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Italia 3.0

di Enrico Cisnetto | 9 Febbraio 2014

renzi-letta-enrico-234137Ha ragione Giorgio Napolitano: basta con l’austerity ad ogni costo. Mentre il mondo inondato di liquidità rischia lo scoppio di un’altra bolla finanziaria come quella del 2007, l’Europa – che se non è in deflazione poco ci manca, nonostante le generose rassicurazioni di Draghi – deve smetterla con l’ossessione di politiche di bilancio che soffocano ogni possibilità di ripresa. Peccato, però, che questa fondamentale linea di governo sia stata espressa, a Strasburgo, dal presidente della Repubblica, e non da quello del Consiglio. Ora, è vero che io stesso ho battezzato l’attuale esecutivo come Napolitano-Letta, ma resta il fatto che agli occhi dei nostri partners l’indicazione del Quirinale, per quanto autorevolmente espressa, non vale quella del governo. Letta, però, invece di cogliere lo spunto dell’uomo a cui deve l’arrivo e la permanenza a palazzo Chigi, in queste ore ha preferito polemizzare con Squinzi, reo di avere – finalmente, dico io – preso il toro per le corna nel rapporto con l’esecutivo, dandogli una sorta di ultimatum.

Il presidente di Confindustria, che ha indicato proprio nel Capo dello Stato – sarà un caso? – il destinatario ultimo dell’accorato appello che gli imprenditori italiani rivolgono alla politica, segnala che, contrariamente alla vulgata governativa, la ripresa non è affatto partita – al massimo si può parlare di fine della recessione – e che senza interventi radicali quella parte di output perso dal 2008 ad oggi (oltre 9 punti di pil, di cui più della metà dovuti alla definitiva cancellazione di realtà produttive) non potrà mai più essere recuperato. È una colpa, la sua? A parte che se non lo avesse fatto la base confindustriale avrebbe imbracciato i forconi (anche) contro di lui, ma in tutti i casi è evidente a tutti che al paese manca lo spirito giusto per affrontare quella che rimane l’emergenza socio-economica della più grave crisi della sua storia repubblicana. Emergenza che certo non si affronta portando a casa 500 milioni dagli emirati arabi – con quella cifra comprano, tanto per dire, l’1,2% dell’Eni – o mettendo sul piatto i 250 milioni con cui il consiglio dei Ministri ha deciso di finanziare il “piano 2014 per la ricerca e l’innovazione”. Per carità, non si butta via niente, ma c’è bisogno di ben altro. Il nostro sistema produttivo è ormai ad un bivio – quello della sua definitiva internazionalizzazione – e il tempo per svoltare dalla parte giusta è ristretto a quest’anno e, forse, ad altri 12-24 mesi. Ci giochiamo tutto, e non possiamo certo affrontare una sfida così decisiva con l’arma del rattoppo. La disfida è pericolosa, perché la posta in gioco è altissima, ma non impossibile. Forse, per certi versi, non è neppure così tanto difficile.

Il nostro fatturato estero, pari a circa un quarto del pil complessivo, è nominalmente in capo ad oltre 200 mila imprese, ma la metà di esso è fatto da un migliaio di soggetti che superano i 50 milioni. Calcoli più o meno ottimistici dicono che la vera internazionalizzazione poggia sulle spalle di 12-15, al massimo 20 mila imprese. Troppo poche per sostenere un paese di 60 milioni di abitanti abituato a vivere al di sopra delle sue possibilità e ora in astinenza di quelle risorse pubbliche che fin qui hanno consentito di reggere, direttamente o tramite i consumi interni, il restante 75% del pil. Bisogna che il fronte del business globale si allarghi. E lo si può fare, perché in giro per il mondo c’è una enorme liquidità, capitali che sono molto interessati all’Italia. Una volta lo erano ai consumatori italiani, oggi guardano ai nostri prodotti d’eccellenza, ai marchi del made in Italy, al know-how delle multinazionali tascabili leader di nicchie interessanti.

Ma questa “domanda di Italia” va intercettata, capita e assecondata. E di conseguenza va rimodulata l’offerta. Per esempio quella del turismo: se è vero che entro pochi anni nel mondo raddoppierà la cifra di “people on the move”, arrivando a due miliardi, è a maggior ragione vero che non possiamo offrire il rapporto qualità-prezzo attuale. E la risposta non sta nell’abbassare i prezzi, come qualche località famosa gestita da dementi sta facendo, ma alzare il livello dei servizi offerti.

Tutto questo significa avere una politica industriale, e ancor più a monte vuol dire definire un modello di sviluppo “Italia 3.0”. È in grado questo governo, il cui azionista di maggioranza – il Quirinale – a fronte di risultati scarsi non sembra poterlo proteggere ulteriormente, di avere il respiro così largo da fare scelte neppure all’ordine del giorno di un dibattito politico sempre più miserabile? Renzi o non Renzi, questa è la domanda cui Letta deve saper rispondere.

Pubblicato in : Editoriale

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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