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Eugenio Scalfari l’intellettuale dilettante

di Redazione Pensalibero.it · 18 Novembre 2013

L’ultimo libro di Francesco Bucci mette in risalto il divario gigantesco tra l’ attività giornalistica del fondatore di Repubblica ed i numerosi libri scritti da Scalfari per cimentarsi sui temi assai più impegnativi della filosofia e della religione.

eugenioscalfariintellettualedilettanteSe è vero che tutti parlano male di tutti, in Italia è invece difficile trovare qualcuno disposto a scrivere male degli appartenenti alla cerchia della “intellighentia” che esercita da decenni la propria egemonia sui giornali e sulle case editrici. Ancora di più se si tratta del fondatore di Repubblica che oltre ad essere un giornale è anche e soprattutto un partito dalle molte facce: politica, affari, cultura, etc. A dire la sua su Scalfari, in maniera irrispettosa e coraggiosa  (al di la del giudizio sul libro che ne è uscito) è Francesco Bucci, che già si era distinto per avere scritto un altro volume di denuncia contro un altro “intoccabile” dell’estabilishment culturale nazionale: Umberto Galimberti, di cui Bucci ha denunciato e documentato una certa tendenza a copiare brani di altri autori senza citare la fonte.  Naturalmente tale denuncia fu aspramente avversata dai molti sostenitori di Galimberti e lo stesso sta già accadendo con Scalfari, del quale Bucci mette in risalto il divario gigantesco tra la sua attività giornalistica ed i numerosi libri scritti da Scalfari per cimentarsi sui temi assai più impegnativi della filosofia e della religione. Di “Eugenio Scalfari l’intellettuale dilettante”, pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, l’intera introduzione.

Introduzione

Eugenio Scalfari1 è stato un grande direttore di giornale ed è

tuttora un grande giornalista. I suoi editoriali di politica, di economia,

di finanza, di costume sono esemplari per lucidità di analisi e

chiarezza espositiva.

Allorché, verso la metà degli anni Novanta del secolo scorso,

ha lasciato la direzione di la Repubblica ed è andato in pensione,

nella sua mente si deve essere accesa una luce che gli ha indicato un

percorso nuovo e difficile, che egli ha subito intrapreso con giovanile

entusiasmo ed ancora prosegue con instancabile lena.

L’idea luminosa deve essere stata quella di lasciare ai posteri

un’immagine di sé più alta e nobile di quella del semplice giornalista

che, per quanto grande, ha pur sempre a che fare con la banale

attualità. E, poiché il suo mestiere è quello di scrivere, il modo più

semplice per raggiungere l’immortalità deve essergli sembrato quello

di trasformarsi in saggista e di occuparsi in tale veste dei massimi

sistemi. Fatto sta che ha iniziato a pubblicare un libro dopo l’altro,

con una forte accelerazione negli ultimi anni: Incontro con Io

(Rizzoli, 1994), Alla ricerca della morale perduta (Rizzoli, 1995),

Attualità dell’Illuminismo (Laterza, 2001), L’uomo che non credeva

in Dio (Einaudi, 2008), Per l’alto mare aperto (Einaudi, 2010) e

Scuote l’anima mia Eros (Einaudi, 2011).

Libri con i quali si inoltra, con piglio gagliardo e passo sicuro a

dispetto dell’età, nei più vari campi del sapere: filosofia, letteratura,

storia, psicologia, arte, scienza. Tutto, insomma, fuorché politica,

economia e finanza, su cui – per nostra fortuna – continua a intrattenerci

ogni domenica sul giornale da lui fondato.

Non più, dunque, solo il giornalista costretto ad occuparsi di

questioni che, seppur importanti, sono comunque di ordine “prati-

co”, come le qualificherebbe il suo filosofo di riferimento, Benedetto

Croce, ma l’intellettuale “puro” che, crocianamente appunto,

frequenta lo Spirito nella sua forma teoretica e guarda pertanto

le umane vicende non più nella loro volgare quotidianità, ma sub

specie aeternitatis.

Questo, sì, è davvero un bel modo per concludere una lunga vita

già piena di soddisfazioni e di successi e, soprattutto, per passare

alla storia (della cultura e non solo del giornalismo), finalmente a

fianco dell’amico Italo Calvino.

Ma c’è un però.

Purtroppo per ES e per le sue ambizioni, e purtroppo per i malcapitati

lettori, i suoi libri, se risultano qua e là di un qualche interesse

sul piano autobiografico, sono privi di qualsiasi valore sotto il profilo

propriamente culturale. E questo per il semplice motivo che sono

opere di un dilettante. ES scrive infatti i suoi libri da giornalista, qual

è e quale rimane. E il dilettantismo, lo sostiene ES, è caratteristica

tipica di tale professione.

Avendo praticato quella professione e conoscendola dal di dentro,

credo che il modo giusto di definirla sia la parola “dilettante”. Il

giornalista deve tradurre i linguaggi specialistici dell’uomo politico,

dell’economista, del burocrate, del tecnico, dello scienziato […] in

una lingua comprensibile a tutti, chiara dove il suo interlocutore

è stato oscuro, decifrandone i tecnicismi e il gergo specialistico. È

naturale che il giornalista non possieda conoscenze approfondite.

Sarebbe un Pico della Mirandola e non un impiegato addetto alle

notizie. La sua è dunque una cultura dilettantesca, un’infarinatura

approssimativa […] E tuttavia è, a suo modo, un grande specialista:

specialista di dilettantismo. (L’uomo che non credeva in Dio, p. 95).

La stessa tesi l’aveva già espressa, in maniera più sintetica, in

un articolo (la Repubblica, 21 maggio 2004).

[…] la funzione di giornalista è quella di essere un dilettante di

professione. Importa poco che tu possa conoscere il regolamento

della Camera o il clima delle piante dell’Africa centrale e via dicendo:

non è pensabile che tu sappia ogni cosa, ti si chiede invece

una forte infarinatura di cultura generale […]

Se sostenuta da un maestro del giornalismo, la tesi sarà senz’altro

giusta. Ma in un’intervista (L’Espresso, 13 maggio 2010) ES

giunge a sostenere che anche l’intellettuale debba rifuggire dagli

specialismi.

Chiede l’intervistatore, con riferimento a Per l’alto mare aperto:

Lei parla tra le altre cose del ruolo degli intellettuali e spiega

come questa figura sia legata all’idea di modernità. Con il passaggio

d’epoca avremo ancora degli intellettuali o solo degli specialisti

in determinate materie?

Risponde ES:

Il rischio che sia la tecnologia a guidare l’uomo e non l’uomo la

tecnologia, esiste. E lo specialismo aumenterà, ma a questa tendenza

gli ultimissimi moderni hanno reagito. Basti pensare a figure come

Paul Valéry, Eugenio Montale e Italo Calvino. Sono persone che

hanno parlato di tutto, perché la modernità non è specialismo. Il

pensiero moderno comporta l’universalità.

Ecco subito un bell’esempio di teoria e pratica di dilettantismo

intellettuale. In poche righe ben due errori: uno di tipo “linguisticoconcettuale”

e uno di tipo “culturale”. Il tutto, ancora, all’insegna

di un crocianesimo di risulta: se i tecnici sono condannati allo specialismo,

gli intellettuali devono adempiere alla loro missione “universale”

occupandosi e parlando di tutto.

Peccato che il contrario di “specialismo” sia “generalismo” e

non “universalità” (e che i contrari di “universalità”, a seconda

dell’accezione in cui il termine viene usato, siano “particolarità”

o “parzialità”). Si tratta, infatti, di parole che esprimono concetti

non opposti ma eterogenei: “specialismo” indica il possesso di

competenze circoscritte, ma approfondite; “universalità” indica o

l’appartenenza all’intera umanità di un “qualcosa” (valori, diritti,

ecc.), o un insieme di “cose” considerate nella loro totalità. L’epoca

moderna, inoltre, per l’enorme sviluppo e diversificazione delle

conoscenze, non può che essere un’epoca di specialismi in tutti i

campi, a differenza del periodo rinascimentale, che ha annoverato

tra i suoi massimi intellettuali proprio quel Pico della Mirandola

citato da ES. E quindi l’intellettuale moderno non può essere un

Pico, ma per il motivo opposto a quello per cui non può e non deve

esserlo un giornalista: perché è tenuto a padroneggiare quella, e solo

quella, porzione dello scibile di cui professionalmente si occupa.

E proprio per ciò non può “parlare di tutto”, se non allo stesso

titolo di un giornalista “generalista” ed allo stesso modo di questi:

dilettantisticamente, appunto. Come quando, ad esempio, Antonino

Zichichi parla di teologia e Gianni Vattimo di scienza.

Si potrà obiettare: ma si trattava solo di un’intervista!

D’accordo. Il guaio è, però, che di errori marchiani, di spropositi

e di veri e propri sproloqui abbondano anche i libri di ES, nonché

gli articoli nei quali egli, atteggiandosi a “intellettuale universale”,

si avventura in terreni che non gli sono congeniali.

Talvolta le scempiaggini sono tali e tante che finiscono con l’inficiare

la sensatezza degli scritti nel loro insieme. Come nei casi

di Per l’alto mare aperto e di Alla ricerca della morale perduta,

all’esame dei quali sono dedicati, rispettivamente, il primo ed il

secondo capitolo di questo libro: essendo, a differenza degli altri,

libri monotematici (la modernità è il tema dell’uno, l’etica quello

dell’altro) hanno richiesto infatti un trattamento unitario. Il terzo

capitolo offre invece una panoramica delle performances più curiose,

e spesso divertenti, in cui si è esibito il nostro nell’ambito delle

principali altre tematiche qua e là toccate nei suoi scritti: filosofia

teoretica, letteratura, scienza, psicologia.

I libri di ES sopra elencati non sono inquadrabili, in realtà, in

un genere letterario ben definito: non sono certamente romanzi, ma

non sono neppure propriamente dei saggi, come sopra li ho definiti.

Essi appaiono piuttosto come il frutto della contaminazione fra due

“generi letterari” minori, con prevalenza ora dell’uno, ora dell’altro:

il “diario spirituale” adolescenziale, con cui spesso i giovani

dialogano con loro stessi ponendosi le eterne domande prive di

risposta, e la “tesina” scolastica. Del primo hanno tutta l’ingenuità,

del secondo tutta la superficialità e l’approssimazione (e i non infrequenti

fraintendimenti). È da questo mix che scaturiscono banalità,

insensatezze e spropositi. Di cui offrirò in questa Introduzione una

breve anticipazione.

Ma prima vorrei mostrare come il giudizio espresso sull’ES

“intellettuale universale” – che, me ne rendo conto, può sembrare

eccessivamente severo – sia già stato sostanzialmente formulato da

un grande critico letterario. Riporto pertanto alcuni stralci di una

lunga recensione di Cesare Garboli a Incontro con Io (la Repubblica,

22 aprile 1994):

Che libro è mai questo? Un’antropologia dell’Io? Una ricerca

condotta sopra l’immagine di sé trattata come una cavia, analizzata

e radiografata per fornire dei materiali di studio agli psicologi futuri?

Un trattato dei vizi e delle virtù? Una lunga, indiretta confessione

che ha per oggetto il lento e tiepido sanguinare di una vecchia ferita

sotto le bende, la solitudine inguaribile di un bambino, la sindrome

del figlio unico? O uno zibaldone di pensieri? O un dizionario di

autori insostituibili, Spinoza, Kant, La Rochefoucauld?

Garboli trova che il libro sia:

[…] fatto di pensieri […] arruffati, disordinati, ancora umidi

di emozione, venuti su dai fondi dimenticati e lontani degli anni di

liceo, dall’odore delle sale di biliardo, dai lazzi e dagli schiamazzi

della gioventù, quando le idee si svegliano trascinate dai sensi e si

presentano alla mente facendo ressa, sgomitando, pigiandosi tutte

insieme prima che la scelta di una professione, le necessità della

vita, la cosiddetta maturità se le porti via.

Il critico sente sprigionarsi dal libro “un vecchio, inconfondibile

odore di scuola”.

E ora gli esempi, con l’avvertenza che, trattandosi appunto di

esempi puntuali, appaiono tutto sommato dei “peccati veniali” rispetto

ai “crimini” contro la cultura (e lo stesso buonsenso) complessivamente

perpetrati dall’ES “intellettuale universale”, di cui

questo libro intende essere un documentato atto d’accusa. Ai lettori

la sentenza finale.

Ecco le sue idee in campo epistemologico.

Al di là dell’apprendimento logico per concetti e di quello intuitivo

per immagini, non esistono altre forme di conoscenza. (Alla

ricerca della morale perduta, p. 34).

Ma se è così, che ne è della scienza, tanto per dire? No, certo, si

corregge ES, non è esattamente così: anche l’ideologia è un’essen

ziale forma di conoscenza, anzi è la forma tipica della conoscenza

scientifica, che – come tutti sanno – è riservata alle masse:

[…] concordo con questa rivalutazione dell’ideologia come inevitabile

strumento conoscitivo. Aggiungo che essa si estende alla

ricerca scientifica […] le ideologie sono schemi semplificatori di

una realtà complessa che deve essere pensata dalle masse. (Per

l’alto mare aperto, p. 211).

L’epistemologia scalfariana è efficacemente compendiata nel

seguente brano (L’Espresso, 28 agosto 2008):

[…] la ricerca sperimentale […] esalta il ruolo dello sperimentatore

e per conseguenza la soggettività (e la precarietà) dei risultati

di volta in volta raggiunti […] Di qui il bisogno epistemologico di

analizzare con cura crescente il ruolo dell’osservatore, cioè del

soggetto, dei suoi punti di vista preliminari e dell’influenza che essi

possono esercitare sui risultati della ricerca.

Sfugge evidentemente a ES che i “risultati della ricerca” sono

soggetti a verifiche sperimentali e sottoposti al vaglio della comunità

scientifica internazionale.

Si inizia a percepire così una certa impreparazione di ES in

campo scientifico, che emerge con maggior evidenza allorché egli

dall’epistemologia si sposta nel campo di specifiche scienze, come

quelle biologiche e fisiche.

Quali tempeste neuroniche, quali esplosioni corticali, axonali,

biochimiche si possono essere prodotte nel cervello di Galileo mentre

scopriva che è la terra a girare intorno al sole, o in quella di

Newton quando formulava la legge di gravità dei corpi ? (Incontro

con Io, p. 56).

Immaginate i tremendi mal di testa dei due sventurati.

Il cervello è in realtà, spiega ES, come una lampadina: come

questa emette luce, così il cervello emette pensiero; e l’intensità di

entrambi dipende dal voltaggio. Il cervello è infatti:

[…] un organo composto di cellule, sangue, circuiti biologici,

cariche elettriche […] il pensiero promana dall’attività delle cel

lule cerebrali e dalla loro maggiore o minore energia trae la sua

maggiore o minore profondità e limpidezza. (ibidem).

Anche la “grazia” ha qualcosa a che fare, secondo ES, con l’elettromagnetismo:

Il mondo dei sentimenti sarebbe però incompleto se non ci fosse la

grazia ad arricchirlo. In realtà non è esatto definire la grazia come

un sentimento: è un dono, deriva da una sconosciuta combinazione

di geni, ormoni, ereditarietà, centri energetici e campi magnetici.

Insomma, elementi indefinibili, che la scienza non ha identificato e

neppure scritto nell’agenda delle sue ricerche. E tuttavia la grazia è

percepibile e percepita; il sentimento della grazia è nell’osservatore

che ne avverte la presenza e non in chi la possiede e ne indossa le

caratteristiche. I greci erano talmente ricchi di quel sentimento che

le Grazie entrarono fin dai tempi più remoti a far parte della loro

mitologia. (Scuote l’anima mia Eros, p. 24).

Ma insomma, sbotterebbe a questo punto l’insegnante, deciditi

Eugenio: la grazia è un sentimento o una reazione endocrino-genetico-

elettromagnetica?

È però in geometria che ES mostra le sue lacune più gravi:

La definizione recita che l’angolo è l’incontro di due semipiani.

C’è, ci deve essere una straordinaria esperienza di vita e una

stupefacente capacità di astrazione perché il pronipote dell’homo

erectus sia arrivato a formulare una definizione così asciutta e

rigorosa. (Incontro con Io, pp. 55-56).

Peccato che la definizione sia palesemente erronea: sono due

semirette, e non due semipiani, a delimitare un angolo (piano). Ma

forse ES pensava al diedro (“diedro”, Eugenio, non “dietro”!).

Purtroppo angoli e triangoli non sono il forte di ES:

Il triangolo amoroso è stato una figura sociale molto diffusa in

tutte le epoche e in tutti i luoghi […] si tratta di un triangolo isoscele,

nel senso che pende più da una parte che dall’altra (Scuote

l’anima mia Eros, p. 103).

Se il metaforico triangolo amoroso può pendere, e talvolta pende,

il triangolo geometrico non pende mai. Neppure lo scaleno, che si

limita ad avere tutti gli angoli diversi tra loro, figuriamoci l’isoscele

che ha due angoli uguali e sta ben saldo sulla base.

ES giunge perfino a dubitare dei “postulati dell’eguaglianza dei

triangoli”:

Ora mi chiedo: è veramente perfetta quella definizione che fissa

i postulati dell’eguaglianza dei triangoli tra loro? Poniamo che vi

siano due triangoli perfettamente eguali, posto che eguali sono i

loro tre angoli. È indifferente il modo con cui i due triangoli sono

collocati su un piano che sta alla loro base? (Incontro con Io, p. 58).

Non dico alle elementari, ma almeno alle medie qualsiasi studente

sa che c’è un numero infinito di triangoli diversi tra loro pur

avendo gli angoli uguali: perché due triangoli siano uguali è infatti

necessario che siano uguali anche i lati. E poi: quando mai si è visto

un triangolo la cui base poggi su un piano (se si eccettua il triangolo

rosso posto sull’asfalto dietro un’automobile in panne)?

L’idiosincrasia di ES per la geometria è tale da non consentirgli

di distinguerla dall’astronomia. Finisce così col confondere Euclide

con Tolomeo. In un articolo su la Repubblica del 6 luglio 1999,

in cui discetta dottamente di meccanica quantistica, a proposito di

Werner Heisenberg, di Niels Bohr e colleghi, afferma:

[…] tutto quel gruppo di scienziati […] mise in discussione la

fisica di Newton così come Newton aveva rivoluzionato i princìpi

di Euclide […]

Nonostante le lacune e nonostante generalmente si ritenga che

l’idoneità mentale alla ricerca e alla scoperta si attenui con l’età,

recentemente ES ha avuto un colpo di genio da premio Nobel: la

grande unificazione delle teorie fondamentali della fisica, che gli

scienziati cercano invano da quasi un secolo, in realtà è già stata

trovata da Isaac Newton con la scoperta della natura ondulatoria

della forza di gravità. Sull’Espresso del 20 ottobre 2011, a proposito

di un libro del fisico Martin Bojowald ES scrive:

L’autore è uno dei maggiori fisici della nuova generazione ed

esplora la forza dominante del nostro universo, la gravitazione, le

sue onde che congiungono tra loro la teoria della relatività generale

di Einstein e la meccanica quantistica sulle particelle elementari.

ES spiega subito dopo, con comprensibile orgoglio, perché è

riuscito là dove aveva fallito perfino Albert Einstein:

A me la fisica teorica piace molto e l’ho studiata fin dagli anni

giovanili.

Figuriamoci se non l’avesse studiata! Meglio passare alle materie

umanistiche:

Gli Essais sono stati questo, l’icona del pensiero moderno, il

suo inizio e il suo culmine. Tutti gli autori che hanno rappresentato

altrettante vette di quel pensiero sono stati debitori di Montaigne,

così Descartes, così Spinoza, Hume, e Diderot e Voltaire; Rousseau,

Kant, Goethe, Verri, Beccaria, due secoli interi gli sono debitori;

anche se non tutti l’hanno letto […] (Per l’alto mare aperto, p. 61)

Non sarà un po’ sovrastimato l’apporto di Michel Eyquem de

Montaigne alla cultura europea del XVII e XVIII secolo se non

proprio tutti l’hanno letto? E poi: chi lo ha letto e chi no? E chi non

lo ha letto come può aver contratto un debito con lui? E chi lo ha

letto che tipo di debito ha contratto? E perché? E ancora: di quale

Verri parla ES? Di Alessandro o di Pietro? Invano cerchereste nel

libro delle risposte. Argomentare è certo più difficile che semplicemente

asserire. Meglio sentenziare con disinvolta sicumera: il

prestigio acquisito in oltre mezzo secolo di gloriosa attività giornalistica

impedirà a chiunque di sospettare che ES non abbia passato

anni ed anni della sua vita a schiena curva sui testi degli autori

che cita a man bassa. L’assertività (che connota la maggior parte

delle dissertazioni “culturali” del nostro) produce così una sorta di

inversione dell’onere delle prova: non è ES a dover motivare ciò

che sentenzia, ma è chi legge – se lo vuole – a dover verificare se le

sentenze non siano per caso delle corbellerie belle e buone. Come

ad esempio la seguente:

Platone pensava che le Idee, questi Enti incorrotti che toccano

il cielo e abitano dall’inizio dei tempi nella pianura della Verità,

abbiano lasciato memoria di sé nella mente degli uomini ed essi

utilizzino questo innato ricordo come metro per misurare la vita.

Per venticinque secoli l’uomo occidentale ha pensato più o meno

allo stesso modo di Platone. (Incontro con Io, p. 33).

La filosofia (antica, moderna e contemporanea) sarebbe dunque

tutta, indistintamente, platonica. E lo sarebbe anche l’uomo della

strada (purché, ovviamente, occidentale). Ma non fu già Aristotele

a confutare la teoria platonica delle Idee? Non ricorda l’ES “intellettuale

universale” l’affresco di Raffaello La scuola di Atene, che

rappresenta Platone con l’indice volto verso l’alto, a indicare il

regno delle Idee, e Aristotele con il palmo della mano volto verso il

basso, a indicare il più prosaico mondo degli enti? E furono platonici

David Hume, ad esempio, o Immanuel Kant, o Friedrich Nietzsche,

o Arthur Schopenhauer? Eugenio, Eugenio: zoppichiamo anche in

filosofia e in storia dell’arte!

Sempre a proposito delle Idee platoniche, ecco come prova a

immaginarsele ES:

In realtà […] quelle maestose presenze altro non sono che gli

specchi costruiti da Io affinché riflettano le rifrazioni prismatiche

che la mente distintamente è in grado di filtrare. (ivi, pp. 33-34).

Qui dall’elettromagnetismo siamo passati all’ottica, ma il risultato,

come si vede, non cambia. In questo caso, però, dobbiamo

essere indulgenti: neppure il buon Platone, come dimostra l’irrisolta

aporeticità dei suoi dialoghi, sembra aver avuto ben chiaro cosa

fossero quelle benedette Idee che hanno fatto impazzire generazioni

di studenti. Il povero Eugenio questa volta è giustificato.

E si riscatta completamente operando, in due sole righe, una

geniale sintesi tra filosofia, fisica, logica e biologia:

La volontà di potenza mette in discussione due grandi leggi di

natura: quella della gravitazione universale e quella di non contraddizione.

Nietzsche contesta che questi princìpi che regolano

la natura siano applicabili alla specie umana. (Per l’alto mare

aperto, p. 258).

Questa è la prova degli esiti inauditi ai quali possono pervenire

le elaborazioni teoriche di un intellettuale davvero “universale”: gli

scettici sono serviti.

Ecco ora (senza commenti) alcune profonde riflessioni filosofiche

sulla vita e sulla morte.

Tutto ciò che nel mondo è vivente, un giorno dovrà morire. Tra

vita e morte il nesso è strettissimo. (Per l’alto mare aperto, p. 47).

L’uomo pensa; la sua mente, cioè la facoltà di pensare, gli consente

di riflettere su se stesso e quindi di avere coscienza di sé,

della propria nascita e della propria condizione di morituro […]

L’uomo è consapevole dell’inevitabilità della morte. (Il Venerdì,

supplemento settimanale de la Repubblica, 3 gennaio 2006).

Il mio fegato, il mio cuore, il mio senso della vista, quello

dell’udito con tutti i loro sofisticati apparati non sanno di dover

morire […] Il problema della morte riguarda dunque soltanto la

mente. (Incontro con Io, pp. 145-147).

Ad un tale “intellettuale universale” Mondadori ha recentemente

dedicato un Meridiano, collocandolo così tra i più grandi scrittori

di tutte le epoche, assieme a Johann Wolfgang Goethe, Honoré de

Balzac, Lev Tolstoj, Marcel Proust e Franz Kafka, per citarne alcuni.

E, naturalmente, all’amico Italo Calvino. L’agognata immortalità

è stata dunque raggiunta. Nonostante le riserve e le perplessità di

quei pochi sprovveduti che hanno trovato sconcertante la decisione

della casa editrice milanese.

Intervistato dal Fatto Quotidiano (15 luglio 2011) sul Meridiano

in questione, allora in cantiere, Giulio Ferroni si è ad esempio

espresso in questi termini:

(Quanto ai Meridiani dedicati ai giornalisti) […] si tratta di un

appiattimento sul presente. Scalfari è un grande giornalista, ma

quale Scalfari verrà meridianizzato? Gli articoli o le opere di memorialistica

possono andare, ma il resto… Non mi faccia dire cose

crudeli.

E prudentemente, appunto, si astiene dal dirle.

Le dice, invece, il libro che vi state accingendo a leggere.

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. albert 2020

    29 Dicembre 2020 alle 09:23

    Condivido le critiche a Scalfari, non condivido la definizione “dilettante”. Il fatto è che Scalfari ha dimostrato in filosofia di essere semmai un ignorante, non un dilettante. La scienza è piena di contributi di grandi pensatori che erano “dilettanti” in alcuni campi, perchè se ne occupavano nel tempo libro, vedi ad esempio Fermat, la cui professione era quella di magistrato, ma che si dimostrò anche grande matematico. Oppure vedi Leibniz, che di professione era anche lui magistrato, diplomatico, ecc., ma che seppe addirittura rivoluzionare il pensiero matematico, scoprendo insieme a Newton il calcolo differenziale ed integrale. Ci sono centinaia di esempi simili. Ma Scalfari non è stato nulla di ciò, lui non ha fornito alcun valido contributo nell’evoluzione del pensiero perché ha studiato male tante cose, e ha capito poco di ciò che ha studiato. Scalfari non sapeva nemmeno che un triangolo isoscele non può “pendere di più da una parte”, perchè un triangolo isoscele ha sempre 2 lati congruenti, cioè della stessa misura. Ignorante, non dilettante.

    Rispondi
  2. marzio siracusa

    18 Novembre 2013 alle 19:46

    Quel che meraviglia è che Francesco Bucci abbia perso tempo su un filosofo ” de noartri ” come Scalfari. Ma chi l’ha mai preso in considerazione?

    Rispondi

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