Basta con l’autosantificazione. Quella del primo cittadino romano è la stessa battaglia onesta che fanno tutti i giorni tutti i sindaci degli 8500 comuni italiani, piccoli o grandi che siano. Tutti sono in trincea a scontrarsi contro qualsiasi lobby legittima o delinquenziale che vede la “Mecca” nelle casse comunali
“Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di danaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni.
Si applica la pena della reclusione da sei mesi a tre anni quando il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa, e questa, dopo l’uso momentaneo, è stata immediatamente restituita”. Questo è quello che il freddo, prosaico e ridondante lessico giuridico riassume per il reato di Peculato nella pubblica amministrazione all’articolo 314 del codice penale. E sarebbe sufficiente per chiudere qui la penosa querelle in scena a Roma in seguito alle annunciate dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Già perchè nella seconda parte della definizione del reato si fotografano le ultime mosse da disperato da primo cittadino del medico-chirurgo “teletrasportato” dalla politica dei grandi soloni nazionali alla guida della città eterna due anni e mezzo fa. “Beccato” dagli agguerriti consiglieri comunali del Movimento 5 stelle e di Fratelli d’Italia con l’interpellanza e la denuncia alla Procura della Repubblica per lo scandalo delle spese di rappresentanze, la promessa pubblica del sindaco (sino alla presentazione al protocollo delle dimissioni è a tutti gli effetti saldamente in carica, ndr) di restituire 20 mila euro alla Ragioneria comunale è di fatto una sorta di patteggiamento per alleviare la successiva pena che verrà inflitta dal Tribunale. Se il sindaco fosse convinto sino in fondo delle sue ragioni e della sua cristallina condotta, quale motivo aveva per restituire l’ingente somma per spese e pranzi di rappresentanza nel ristorante sotto casa con consorte al seguito e con le smentite cene con ambasciatori di paesi esotici? E allora non scherziamo con i mirabolanti risultati conseguiti da Marino in questi 30 mesi di governo di Roma Capitale, della storia del sindaco anti-mafia che combatte i poteri forti che paralizzavano la città. Quella di Marino è la stessa battaglia onesta che fanno tutti i giorni tutti i sindaci degli 8500 comuni italiani, piccoli o grandi che siano. Tutti sono in trincea a scontrarsi contro qualsiasi lobby legittima o delinquenziale che vede la “Mecca” nelle casse comunali (oggi in verità in grande sofferenza). Chi ha indossato la fascia tricolore anche in un comunello di 300 anime sa che per qualsiasi appalto per la realizzazione di opere pubbliche o di servizi a domanda individuale e collettiva (assistenza ad anziani o raccolta e trattamento dei rifiuti) si scontrano gli interessi di gruppi di potere e di aziende e multinazionali. Su queste parametri si misura l’adeguatezza e la capacità politica di un sindaco nella sua velocità nell’agire in mezzo alle migliaia di lacci e lacciuoli della burocrazia (con assoluta onestà avendo sempre come stella polare l’interesse pubblico e non quello personale e di area politica) e la fantasia nell’avere la visione di ciò che i suoi atti di governo produrranno nel tempo a beneficio della città a cui i cittadini hanno affidato la responsabilità di governo. Allo stesso tempo però l’integrità di una persona e di un amministratore si misura anche sul rigore “francescano” che un sindaco deve avere nella sua mission pubblica. Il grande professore (era guarda caso un medico scienziato pure lui) onorevole Pietro Bucalossi, grandissimo sindaco di Milano negli anni Sessanta che regalò ai suoi citttadini la prima metropolitana italiana, si spostava rigorosamente in tram e metrò, riducendo all’osso le spese superflue della metropoli lombarda. Non deve cadere nelle “piccolezze” e miserabili debolezze del parvenue che vede come un diritto divino i piccoli e odiosi privilegi da casta dei nostri politici che oggi più che mai fanno incazzare gli italiani che faticano a far conciliare il pranzo con la cena. E poi, per legge, il reato di rubare una mela da un fruttivendolo e rapinare riserve d’oro della banca centrale d’Italia è lo stesso: si tratta sempre di furto con più o meno aggravanti.

A Marino molto semplicemente è stato riservato lo stesso trattamento di Fini.
Ci sono in effetti alcune analogie ma io pur non avendo nessuna simpatia per i due, devo dire però che Marino non aveva e non ha lo stesso peso specifico in politica di Gianfranco Fini, che oltre ai tempi essere stato Vicepremier e ministro degli Esteri, Presidente della Camera era un leader che ha trasformato un partito dal 6% fino a portarlo a sfiorare il 15% e stava cercando di prendere la leadership del Popolo delle Libertà al posto di Berlusconi. Marino viene fatto a pezzi perchè ha avuto serie difficoltà ad amministrare la città di Roma