
L’UE ha deciso di finanziare l’Ucraina con 90 miliardi. È una scelta concreta, non una frase da conferenza stampa. È la differenza tra un Paese che regge e un Paese che, per mancanza di risorse, viene spinto a firmare qualsiasi cosa pur di respirare.
Questa decisione fa una cosa molto semplice: smonta le “trattative di pace” trumpiane. Perché quelle non sono trattative, sono pressione politica mascherata da realismo. Il copione è noto: si chiede all’aggredito di cedere, all’aggressore di incassare, e lo si presenta come pacificazione. Se l’Europa mette sul tavolo una cifra di questo livello, sta dicendo che quel copione non lo accetta.
C’è anche un altro segnale, ancora più netto: l’Europa si mette davanti ai diktat di Trump. Non per orgoglio, ma per calcolo. Una pace sbilanciata a favore di Putin non chiude nulla, congela il conflitto per un po’ e prepara il giro successivo. È instabilità spacciata per soluzione.
Poi c’è Mosca, con la sua realtà che non si può truccare. Putin è impantanato nella melma che si è creato da solo dopo 24 anni di politiche espansionistiche. Ha costruito un sistema che vive di escalation e intimidazione, e ora deve alimentarlo mentre il costo cresce, le risorse si consumano e il Paese paga la sua ossessione imperiale. La Russia può ancora fare danni, ma questo non significa essere in salute. Non significa vincere. Significa trascinare tutto nel fango cercando di non affondare.
Ora metti insieme due leve: 90 miliardi all’Ucraina e beni russi congelati. Il risultato è un cambio di inerzia, perché l’obiettivo di Mosca è sempre stato logorare Kyiv economicamente, aspettare che l’Occidente si stanchi e poi arrivare al tavolo da dominatore. Se garantisci fondi seri e continuità, quella strategia perde forza.
Questi 90 miliardi non sono un gesto simbolico. Dicono che l’Ucraina non viene lasciata senza ossigeno e non viene portata a trattare con la lama sul collo. E se non puoi ottenere la resa per sfinimento, la “pace” che ti conviene diventa molto più difficile da imporre.
In sintesi, Trump può continuare a vendere una pace da campagna elettorale. L’Europa sta facendo la cosa che cambia davvero i rapporti di forza: mettere risorse dove mette la responsabilità. Quando l’inerzia gira, la tenuta russa diventa il tema centrale. Non dell’Ucraina, di Putin.
Piero Terracina

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