In primis pongo l’umiltà, cioè la consapevolezza dei propri limiti, una delle vette della grandezza cui un uomo può aspirare. Voi conoscete un politico umile, o almeno, uno che dia segno di aspirare a tanto?

Avanzo l’ipotesi che un drappello di qualità umane possa costituire il minimo comune denominatore di un siffatto approccio alla vita politica. In primis pongo l’umiltà, cioè la consapevolezza dei propri limiti, una delle vette della grandezza cui un uomo può aspirare a mezzo di un lungo, tenace, asperrimo esercizio. Voi conoscete un politico umile, o almeno, uno che dia segno di aspirare a tanto? In secundis vada per l’onestà intellettuale, cioè la capacità di riconoscere le cose per quelle che sono, anche quando risulti sconveniente. Voi conoscete un politico intellettualmente onesto? Incidentalmente rifletto che l’onestà intellettuale deve avere una sorta di legame parentale con l’umiltà (come potrebbe la prima prescindere dalla seconda ovvero sussistere senza di quella, e viceversa?): è l’amore della verità che le accomuna e la verità, citando Simone Weil, “è costituita dai pensieri che sorgono nello spirito di una creatura pensante, unicamente (…) desiderosa della verità”. Voi sapete di un politico che desideri tanto? In tertiis è doveroso richiamare il coraggio, cioè la capacità di raccogliere i semi di questa ‘verità’ e farli germogliare in decisioni anche forti, difficili – non solo per gli altri ma anche per sé (ad es., vincere quella ‘coazione a ripetere’ così diffusa). Il coraggio è una qualità fondamentale in politica, il bene scarso per antonomasia. Voi conoscete un politico coraggioso?
Ecco, la stessa formulazione di tali domande sembra un tentativo di applicare un “metodo scientifico” all’ipotesi dell’utilizzo del metodo scientifico in politica. Da cui tale ipotesi potrebbe uscire sconfessata, contraddetta (e non credo che Karl Popper, autore della frase sopra riportata, si straccerebbe le vesti): per avere politici che applicano l’auspicato metodo – che servano con umiltà, onestà intellettuale e coraggio il proprio Paese -, alla politica andrebbe imposta una dieta ferrea, una riduzione quantitativa di così grande momento da trasformarne la struttura. L’esperienza della vicenda umana, infatti (e non del solo uomo politico), ci dice che quelle doti diventano sovrumane, impossibili, ove vigono ampi poteri, irresponsabilità, agi, privilegi e allettamenti di ogni tipo e pertanto la ‘virtù’ dell’uomo è meglio assicurata dalla programmata esclusione delle occasioni del vizio piuttosto che dal lasciare al medesimo l’onere (o l’imbarazzo) della scelta!

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