò loro la possibilità di finire in paradiso passando attraverso il compromesso del purgatorio.

Il capitalismo nasce quando da un lato il borghese poteva chiaramente differenziare la propria attività da quella usuraria, facendola in un certo senso passare per un’alternativa legittima, convincente, adeguata, e dall’altro quando la pratica dell’usura, legalizzata nelle forme del moderno credito, si trasformava in un forma incentivante a sviluppare rapporti di sfruttamento di lavoro, in cui le parti contraenti erano giuridicamente e formalmente libere. Cosa che il cattolicesimo-romano, essendo una religione feudale, impostata sul rapporto personale di soggezione e quindi sulla rendita, non avrebbe potuto accettare sino in fondo, senza prima trasformarsi in una religione protestante, adatta a un credente di tipo borghese e imprenditoriale.

La teoria del “giusto prezzo” in tal senso è molto eloquente per spiegare i limiti di un’impostazione cattolico-romana in materia di economia politica. Detta teoria (anche nel teologo più “oggettivo” come Tommaso d’Aquino) ha sempre avuto per tutto il Medioevo uno sfondo prettamente moralistico, in quanto ci si affidava alla buona volontà dei contraenti (venditore ed acquirente), i quali avrebbero dovuto evitare iniziative commerciali intenzionalmente fraudolenti o tali da favorire forme di monopolio.

Dal canto suo la chiesa cercava di stemperare l’avidità del guadagno chiedendo al mercante di devolvere parte delle ricchezze ad opere di carità.

Un trend del genere avrebbe potuto funzionare al massimo nell’ambito di un mercato locale, dove tutti si conoscevano, ma proprio nel momento in cui tale teoria veniva formulata lo scatenamento delle crociate nel Vicino Oriente e nei Paesi Balticifaceva sì che i mercati diventassero internazionali e con essi le loro dinamiche e soprattutto i loro prezzi, che finivano inevitabilmente per influenzare quelli dei mercati locali.

La chiesa romana era convinta di poter controllare il fenomeno del mercantilismo in piena espansione perché sul piano politico imponeva a tutta la società una concezione piuttosto rigida della stratificazione sociale dei ceti e dei loro ruoli, e non aveva motivo di pensare, finché ognuno fosse rimasto nel posto che gli veniva conferito dalla gerarchia, che l’attività mercantile avrebbe col tempo scardinato sia la tradizionale ideologia cristiana che i consolidati poteri costituiti.

II

Sul piano metodologico – come indicazione per ulteriori ricerche storiografiche – occorrerebbe focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti per noi di fondamentale importanza:

la storia del Medioevo non andrebbe vista come una linea evolutiva che va dall’economia naturale primitiva a quella urbana e mercantile, considerando quest’ultima come una forma più avanzata dell’altra. Il fatto cioè che lo fosse (secondo i parametri industriali odierni) sul piano tecnologico, produttivo o commerciale non dice nulla sull’effettivademocraticità di un determinato stile di vita, che va invece valutato per il suo grado di umanizzazione e di conformità alle esigenze della natura.

In tal senso si potrebbe anzi ipotizzare un percorso interpretativo inverso, in cui lo sviluppo dell’urbanesimo e del mercantilismo euroccidentali debbono essere visti come una sorta di processo involutivo verso forme sociali sempre meno democratiche.
Bisognerebbe in tal senso rileggersi tutte le opere dei teologi cattolici per cercare di individuare i momenti di passaggio dalla concezione greco-ortodossa della vita religiosa a quella cattolico-romana e, all’interno di quest’ultima, dalla concezione rurale della vita sociale a quella urbana e borghese.

Le ricerche storiche andrebbero indirizzate verso una rivalutazione delle società rurali alto medievali di quei regni barbarici diversi dai Franchi e dai Sassoni, in entrambi i versanti europei, est e ovest. In particolare bisognerebbe cercare di capire il motivo per cui là dove era presente la chiesa ortodossa non si sono formate concezioni di vita borghese, ovvero il motivo per cui là dove il cristianesimo ortodosso s’è trovato a dover fronteggiare forme di vita mercantile (come p.es. nell’impero bizantino), la resistenza nei confronti dell’ondata musulmana è stata molto più debole.

Bisognerebbe inoltre individuare i motivi per cui, nell’ambito del cattolicesimo-romano medievale, si sono formate idee borghesi in Italia e non anche in Polonia o in Spagna o in Ungheria. Naturalmente questo può essere spiegato alla luce del fatto che l’Italia, sino alla fine dell’impero romano, aveva conosciuto fiorenti commerci, ma questa motivazione non può essere sufficiente, poiché le invasioni barbariche sconvolsero completamente l’assetto socioeconomico anche della nostra penisola, ponendo l’economia naturale come del tutto prioritaria rispetto a quella mercantile.

Una spiegazione più convincente non può non tener conto del fatto che l’Italia era sede del papato, il quale in tutti i modi cercò di imporsi come realtà politica. La formazione della mentalità borghese (dualista per definizione, in quanto a una religione ufficiale, accettata formalmente in sede teorica, oppone una prassi arbitraria, dettata da interessi individualistici) si pone probabilmente come reazione a una prassi cattolica che ai livelli istituzionali della gerarchia era non meno dualista, in quanto i principi teorici venivano sistematicamente contraddetti dalla ricerca di un potere politico ed economico.

Un’osservazione a parte va fatta sull’ermeneutica di Le Goff. Egli ritiene che nell’alto Medioevo la religione fosse vissuta solo molto superficialmente e più che altro dai soli chierici, essendo i laici, legati alla terra, rozzi e incivili. Il giudizio sui laici è molto duro: violenti, ignoranti, guerrieri… Nei loro confronti era inevitabile un forte dominio da parte delle istituzioni, laiche ed ecclesiastiche, le quali avevano bisogno più che altro di far regnare un ordine esteriore.

Successivamente intorno al Mille aumentano le ingiustizie e le ineguaglianze, ma anche il benessere per le popolazioni urbane. La chiesa romana cercò di spiritualizzarsi e di far diventare più cristiana la società.

Ora, che dire di questa interpretazione storica da parte di uno dei massimi medievisti viventi?

Anzitutto che uno storico del Medioevo dovrebbe sempre fare distinzione tra il cristianesimo vissuto dalle masse popolari, prevalentemente contadine e analfabete, e il cristianesimo vissuto dalla gerarchia ecclesiastica, l’unica in grado di elaborare delle fonti scritte.

Fonti del genere non possono essere considerate come “obiettive”, non solo perché molte di esse furono dei falsi patentati, ma anche e soprattutto perché esse riflettevano chiaramente interessi di parte. 

Il fatto stesso che dopo il Mille si cominciasse a considerare la “povertà” come un “valore”, da parte dei movimenti ereticali, dovrebbe p.es. far pensare non solo che dopo il Mille essa veniva generalmente considerata dalla mentalità borghese come un “disvalore” (e su questo anche Le Goff conviene), ma anche che presso le comunità rurali alto medievali non c’erano situazioni di estrema povertà come quelle causate dal mercantilismo, che praticamente obbligava i contadini senza terra a emigrare nelle città per diventare operai salariati.

Questo per dire che i testi teologici basso medievali riflettevano una situazione socioeconomica molto più contraddittoria di quella alto medievale, in quanto ai problemi del servaggio si erano aggiunti quelli del mercantilismo.

La condanna teorica dell’usura (ribadita in tutti i concili Laterani) non sta di per sé a significare che la società fosse più cristiana e neppure che a quella condanna seguirono azioni effettivamente coerenti ed efficaci.

I fatti hanno piuttosto dimostrato il contrario, e cioè che l’adeguamento del cristianesimo istituzionale della chiesa romana alla prassi borghese avvenne nel basso Medioevo parallelamente alla condanna dell’usura.

La chiesa romana dopo il Mille continuava ad essere politicamente aristocratica e ideologicamente integralista, ma stava sempre più diventando socialmente borghese. Essa voleva tenere sottomessa la borghesia, impedendole di acquisire potere politico, ma nello stesso tempo la favoriva, proprio per aumentare le proprie ricchezze, il proprio prestigio di potenza terrena.

Per trovare una qualche forma di opposizione a questo evolversi della concezione cristiano-borghese della fede occorre rivolgersi a taluni movimenti pauperistici ereticali.

Abbastanza curioso è il fatto che mentre i grandi usurai italiani venivano dalla Lombardia, dal Piemonte, dall’Emilia, e i grandi banchieri venivano da Firenze e dalla Toscana in generale, Venezia, che ha sempre ruotato nell’area bizantina fino al Mille e che aveva commerci molto fiorenti, rimase sostanzialmente estranea alle diatribe sull’usura, sulle banche e sui monti di pietà. A Venezia interessava avere privilegi commerciali da Bisanzio, finché, dopo il Mille, si pensa solo a come conquistarla.

Nel VII secolo i veneziani avevano preferito porsi sotto la dipendenza diretta di Bisanzio per non dipendere da quella dell’Esarcato. Grazie a Bisanzio riescono a opporsi al tentativo di conquista da parte dei Franchi. Nel IX secolo conquistano le coste istriane, dalmate e pugliesi. Nell’XI sec. vincono i Normanni che volevano prendersi l’Albania. Questo permette alla città di ottenere privilegi unici in tutto in Mediterraneo.

A partire dal 1171 iniziano a saccheggiare, senza molto successo, la costa della Beozia. Stringono alleanza coi Normanni siciliani in funzione antibizantina, finché nel 1204 partecipano alla quarta crociata occupando Costantinopoli: ottengono la quarta parte dell’impero bizantino e le loro navi sono praticamente ovunque. Bisanzio fu costretta a cercare un’alleata in Genova, che combatté, senza successo, contro Venezia; quest’ultima invece, proprio dopo aver sconfitto Genova, diventerà una delle potenze maggiori d’Europa, tanto che inizierà a occupare l’entroterra (Treviso, Bassano, Padova, Verona, Vicenza, Udine, Friuli, Brescia, Bergamo, Peschiera, Ravenna, Lodi, Piacenza). Insieme a Firenze e Milano, era diventata uno degli Stati più forti d’Italia.

Fece un errore clamoroso a indebolire Bisanzio contro i Turchi. Nonostante la grande vittoria di Lepanto (1571), il suo declino infatti sarà inevitabile, poiché i commerci per il Mediterraneo non potevano più essere quelli di un tempo (i Turchi erano incredibilmente esosi). Ma, quel che è peggio, Venezia viene tagliata fuori dai commerci portoghesi lungo le coste africane e da quelli spagnoli in America. La sua guerra contro i Turchi andò avanti sino alla fine del Settecento, ma senza risultati. E questo la indebolì anche nel confronto con le altre città conquistate nell’entroterra.

Sarà Napoleone a darle il colpo di grazia conquistando il Veneto e cedendolo segretamente all’Austria nel 1797 (Trattato di Campoformio); gli austriaci verranno cacciati dalla città solo nel 1866.

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Enrico Galavotti

Docente di Storia e Filosofia presso Liceo Linguistico Statale “Ilaria Alpi” di Cesena Docente presso MIUR

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il medioevo

di Enrico Galavotti | 19 Agosto 2015

IL MEDIOEVO
 

 

 

STORIA DEL MEDIOEVO – Feudalesimo e Cristianesimo medievale

 

 

Nascita della borghesia in epoca feudale

 

Per poter capire come sia avvenuta la nascita della classe borghese europea, lo storico dovrebbe tornare al tempo in cui in Europa occidentale si formò, nei livelli istituzionali della chiesa romana, una mentalità nuova, inedita. Detta chiesa va vista non solo come “comunità di popolo” ma anche come “organizzazione di potere”, e il borghese va visto come una figura individuale che, pur provenendo da una comunità contadina, di religione cattolica, progressivamente se ne distacca sul piano sociale, andando a cercare fortuna in terre lontane, anche a rischio della propria vita, dopodiché, una volta realizzati i propri sogni, torna tra i suoi con l’intenzione di far valere il proprio riscatto sociale.

Tale borghese, in origine dunque non usuraio ma mercante di prodotti esotici e di lusso, era in grado di organizzare una compravendita di merci rare e costose (spezie, seta, pellicce, pietre preziose, cristalli ecc.) con gli ambienti più facoltosi della sua terra d’origine e si guardava bene dall’interferire nelle questioni religiose, come invece facevano coloro che, non avendo abbandonato le loro terre, si trovavano a dover lottare contro i tanti abusi da parte del potere laico ed ecclesiastico.

Se non riusciamo a capire il motivo per cui l’agire borghese fu tollerato dalla chiesa romana, al punto che divenne col tempo una mentalità e una cultura, difficilmente riusciremo a trovare un’alternativa praticabile per il presente.

La mentalità “borghese” infatti non è nata dalla borghesia o con la borghesia, poiché questa, come classe sociale, neppure esisteva. Questa mentalità, che sarebbe meglio definire “individualistica”, usando un termine più generico, non è stata la conseguenza di una determinata attività produttiva, anche se, indubbiamente, un particolare modo di vivere la vita (quello borghese, come noto, si basa sull’interesse e sul profitto), influenza rafforza consolida una certa mentalità, determinati valori o disvalori.

A monte di questo modo di esistere vi è stata in realtà una cultura che non necessariamente era scritta, una mentalità che non poteva neppure rispecchiarsi in un “determinato” modo di produzione. La cultura infatti è anche un modo di pensare non formalizzato, un modo di considerare la vita, gli esseri umani, che non necessariamente trova un riflesso adeguato in ciò che si scrive e che gli storici sono soliti definire col termine di “fonte storica”.

Questo nuovo modo di pensare le cose, prima che facesse nascere la borghesia e la sviluppasse autonomamente come classe sociale, era nato e si era sviluppato nell’ambito della gerarchia ecclesiastica della curia romana. Quando questo modo di pensare fece nascere la borghesia e contribuì a svilupparla come classe, le sue caratteristiche non erano più esattamente le stesse. L’individualismo che la chiesa romana feudale visse nei suoi livelli gerarchici di potere (alto clero e papato), non era identico a quello che viveva una borghesia già laicizzata a partire dal Mille, quando iniziò a istituire le realtà comunali, e tanto meno sarà uguale a quello della borghesia che nel XVI secolo farà nascere il capitalismo vero e proprio.

La borghesia, di fede cattolica e di area euro-occidentale, aveva infatti la caratteristica, che si manifestava in maniera progressiva, crescente, di finalizzare ogni sua azione all’acquisizione di un potere non solo economico ma anche politico, e non voleva avere sopra di sé alcun altro potere: la borghesia feudale voleva sentirsi libera di fare affari e, in nome di questi, di dominare chiunque, anche le istituzioni di potere universalmente riconosciute. Tale caratteristica non trovava equivalenti in alcuna parte del pianeta.

Essa era sì disposta, nella fase iniziale della sua crescita, a farsi strada attraverso compromessi d’ogni genere, ma, essendo stata educata da un’istituzione particolarmente corrotta, vedeva i compromessi non come una necessità di riconoscere la controparte, bensì come uno strumento per sottomettere progressivamente la controparte alla propria volontà. Il credito, p.es., non veniva concesso solo per una finalità economica (il tasso d’interesse) ma anche per una partecipazione al potere politico.

La borghesia si servì della chiesa per abbattere il potere imperiale, si servì dei contadini per abbattere il potere della chiesa, si servì di nuovo del potere della chiesa e dei feudatari per ridimensionare le pretese egualitarie e democratiche dei contadini. Aveva imparato a comportarsi così dalla stessa chiesa romana, che pur di avere un proprio “Stato” non aveva avuto scrupoli ad allearsi con chiunque potesse servire allo scopo.

Tuttavia la chiesa romana, pur avendo creato una mentalità che permetteva alla borghesia di nascere, non permetteva a questa di svilupparsi come avrebbe voluto, proprio perché il papato si poneva come istituzione di potere, come “Stato”, e nell’ambito dello Stato ecclesiastico tutti devono restare sudditi del papa-re. La chiesa romana non solo comandava direttamente nel proprio Stato (con cui impediva l’unificazione nazionale della penisola), ma voleva comandare indirettamente anche negli Stati altrui (attraverso p.es. l’arma della scomunica).

Si dirà che, sotto questo aspetto, essa non era affatto diversa dagli antichi imperatori romani. E invece lo era, proprio perché la consapevolezza ch’essa aveva della dignità della persona, dell’uguaglianza degli esseri umani di fronte a dio, delle contraddizioni sociali, dell’ingiustizia dello schiavismo… era superiore a quella che aveva il mondo romano classico.

Questa particolare consapevolezza le era data dal cristianesimo, ch’era la religione del dio fattosi umilmente uomo, per riconciliare gli uomini con dio dopo la tragedia del peccato d’origine, e che aveva accettato di realizzare questa riconciliazione attraverso la sua morte in croce. Col suo sacrificio aveva potuto ottenere il perdono di dio per gli uomini e l’assicurazione che nell’aldilà essi sarebbero stati riscattati se avessero creduto che il Cristo morto era risorto.

Questo mito era stato costruito dall’apostolo Pietro e soprattutto da Paolo di Tarso, che gli subentrò, accentuando il lato spiritualistico della mistificazione. Era un mito assurdo, che stravolgeva la realtà dei fatti accaduti in Palestina al tempo del movimento nazareno, ma era comunque un mito che insegnava valori nuovi: l’amore incondizionato per il prossimo, foss’anche il proprio nemico o il proprio padrone, il sacrificio di sé fino alla morte in nome di un ideale mistico da difendere, il disprezzo dei beni terreni o comunque la comunione di questi beni, la condivisione dei bisogni comuni, l’uguaglianza sociale, etnica, sessuale di fronte a dio, la spiritualità interiore ecc.

La chiesa romana, se voleva continuare a dirsi “chiesa”, non poteva ignorare questi nuovi valori. Tuttavia, siccome voleva diventare una chiesa di potere e non tollerava assolutamente che Bisanzio potesse avere, agli occhi degli imperatori del sacro romano impero, una considerazione superiore alla propria, dovette in qualche modo rimescolare le carte. E lo fece in una maniera che ancora oggi ha del prodigioso: da un lato cercò di dimostrare ch’essa si poneva il compito di realizzare quei valori (in quanto paladina degli oppressi), dall’altro si comportava nella maniera esattamente opposta (sfruttava politicamente il consenso degli stessi oppressi). I gerarchi della chiesa romana avevano capito che quanto più si vuole aumentare il proprio potere, tanto più bisogna dimostrare che ciò è esclusivamente per un fine di bene.

La chiesa imparò a sdoppiarsi, a dire il contrario di ciò che pensava, a fare il contrario di ciò che diceva, persino a inventarsi cose mai avvenute, cioè a falsificare la storia, come nel caso della Donazione di Costantino o delle Decretali pseudo-isidoriane. A volte le capitava anche di dover accettare malvolentieri delle strane innovazioni, come p.es. il Filioque, ma una volta fatto questo, per il bene del proprio potere, subito ordinava ai propri intellettuali di giustificare i propri abusi. La chiesa romana va avanti così da quando è nata, di sicuro da quando Costantino trasferì la capitale dell’impero a Bisanzio e soprattutto da quando Teodosio fece diventare il cristianesimo l’unica religione ammessa.

I papi hanno introdotto nella cristianità molte eresie inconcepibili (l’infallibilità ex-cathedra, il primato di Pietro e della sede romana, l’immacolata concezione e l’assunzione della Vergine ecc.), ma l’hanno sempre fatto per due ragioni: o per difendere il loro potere politico o per riacquistarlo dopo averlo perduto. Alla chiesa di Roma interessa unicamente il potere, sia politico che economico, e pur di averlo, essa è disposta a tutto, persino a compiere spaventosi genocidi, come quello p.es. in America Latina.

Stante una situazione del genere, quale classe sociale avrebbe potuto incarnare meglio il comportamento della chiesa? Inizialmente fu quella feudale, possidente di terre, conquistate con la forza delle armi. I Franchi furono i primi (perché non ariani, quindi disposti a riconoscere una chiesa politicizzata) a incarnare gli ideali cinici (mascherati di pia religiosità) del papato.

Essi crearono una struttura in cui il rapporto personale tra cavalieri poteva essere soltanto di “dipendenza” (nel mondo cosiddetto “barbarico” il re invece veniva eletto solo in caso di guerra). Il rapporto non era più basato sul riconoscimento reciproco di ideali comuni (quindi di usi costumi tradizioni valori, noti a tutta la comunità d’origine), ma era basato sulla forzae questa ovviamente era quella di tipo militare. I Franchi presero il potere con una serie di colpi di stato al loro interno e alla fine prevalsero con la forza. Viceversa i Longobardi non riuscirono mai ad avere un unico leader riconosciuto e non accettarono mai di spartire il loro potere politico con la chiesa romana.

La devozione o la fiducia che un cavaliere mostrava verso il proprio sovrano non era spontanea, ma dipendente da una regalia (il feudo) che poteva essere tolta in qualunque momento e che era soggetta alla regola del “do ut des”, cioè del reciproco interesse. Il sovrano concedeva un beneficio, in comodato d’uso, a un cavaliere fidato (e possibilmente anche valente sul piano bellico) e in cambio pretendeva assoluta fedeltà, sottomissione.

Inutile dire che i feudatari fecero di tutto, prima i grandi poi i piccoli, per opporsi a questo rapporto di dipendenza gerarchica basato sulla forza, ma lo fecero soltanto per poterlo riprodurre all’interno dei loro feudi, coi loro subordinati, dopo aver trasformato la provvisoria regalia in legittima eredità, trasmissibile ai propri discendenti (Capitolare di Quierzy e Constitutio de feudis).

I feudatari altro non erano che cavalieri armati di origine prevalentemente germanica che, una volta ottenuta la terra in seguito alle loro conquiste militari o per concessione benevola da parte del sovrano, si fecero chiamare “nobili”, strapparono a forza al loro sovrano il diritto di comportarsi esattamente come lui nel loro feudo, allo scopo di vivere tranquillamente di rendita per tutta la loro vita, insieme a tutto il proprio parentado. Furono proprio loro ad acquisire per la prima volta dalla chiesa il concetto di “forza” mascherato dalla religione. Avevano la forza militare, con essa ottennero quella economica della terra e quella religiosa del rappresentante di dio sulla terra.

La borghesia invece, essendo nata priva di terre, essendo disarmata, dovette lavorare di più sul concetto di “astuzia”. Il suo ideale non era Achille o Agamennone, bensì l’Ulisse nei suoi vent’anni di peregrinazioni, abituato ogni volta a mentire pur di salvare la pelle, fare affari, ingannare il prossimo. Infatti fu proprio la borghesia a sdoppiarsi in maniera mirabile. Anzi, all’inizio le prime idee borghesi non furono neppure “borghesi” ma semplicemente “individualistiche”; erano nate tra coloro ch’erano diventati monaci a causa della povertà o tra quei contadini che non sopportavano più le asprezze del servaggio e che, per questa ragione, cominciavano a negare valore ai sacramenti gestiti da un clero corrotto, colluso coi poteri dominanti.

Le idee borghesi vere e proprie, quelle che volevano una riforma della chiesa soltanto per potersi allontanare dalle sue pretese egemoniche, si formarono con la nascita dei Comuni, che la piccola borghesia (mercanti, artigiani, piccoli nobili con poca terra, usurai, cambiavalute, avvocati, medici, speziali, insegnanti…) riuscì a mettere in piedi convincendo i vescovi locali (spesso nominati dagli stessi imperatori) che il loro prestigio istituzionale non avrebbe potuto che aumentare.

Infatti i Comuni, inizialmente, non incontrarono alcuno ostacolo da parte del clero. La borghesia non metteva in discussione i dogmi della chiesa (chi lo faceva erano i movimenti pauperistici e solo con Lutero la borghesia inizierà davvero a farlo in maniera radicale e generalizzata); essendo uscita dagli istituti cattolici di istruzione, la borghesia sapeva bene quali tasti era meglio non toccare. La chiesa romana stava facendo crescere al proprio interno una serpe velenosa che un giorno l’avrebbe morsicata.

 

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il medioevo

di Enrico Galavotti | 3 Agosto 2015

IL MEDIOEVO

 

 

 

STORIA DEL MEDIOEVO – Feudalesimo e Cristianesimo medievale

 

 

Per una teoria del crollo del fedualesimo

 

Quando si parla di “crollo del feudalesimo”, non si può affermare che le cause principali siano state quelle esterne al sistema, e cioè il commercio, il valore di scambio, il denaro ecc.

La causa principale del crollo di un sistema antagonistico, generalmente va cercata nell’antagonismo stesso. Ovviamente questo non significa che nella lotta delle classi, quella oppressa non possa servirsi di elementi esterni al sistema per influire su quelli interni, accelerandone la dissoluzione.

Quando si afferma che il feudalesimo crollò a causa del sempre crescente lusso della nobiltà, la quale, avendo bisogno di contanti, prese a sfruttare massicciamente i contadini, che fuggirono verso le città; quando cioè si afferma che la causa del crollo fu il commercio a lunga distanza, non ci si rende conto di confondere la causa con l’effetto. Lo sviluppo del commercio infatti è già una conseguenza della crisi del feudalesimo, che è interna al sistema.

Il secondo servaggio, cui andarono incontro alcune nazioni o alcune regioni di alcune nazioni europee, nel momento in cui in altre nazioni (o in altre regioni) s’andava sviluppando il capitalismo, dipese appunto dall’arretratezza della cultura, che non sapeva trovare un’alternativa al servaggio né in modo borghese, né in modo democratico, ma soltanto modificando il rapporto feudale, trasformando cioè la rendita in natura in rendita monetaria, ovvero il servo della gleba in un mezzadro, oppure creando una proprietà fondiaria di tipo usuraio. Questo fu possibile anche perché il commercio liquidò la classe dei piccoli contadini indipendenti.

Il capitalismo industriale delle nazioni borghesi indusse i feudatari ad adeguarsi alle circostanze, ed essi lo fecero sulla base della loro arretrata cultura. La rendita monetaria non faceva che acutizzare le contraddizioni del feudalesimo.

In Asia invece continuò a prevalere la rendita in natura e da questa rendita,

attraverso la lotta di classe, si passò al socialismo.

 

Vera e falsa democrazia

 

E’ semplicistico pensare allo sviluppo del fenomeno comunale medievale come a uno sviluppo dell’idea di democrazia.

In realtà si può parlare di democrazia solo nel senso che i ceti urbani più ricchi cercavano di opporsi allo strapotere dei latifondisti, chierici o laici che fossero.

E vi fu sviluppo della democrazia anche là dove i Comuni lottarono contro l’idea di sacro romano impero (questa lotta agli storici appare, generalmente, come uno scontro tra poteri, decentrati gli uni, centralizzati gli altri). Tuttavia, non dobbiamo mai dimenticare che fu sempre un confronto tra poteri forti, per una diversa distribuzione di aree di competenza e di dominio.

Il popolo aderì e si sacrificò convinto di poter trarre dei vantaggi da questo scontro cruento, ma fu, come al solito, ingannato dalle classi egemoni.

Questo è un cliché che si ripete tantissime volte nella storia. Basterebbe studiare la storia per concetti per arrivare a comprenderla senza neppure entrare nei dettagli.

Ogni idea e ogni struttura che la rappresenta hanno la loro evoluzione: quando questa giunge verso il culmine, per poi imboccare la strada discendente, raramente le istituzioni accettano di farsi superare dal nuovo, e si piomba così nell’involuzione, dove i progressi acquisiti vengono di fatto ridimensionati se non perduti. Non si cedono mai spontaneamente i poteri acquisiti. Di qui le inevitabili e sanguinose conflittualità.

Purtroppo la storia ci dice anche che ogni idea e ogni struttura è soggetta a corruzione e non c’è modo di porre le basi per alcuna esperienza di lunga durata, e questo pare tanto più vero quanto più si esaminano le cosiddette “civiltà”, dove al massimo ci si misura sulla lunghezza dei mille anni, mentre nella cosiddetta “preistoria” la longue durée si misurava sulle decine di migliaia di anni.

L’Italia comunale, sotto questo aspetto, non arrivò mai a realizzare la democrazia, proprio perché sul piano economico non arrivò mai a realizzare il socialismo. Tant’è che se da un lato si arrivò ad affermare una certa autonomia dal potere feudale (locale o quello universale dell’imperatore), dall’altro si finì coll’imporre alle zone rurali una forte dipendenza dalle esigenze urbane.

Non ha senso parlare di democrazia politica quando non si può parlare di contestuale democrazia economica. L’importanza della democrazia economica è stata scoperta dal socialismo, prima utopistico poi scientifico, non certo dal liberalismo, le cui idee economiche sono semplicemente quelle della proprietà privata, della competizione, del monopolio e del libero scambio ecc.

La presenza di uno Statuto comunale può di per sé far pensare a una forma politica vicina alla democrazia, ma se si guarda p.es. al fatto che alla stesura di tali Statuti partecipavano solo quelli che disponevano di un certo patrimonio, per il quale potevano ottenere cariche politiche o amministrative, si capisce facilmente come lo sviluppo del fenomeno comunale (che è stato tipico dell’Italia borghese e che caratterizza ancor oggi buona parte del capitalismo nazionale) fu in realtà un movimento interno ai ceti borghesi.

Non avendo fatto la riforma protestante il capitalismo italiano è rimasto per così dire circoscritto entro limiti di uno sviluppo industriale a gestione familiare. Il timore di cadere in un capitalismo selvaggio è stato scongiurato da una gestione borghesenei limiti (divenuti sempre più elastici) della morale cattolica.

L’Italia non è diventata una grande potenza industriale quando doveva diventarlo e oggi che potrebbe diventarlo, avendo abbandonato nella sostanza (se non nelle forme) ogni riferimento alla morale cattolica, non ne ha più le possibilità materiali, in quanto, nel frattempo, nuovi soggetti politici ed economici sono emersi sulla scena internazionale e questi non le permetterebbero di espandersi oltre un certo livello.

 

Nascita della rivoluzione commerciale nel medioevo

 

Intorno al Mille non furono semplicemente dei fattori tecnici o ambientali che determinarono la rivoluzione commerciale. Generalmente si parla di crescita della popolazione, di valorizzazione di terre incolte, di fine delle epidemie e delle invasioni, di aumento della produzione agricola grazie al rinnovamento delle tecniche (aratro pesante, giogo frontale, collare da spalla, ferratura degli zoccoli, mulini ad acqua e a vento, rotazione bi-triennale ecc.), addirittura si parla di miglioramento del clima.

In realtà dovevano esserci condizioni socio-economiche molto difficili nel mondo agrario, dominato dallo strapotere dei grandi feudatari, che inducevano molti a fuggire dal feudo e a rifugiarsi in città.

Alla lunga il servaggio diventa come una sorta di schiavismo, nel senso che se l’agricoltore non ottiene motivazioni sufficienti con cui guardare con fiducia il proprio destino, se non per sé almeno per i propri figli, è inevitabile che ad un certo punto decida, potendolo fare, di andare a vivere altrove.

Per impedire questo il latifondista avrebbe dovuto cedere in proprietà il lotto su cui l’agricoltore aveva lavorato da una vita, ma nella stragrande maggioranza dei casi si preferiva soltanto cambiare la tipologia del contratto, in maniera tale che il canone diventasse economico (in denaro) e non fosse più naturale (frutti della terra o corvées).

Ma una dipendenza più contrattuale che personale non sempre è un vantaggio per il contadino, che infatti deve procurarsi il denaro andando a vendere i propri beni in un ambiente che non gli è certo favorevole: quello dei mercati di città, dove vige la tendenza ad abbassare i prezzi delle merci provenienti dal mondo rurale e dove in generale esiste, da parte dei cittadini, la pretesa di dominare la campagna (percepita come rozza e ignorante).

Ma, oltre a queste condizioni difficili sul versante socio-economico del mondo contadino, dovevano esserci altre condizioni, questa volta di tipo culturale, che in qualche mondo tendevano a favorire il passaggio dall’economia naturale basata sull’autoconsumo a quella mercantile basata sullo scambio merce/moneta.

I contadini sono quelli che subiscono in modo peggiore le conseguenze culturali della nuova mentalità, di cui i campioni per eccellenza sono i borghesi (artigiani, mercanti, banchieri, professionisti…). La chiesa non solo non ostacola lo sviluppo di questa mentalità ma in un certo senso lo favorisce, poiché nei suoi livelli istituzionali essa è già profondamente corrotta (le cariche vescovili e persino pontificie sono continuamente oggetto di trattativa tra i potentati politici ed economici e sfuggono del tutto a un controllo dal basso).

Moralmente la chiesa romana, a livello di alto clero, non è titolata a frenare un processo che sta ponendo il profitto economico a regola di vita, e la riforma autoritaria, voluta da Gregorio VII, dal punto di vista etico andrà soltanto a peggiorare la situazione, in quanto farà del pontefice una sorta di semidio, un sovrano quanto mai arrogante, che pretende assoluta sottomissione da parte di chiunque, fossero anche re e imperatori. La vera riforma morale della chiesa venne tentata soltanto dai movimenti pauperistici ereticali, tutti duramente repressi dalla chiesa.

E’ del tutto inutile infatti dare una risposta politica autoritaria a un problema di corruzione morale. Vanno responsabilizzate le masse riducendo l’arbitrio dei potentati, la loro sfera d’azione, la loro capacità di manovrare le cose da una posizione privilegiata. Il nuovo papato di origine monastica, invece, pur cercando di combattere la corruzione del clero, finì col favorirla, in quanto eliminò quella compagine popolare che ne avrebbe potuto rappresentare l’alternativa concreta.

Ovviamente i commerci non nascono dal nulla. Tuttavia, una cosa sono i commerci saltuari, che avvengono in fiere annuali o che riguardano singoli mercanti che in luoghi remoti hanno cercato di fare fortuna, correndo non pochi rischi, acquisendo competenze e conoscenze molto particolari, acquistando spezie o prodotti di lusso, introvabili in Europa occidentale e destinati a un target molto selezionato; ben altra cosa è creare dei mercati regolari, quotidiani, delle attività lavorative, delle operazioni commerciali e finanziarie sempre più lucrose, in città che ruotano attorno al concetto di “corporazioni di arti e mestieri” e che si avvalgono di specifici Statuti politici e giuridici, che si affidano a priori, podestà, consigli comunali e che fruiscono dell’appoggio della sede vescovile e di qualche autorità di origine aristocratica, che guarda con favore allo sviluppo urbano.

Che la borghesia avesse bisogno per muoversi agevolmente, con relativa sicurezza, dell’appoggio o comunque di un tacito consenso da parte delle istituzioni allora dominanti, cioè la grande feudalità laica ed ecclesiastica, appare pacifico. Le città erano ampiamente esistite nel mondo romano: durante il mezzo millennio dell’alto Medioevo potevano anche essere andate profondamente in rovina, ma sarebbe sciocco pensare che non esistesse assolutamente la possibilità materiale di farle rinascere. Se ciò non era avvenuto, non era stato tanto per motivi tecnici quanto per motivi culturali. Infatti quando questi motivi vengono in qualche modo modificati, le città rinascono in un batter d’occhio.

Nell’alto Medioevo la campagna domina politicamente la città e quindi la domina anche economicamente; nel basso Medioevo la città si emancipa economicamente dalla campagna e alla fine riesce a sottometterla anche politicamente. Nel mezzo di questa transizione epocale vi sono i fattori culturali, quelli che rendono possibile un mutamento di mentalità.

E siccome era l’aristocrazia ecclesiastica che gestiva completamente la cultura del tempo, è giocoforza pensare che le giustificazioni ideologiche, al nascere della nuova mentalità borghese, siano state prese, in qualche maniera, proprio da questo ambiente, anche in contrasto con l’aristocrazia laica più potente, che non poteva certo vedere di buon occhio uno sviluppo considerevole di quel tessuto urbano, responsabile, in ultima istanza, della fuga dei contadini dai feudi.

Questo per dire una che progressiva successione di determinazioni quantitative non poteva portare a una nuova qualità in maniera spontanea, senza l’intervento di qualcosa che fosse consapevolmente culturale o ideologico (che quella volta era di tipo religioso). E’ nella teologia scolastica che vanno ricercate le motivazioni che hanno reso possibile il passaggio dal feudalesimo al capitalismo, per quanto assurda possa sembrare questa tesi. Cioè non basta leggersi le opere di Lutero, Calvino, Zwingli e Melantone: bisogna anche andarsi a leggere le opere di quei teologi cattolico-romani che li hanno preceduti senza rendersi conto a cosa avrebbero portato le loro innovazioni filosofiche e metafisiche in campo teologico. Marx aveva capito vagamente questa cosa quando scrisse che il nominalismo costituiva la “prima espressione del materialismo”: una frase buttata lì, che non ebbe mai il tempo d’approfondire.

L’aristocrazia amava sicuramente vivere nel lusso e non disprezzava certo la possibilità di poter acquistare cose preziose, esotiche, rare dai mercanti, ma guardava sempre con sospetto quanti si arricchivano senza possedere terre o qualità militari, e disprezzava il cinismo con cui i borghesi facevano affari. La mentalità aristocratica è completamente diversa da quella borghese. Il nobile p.es. per principio non lavora e non è interessato a uno sfruttamento illimitato del contadino, in quanto lo basa soltanto sui prodotti in natura o sulle corvées. Il borghese invece fa del lavoro la sua fonte di arricchimento, nella fase iniziale, per poi fare dei capitali acquisiti la fonte di uno sfruttamento di tipo industriale, che porta a un arricchimento praticamente illimitato, in quanto basato sul denaro (il capitale che si autovalorizza).

Perché un aristocratico diventi borghese occorre un mutamento profondo di mentalità, che può essere indotto da situazioni particolarmente gravi, come p.es. l’indebitamento o l’abbandono delle terre da parte dei contadini (in Inghilterra – vien detto nel Capitale – i nobili trasformavano gli arativi in pascoli per vendere ai borghesi la lana delle pecore, che avevano bisogno di poco personale lavorativo per essere allevate).

La grande feudalità si sentiva depositaria di una cultura idealistica, acquisita mezzo millennio prima, venendo a contatto con la chiesa cristiana, che aveva ottenuto lo status di religione privilegiata sin dai tempi dell’imperatore Teodosio: essa credeva in valori che non avrebbero potuto permetterle d’arricchirsi come il borghese, la cui fede era qualcosa di molto più formale. Il mercante poteva sempre dire che per commerciare con paesi non cristiani, non poteva essere troppo esigente in materia di fede. Poi col tempo dirà, quando la logica del mercato si sarà affermata a livello locale, che il denaro non guarda la fede ortodossa o eretica di nessuno.

D’altra parte il borghese non era così ingenuo da non sapere che, nonostante gli alti valori professati, l’aristocrazia, laica ed ecclesiastica, viveva di rendita feudale, obbligando i contadini a un duro servaggio. Non a caso la borghesia dirà volentieri ai contadini, come una sorta di sirena ammaliatrice, di trasferirsi in città per poter diventare liberi, e lo dirà almeno fino a quando apparirà evidente che lavorando come operai o garzoni negli opifici o nelle botteghe artigiane, gli stessi ex-contadini stavano meglio quando stavano peggio. Ma ormai per loro sarà troppo tardi per tornare indietro.

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il medioevo

di Enrico Galavotti | 16 Luglio 2015

IL MEDIOEVO

 

 

 

STORIA DEL MEDIOEVO – Feudalesimo e Cristianesimo medievale

 

 

Vantaggi del capitalismo

 

Gli storici devono cominciare a chiedersi se i vantaggi ottenuti con lo sviluppo della società borghese, subito dopo il crollo del feudalesimo, potevano essere considerati sufficienti a legittimare la necessità di una definitiva transizione, ovvero se gli svantaggi correlati a questa transizione non furono così grandi da escludere l’idea che non vi fosse un’altra soluzione alla crisi del feudalesimo.

In effetti, oggi appare sempre più chiaro che il capitalismo non è che una variante dello schiavismo (così come d’altra parte lo era il servaggio): le differenze sono più formali (cioè giuspolitiche) che sostanziali (cioè socioeconomiche). La differenza tra capitalismo e feudalesimo sta nei mezzi materiali con cui si cerca di alimentare un’illusione di libertà. Nel feudalesimo la libertà dipendeva da una ricchezza che si acquisiva per nascita: solo a partire dalla crociate gli esclusi da qualunque forma di eredità (ad es. i cadetti), cercarono di far fortuna con la rapina e il saccheggio.

Ricchezza e libertà coincidono sia nello schiavismo che nel servaggio e nel capitalismo: nel primo caso il metro di misura è il numero degli schiavi che si possiede (ma si conosceva anche la ricchezza fondiaria e quella commerciale); nel secondo caso il metro di misura è la terra; nel terzo è il capitale.

Il capitalismo, aumentando l’illusione della libertà, è stato, dal punto di vista dell’onestà intellettuale, un regresso rispetto allo schiavismo romano, dove l’illusione era minima. Il capitalismo non ha fatto che accentuare al massimo l’illusione religiosa ch’era tipica del servaggio, sostituendo il “dio trino” col “dio quattrino”. Senza contare il fatto che il capitalismo, per sopravvivere, ha necessariamente bisogno di colonie da sfruttare, mentre il feudalesimo si limitava a uno sfruttamento del lavoro interno al feudo (anche se già a partire dalle crociate s’è andato sviluppando uno sfruttamento coloniale, tipicamente borghese, del lavoro esterno al feudo). Da ultimo bisogna tener conto che il capitalismo, per alimentare le proprie illusioni, ha bisogno di usare strumenti imponenti e sofisticati, che comportano una notevole distruzione ambientale (e su scala planetaria).

Il marxismo da sempre ha detto che il capitalismo sarebbe stato l’ultima illusione. La storia però ha dimostrato che ne può esistere un’altra ancora più sofisticata (sul piano politico-ideologico): quella del socialismo amministrato, di Stato (che è una riedizione del servaggio, e che oggi si trova ancora in Cina).

Dobbiamo in sostanza chiederci che possibilità aveva il capitalismo di svilupparsi senza il colonialismo (iniziato praticamente con le crociate, cioè con un’ideologia religiosa -quella cattolica- ben marcata). E’ forse giusto esaltare gli aspetti antifeudali del capitalismo, quando, per affermare tali aspetti, esso ha avuto bisogno di inaugurare nuove forme di sfruttamento e di oppressione (su larga scala)? I progressi conseguiti sul piano tecnico, materiale, scientifico sono sufficienti per giustificare il superamento del feudalesimo? E’ possibile cioè che dal servaggio, attraverso la lotta politica, non si potesse passare a un’altra forma di società civile, realmente democratica?

Perché nell’Europa orientale è potuta avvenire la transizione dal feudalesimo al socialismo (seppure di Stato), senza passare per il capitalismo? La risposta, probabilmente, va cercata nello sviluppo diverso delle tre ideologie religiose: cattolica, protestante e ortodossa, o comunque nel diverso tipo d’influenza che queste ideologie hanno esercitato sui rapporti sociali. Non a caso l’inizio dei rapporti borghesi è avvenuto in Europa occidentale, quando si era definitivamente consumata la rottura tra Occidente cattolico e Oriente ortodosso. Solo che lo sviluppo di tali rapporti ha trovato la sua maggiore coerenza nell’area protestantica non in quella cattolica. La chiesa romana, infatti, essendo eminentemente politica, non tollera che si formi al proprio interno una classe che in nome del capitale possa minacciarne il potere. La chiesa romana è una chiesa feudale il cui potere economico è sostanzialmente legato alla terra.

L’ideologia cattolica non favorisce di per sé i rapporti borghesi, ma non ha neppure in sé la forza (morale) per escludere tale evoluzione: essa cerca solo di usare la forza politica per opporsi alla borghesia, ma questo ha potuto farlo in Italia sino all’unificazione nazionale, in Francia sino alla Rivoluzione dell’89, ecc. La capacità di opporsi idealmente al capitalismo è diminuita, nel cattolicesimo, in misura proporzionale al suo distacco dall’ortodossia. Il protestantesimo, dal canto suo, ha potuto perorare al 100% la causa della borghesia perché, rompendo col cattolicesimo, ha evitato di ricollegarsi all’ortodossia (infatti ha eliminato il concetto di “tradizione”). E così oggi è solo la chiesa cattolica che ancora s’illude di poter realizzare sul piano politico una “terza via” tra socialismo e capitalismo. Né l’ortodossia, né, per motivi diversi, il protestantesimo si sono mai preoccupati di questa cosa.

Nei Paesi protestanti, sul piano etico, si sono realizzati dei rapporti umani individualistici e cinici, perché basati sul denaro; nei Paesi cattolici ancora ci si illude (sempre meno in verità) che l’ideologia religiosa abbia in sé il potere d’impedire che si formino dei rapporti del genere. Il persistere di concetti come “Stato assistenziale” o “garantista”, “capitalismo popolare” ecc. sono appunto il frutto di questa illusione.

In Italia le forze conservatrici, che da mezzo secolo stanno al potere (e che dicono d’ispirarsi al cattolicesimo e che fino a qualche tempo fa s’illudevano di poter “umanizzare” il capitalismo), si sono sempre meravigliate, lamentandosene, della grande forza (almeno sul piano quantitativo) delle masse comuniste. In realtà, tale forza trovava la sua ragion d’essere proprio nella presenza autorevole, nel nostro Paese, del cattolicesimo, il quale, nonostante i suoi dualismi, ha saputo trasmettere, per un certo periodo di tempo, l’esigenza di un ideale di giustizia anche in quei soggetti usciti dalla chiesa cattolica. Paradossalmente, proprio l’affermazione del socialismo avrebbe permesso agli ideali del cattolicesimo di sopravvivere meglio (seppure ovviamente in forma laicizzata).

Tuttavia, la chiesa cattolica non ha mai accettato questa soluzione (almeno in Occidente), proprio perché è una chiesa sostanzialmente legata al potere politico: essa ha sempre preferito considerare come suo principale nemico il comunismo invece del capitalismo. Salvo poi lamentarsi, con ipocrisia, che dopo il crollo degli ideali comunisti non s’intravede più in Occidente una forza che lotti politicamente per la giustizia. Viceversa nel Terzo mondo, quella parte di chiesa cattolica slegata dal potere istituzionale ha preferito mettersi in rapporto con le ideologie socialiste.

E’ curioso che il crollo “storico” del socialismo stia trascinando con sé anche quello “ideale” del cattolicesimo. Tuttavia il vero crollo “storico” del cattolicesimo avverrà soltanto quando il socialismo avrà realizzato gli ideali della democrazia sociale e dell’umanesimo integrale. Prima di allora il destino del cattolicesimo occidentale sarà sempre più quello di trasformarsi, all’ovest, in un’ideologia analoga a quella protestantica (con qualche settore interessato all’ortodossia), e al sud in un’ideologia legata agli ambienti di sinistra.

 

Mercantilismo e chiesa romana

 

Poiché il capitalismo commerciale è la prima forma di mercantilismo apparsa agli albori del Basso Medioevo, dobbiamo necessariamente accettare l’idea che il cattolicesimo-romano abbia contribuito non poco alla sua nascita, ed è anzi probabile che nelle Fiandre sia avvenuto il medesimo fenomeno proprio perché qui dominava un cattolicesimo (quello di origine spagnola) che permetteva ai mercanti (anche italiani) di agire indisturbati.

Ma se le cose stanno così è riduttivo sostenere – come fa O. Capitani, nella sua Etica economica medievale – che detta “etica” fu gestita dalla chiesa in maniera “concessiva”, cioè tendendo progressivamente a cedere spazi di manovra sempre più ampi ai ceti affaristici. Le spinte borghesi non stavano emergendo ad extradella chiesa, cioè al di fuori delle sue concezioni e stili di vita.

Quell’etica economica fu in realtà il risultato di un modus vivendi cattolico, che la chiesa assunse ab intra, mirante a rompere i legami non solo col potere agrario dei grandi feudatari laici (rivali della chiesa proprio in quanto latifondisti) e non solo col potere politico dei sovrani (che non vedevano di buon occhio lo sviluppo autonomo dei Comuni e l’autonomia politica del papato), ma anche con le tradizioni comunitarie del mondo contadino, in quanto si tendeva a favorire la figura agiata e individualistica del mercante, che avrebbe permesso alla stessa chiesa di arricchirsi e di acquisire maggiore potere (almeno così ad essa sembrava, mentre concedeva al borghese il privilegio di muoversi con relativa autonomia).

Cioè da un lato lo sviluppo del mercantilismo fu una conseguenza della corruzione del clero (nel senso che il clero non aveva più armi di tipo etico per opporvisi, anzi sul piano teologico, con la riscoperta dell’aristotelismo, tendeva a giustificare il processo); dall’altro invece la chiesa s’illuse di poter controllare politicamente quello sviluppo, accentuando enormemente le proprie ambizioni teocratiche sul piano politico.

Diminuendo enormemente il prestigio dell’imperatore, nel corso della lotta per le investiture, il papato era assolutamente convinto di poter dominare anche lo sviluppo del capitalismo commerciale e manifatturiero, ma proprio la formazione delle monarchie nazionali infranse questo sogno assurdo. Che poi tanto assurdo non fu, in quanto, grazie all’appoggio della Spagna, poté portarlo avanti in Italia sino all’unificazione nazionale.

In ogni caso sarebbe bene precisare, sul piano storiografico, che lo sviluppo di rapporti commerciali di tipo borghese, in cui il denaro diventa equivalente universale per tutti gli scambi e quindi anche, sul piano etico, per attribuire un valore alle relazioni umane, fu una conseguenza indiretta di un mutamento di mentalità (in cui giocò un ruolo fondamentale la corruzione del clero cattolico) che avvenne sostanzialmente alla fine dell’Alto Medioevo, ma il cui processo evidentemente era iniziato molto tempo prima, già in occasione dei ripetuti tentativi del papato di rompere i rapporti con la chiesa bizantina.

La conseguenza fu “indiretta” proprio perché non si poteva prevedere quale evoluzione avrebbe avuto la nascita e lo sviluppo della borghesia. Viceversa, mezzo millennio dopo, la riforma protestante si porrà chiaramente a favore dello sviluppo borghese.

Pubblicato in : Primo pianoTag: capitalismo, chiesa, chiesa cattolica, cina, comunismo, crisi, democrazia, europa, francia, italia, Laici, lavoro, lotta politica, manovra, mondo, processo, punto di vista, socialismo, soluzione, spagna, stia, sviluppo

Info Enrico Galavotti

Enrico Galavotti

Docente di Storia e Filosofia presso Liceo Linguistico Statale “Ilaria Alpi” di Cesena Docente presso MIUR

mail galarico@homolaicus.com

 

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