
Ma non solo cinema. Accanto alle proiezioni anche musica, sfilate di moda e una piacevole mostra di Lorella Castelli e Livio Giunchino: una rivisitazione delle locandine dei film “pilastro” della storia del cinema, hanno tenuto viva l’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori.
Un bel lavoro e una bella fatica quelli che ormai da dodici anni tengono impegnati ideatori, giuria, organizzatori di cui ci auguriamo di poter usufruire per ancora molti anni.
Fra i lavori visti mi piace ricordarne alcuni dal Documentario ‘Vajont’, (premio per il miglior montaggio) a ‘(In)Felix'(animazione professionisti), da ‘Stella’ (miglior soggetto e miglior attrice) a ‘La sindrome di Antonio’ (miglior film).
In “Vajont-Una storia italiana” Nicola Pittarello ricostruisce attraverso materiali d’archivio e interviste la tragedia che portò alla morte più di duemila persone e la sparizione dell’ intero paese di Longarone, poi ricostruito anche grazie alla caparbia volontà dei sopravvissuti. Conosciamo tutti la storia della diga del Vajont ma restano ancora tante domande e una sola certezza: non si trattò di un disastro naturale e quindi inevitabile. Con “(In)Felix”, Maria Di Razza ci fa vedere il futuro che, ahimè, ci stiamo preparando (inquinamento, avvelenamento di falde acquifere, disboscamento).
In “Stella” uno chef indebitato persegue la speranza di conquistare una stella (Michelin) e per arrivare all’agognato traguardo trascura tutti, figli compresi. Ne varrà la pena?
Una sorta di Ecce Bombo “La sindrome di Antonio” un film on the Road. Un viaggio che Antonio compie dopo il diploma alla scoperta non solo della Grecia ma anche di se stesso, un’ossessione, quella di Antonio che il regista e scrittore Claudio Rossi Massimi definisce, forse impropriamente ‘sindrome’.
I sogni e gli atteggiamenti della generazione che ha fatto il ’68 tornano nel film e portano sorrisi e nostalgia di quel tempo in cui speravamo di cambiare il mondo e del quale possiamo almeno dire “noi ci abbiamo provato” . Parte per la Grecia alla ricerca della caverna di Platone, Antonio, introdotto dai ricordi dell’amico Gino (Remo Girone) ormai sessantenne che appare in rari flash appunto all’inizio e alla fine del film. Antonio è convinto che “per capire un uomo e le sue idee bisogna conoscere i luoghi in cui queste idee sono nate” ed arriva persino a credere che Che Guevara “ha lasciato Cuba per la Bolivia perché aveva capito che là non avrebbe trionfato la democrazia…” fosse la reincarnazione di Platone. Ma non è solo in questo viaggio di scoperta e conoscenza di se stesso, incontrerà compagni che lo accolgono e lo aiutano a crescere e a capire cosa vorrà fare da grande. Efisio (Moni Ovadia), uno chef filosofo, Vassilis (Antonio Catania) il curioso gestore della locanda in cui, su indicazione di Gino Antonio alloggerà, Maria (Queralt Badalamenti) esperta di storia dell’arte che gli farà conoscere luoghi e leggende e lo aiuterà a capire che non si può girare per Atene, sotto il regime dei colonnelli, con la maglietta di Che Guevara.conoscerà anche Klingsor (Giorgio Albertazzi) pittore silenzioso che dipinge sempre lo stesso scorcio di mare e non parla più dopo la morte della moglie.
Forse un po’ naiv Antonio, ma fortemente radicato nei suoi ideali. Il film ha delle piccole pecche e distrazioni ma è nel complesso godibile.
Maria Rita Monaco

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