E’ nell’arte, quando si estranea dalla committenza; nella ricerca, quando isola le tentazioni economiche; nel lavoro, quando dedica le abnegazioni; nella politica, quando si isola per non pretendere vantaggi di crisi.
Mi chiedevo e chiedevo –or sono cinquant’anni- quale fosse, per il gusto dello spirito sociale, la più opportuna e felice scelta politica di etica della presenza.
Nel fascino meditato dei risuoni di gesta e pensieri vissuti, pure accantonati dalla storia ufficiale, scelsi la minoranza.
La scelta per le sue motivazioni già escludeva la condiscendenza e l’inglobamento nella tipicità degli usi tattici dei criteri maggioritari; dei modelli sociali che promovevano e dai quali erano, essi stessi, ciclicamente promossi; affondando tematiche e scopi in un moralismo persuasivo, nell’adesione, e dissuasivo, nella facoltà di partecipazione.
Includevano, tali criteri, la necessità della minoranza, per la sua presenza/sopravvivenza, a collaudarsi e proporsi come costituenda maggioranza; adottandone le forme di selettività indipendentemente dalle proposte finalistiche, come partecipate.
Con un adeguamento di consenso utile alla stasi delle condizioni di interessi succedentisi dalla maggioranza alla minoranza (nuova maggioranza), in ogni ambito relazionale, intellettivo, produttivo.
In buona sostanza la minoranza non si sottrae a quella verticalizzazione del dominio che attraversa, con continuità, per stadi sovrapposti, la aggregazione sociale.
Il principio di governo è il medesimo. Con perseverata immanenza di condizionamenti, pure in mutazione formale; di cui il dominio fruisce. Ora, nelle forme differenziate della evoluzione tecnologica; ora, nelle sopravvenienze di squinternamenti fideistici.
Se null’altro stimolo etico sopravvivesse alla stritolazione che, di concerto, operano queste masse moralisteggianti alcuna delle attività evolutive della condizione umana avrebbe destino e destinazione. Sarebbe il deserto delle staticità equipollenti: l’assoluto del comando o la confusione isterilente.
Ma procede sotterranea, ignorata ed ignota, contrapposta e contraddittoria al costume osannante, la consapevole esclusione dalla rilevanza sociale, nella comunità ad essa contemporanea, quella che io dicevo “minoranza maggioritaria”.
“minoranza maggioritaria” che si adempie richiedendo l’abiura del proprio interesse alla utilità personale, riferendosi ad un ciclo di proposizioni e resurrezioni di creatività, intuizioni, soluzioni utili a sgretolare il principio di governo maggioranza/minoranza e l’adeguamento ad esso del consenso.
“minoranza maggioritaria” che è nell’arte, quando si estranea dalla committenza; nella ricerca, quando isola le tentazioni economiche; nel lavoro, quando dedica le abnegazioni; nella politica, quando si isola per non pretendere vantaggi di crisi.
La “minoranza maggioritaria” prosegue isolata e sfugge, temendo, i consensi e quando ve ne perviene ne determina i modi della critica. Con umiltà, perché la sapienza e la saggezza ne sono i cardini fondanti. Cardini di quell’etica dell’ “uomo della ruota”, l’operaio della civiltà, a cui si sottraggono le dispute della “politica” della democrazia, del sesso degli angeli.

sebbene con ritardo (per motvi tecnici, ma me ne scuso ugualmente) vengo a esprimere il mio apprezzamento a quanto ha voluto esprimere nicola cariglia, in fine al mio articolo.
dico apprezzamento e non grazie perché ritengo che il grazie sia riduttivo della funzione di “minoranza” dialogante che nicola cariglia ha impresso alla direzione di “pensalibero”, per cui può trovare vitalità anche una tematica dissacrante, contraddittoria e tendenzialmente “giacobina”, costiana e nenniana, come la mia.
alla storia di questi giorni reazionari e cupi si può così consegnare la conteporanea passione di vita dei braccianti stagionali di conselice e dei difensori dell’Avanti!