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80 anni di Repubblica!

Ottanta anni fa, il voto plebiscitario degli italiani nel Referendum del 2 giugno 1946 ha segnato la storia d’Italia. Gli italiani, con uno scarto di circa due milioni di voti, scelsero la Repubblica e mandarono in esilio i Savoia dopo ottantacinque anni di regno. Allora, l’Italia era un cumulo di macerie e il popolo italiano pativa fame e miserie. Il voto delle donne fu decisivo, poiché la maggior parte degli uomini votò per la monarchia non per convinzione ideologica, ma per onorare quel giuramento di fedeltà al Re fatto per svolgere il servizio militare (allora obbligatorio), e per questo si sentivano moralmente obbligati a votare per la monarchia.

di Salvatore Rondello | 2 Giugno 2026

Ottanta anni fa, il voto plebiscitario degli italiani nel Referendum del 2 giugno 1946 ha segnato la storia d’Italia. Gli italiani, con uno scarto di circa due milioni di voti, scelsero la Repubblica e mandarono in esilio i Savoia dopo ottantacinque anni di regno.
Allora, l’Italia era un cumulo di macerie e il popolo italiano pativa fame e miserie. Il voto delle donne fu decisivo, poiché la maggior parte degli uomini votò per la monarchia non per convinzione ideologica, ma per onorare quel giuramento di fedeltà al Re fatto per svolgere il servizio militare (allora obbligatorio), e per questo si sentivano moralmente obbligati a votare per la monarchia.
Quando ancora l’Italia non era stata completamente liberata dall’occupazione tedesca e nazi-fascista, dopo la liberazione di Roma avvenuta il 4 giugno del 1944, il decreto luogotenenziale n. 151 del 25 giugno del 1944, emanato durante il governo Bonomi succeduto al governo Badoglio, tradusse in norma l’accordo che, al termine della guerra, fosse indetta una consultazione fra tutta la popolazione per scegliere la forma dello Stato ed eleggere un’Assemblea Costituente.
L’attuazione del decreto dovette attendere che la situazione interna italiana si consolidasse e si chiarisse: nell’aprile del 1945, alla fine della guerra, l’Italia era un paese sconfitto, occupato da truppe straniere, il governo aveva ottenuto la definizione di cobelligerante, per l’armistizio di Cassibile reso pubblico l’8 settembre del 1943, e grazie alla Lotta della Resistenza fatta da quella popolazione che contribuì a liberare il paese dall’occupazione tedesca.
Il 16 marzo 1946, il principe Umberto emanò il decreto luogotenenziale n. 98, come previsto dall’accordo del 1944, che la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata decisa mediante referendum da indirsi contemporaneamente alle elezioni per l’Assemblea Costituente. Il decreto per l’indizione del referendum recitava, in una sua parte: «qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci…», frase che poteva lasciar intendere che esisteva anche la possibilità che nessuna delle due forme istituzionali proposte (monarchia o repubblica) raggiungesse la maggioranza degli elettori votanti. L’ambiguità di questa espressione sarà causa di accesi dibattiti e contestazioni post-referendarie, comunque ininfluenti per la massiccia partecipazione al voto e la proclamazione del risultato referendario, dove i voti favorevoli alla repubblica furono numericamente superiori alla somma complessiva delle schede bianche, nulle e favorevoli alla monarchia. Il decreto sciolse definitivamente i nodi dei poteri dell’Assemblea Costituente e della scelta tra la monarchia e la repubblica. All’articolo 2 del decreto, in caso di vittoria della repubblica, si stabilivano i passaggi successivi a cominciare, come primo atto della Costituente, dall’elezione del capo provvisorio dello Stato (venne poi eletto l’avvocato liberale democratico Enrico De Nicola di Napoli); che a sua volta avrebbe esercitato le sue funzioni fino alla nomina del capo dello Stato, a norma della Costituzione deliberata dall’Assemblea. Nell’intervallo temporale tra il giorno della proclamazione dei risultati del referendum e l’elezione del capo provvisorio dello Stato, le relative funzioni sarebbero state esercitate dal presidente del Consiglio in carica nel giorno delle elezioni. Ad avvenuta elezione del capo provvisorio dello Stato, il governo avrebbe dovuto presentare le dimissioni e alla massima carica repubblicana sarebbe spettato l’onere di dare l’incarico nel giorno delle elezioni. Nell’ultimo capoverso dell’articolo 2 era ricompresa l’eventualità di una vittoria della monarchia, con la prosecuzione del regime luogotenenziale fino all’entrata in vigore delle deliberazioni dell’Assemblea sulla nuova Costituzione e sul capo dello Stato. Con il successivo decreto luogotenenziale n. 99 dello stesso giorno vennero convocati i comizi elettorali per il 2 giugno 1946. Toccò ad Alcide De Gasperi, in quanto capo del governo, garantire quel delicato passaggio istituzionale.
Oltre ai tradizionali partiti di orientamento repubblicano (PCI, PSIUP, PRI e Partito d’Azione) tra il 24 e il 28 aprile 1946, nell’ambito dei lavori del suo I Congresso, anche la Democrazia Cristiana, a scrutinio segreto, si espresse a favore della Repubblica, con 730.500 voti favorevoli, 252.000 contrari, 75.000 astenuti e 4.000 schede bianche. L’unico partito del CLN a esprimersi in senso favorevole alla monarchia fu il Partito Liberale, che durante il suo congresso nazionale, tenutosi a Roma, votò una mozione in tal senso, con 412 voti contro 261 per la Repubblica. Alla consultazione referendaria, il PLI si presentò insieme con Democrazia del lavoro nella lista Unione Democratica Nazionale. Il Fronte dell’Uomo Qualunque, di nuova costituzione, assunse una posizione ambigua, il suo fondatore Guglielmo Giannini era di fede repubblicana, ma il suo elettorato e i suoi principali membri erano di fede monarchica, posizionandolo quindi de facto per uno status quo.


Allo scopo di garantire l’ordine pubblico, venne creato un corpo accessorio di polizia ausiliaria, a cura del Ministero dell’Interno diretto da Giuseppe Romita.
Per la prima volta nella storia elettorale italiana venne effettuato anche un sondaggio sulle previsioni del voto, realizzato dalla Doxa, fondata nello stesso anno da Pierpaolo Luzzatto Fegiz e pubblicato dal periodico milanese “Il Sole” il 28 e il 29 maggio 1946, che riportò le seguenti opinioni degli intervistati: per il 9% ci sarebbe stato un “esito sicuramente favorevole alla monarchia”; per il 16% “probabilmente favorevole alla monarchia”; per il 15% l’esito era “incerto”; per il 26% “probabilmente favorevole alla repubblica”; per il 25% “sicuramente favorevole alla repubblica” e un restante 9% “non sapeva”.
Nel 1946 gli aventi diritto al voto erano circa 28 milioni (28.005.449), i votanti furono quasi 25 milioni (24.946.878), pari all’89,08%. I voti validi 23.437.143, di questi 12.718.641 (pari al 54,27%) si espressero a favore della Repubblica, 10.718.502 (pari al 45,73%) a favore della Monarchia.
I giornali, e il dato è confermato dai risultati diramati dal Ministero dell’Interno, registravano un’affluenza alle urne che di provincia in provincia variava dal 75% al 90% degli aventi diritto.
Il passaggio dalla monarchia alla Repubblica avvenne in un clima di tensione, tra polemiche sulla regolarità del referendum, accuse di brogli, polemiche sulla stampa, ricorsi e reclami.
In virtù dei risultati ed esaurita la valutazione dei ricorsi, il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione proclamò in modo ufficiale la nascita della Repubblica Italiana.
L’Italia cessava di essere una monarchia e per volontà del Popolo diventava una Repubblica.
Il 2 giugno 1946 gli italiani votarono anche per l’Assemblea costituente. Il risultato elettorale vide l’affermazione dei tre grandi partiti di massa: la Democrazia cristiana conquistava la maggioranza relativa dell’Assemblea (35,21 %), mentre il Partito socialista e il Partito comunista raggiungevano insieme il 39,61 %. I tre maggiori partiti ottenevano complessivamente circa il 75% dei suffragi. Si affermavano le forze politiche legate alla tradizione popolare del movimento cattolico e del movimento socialista. Le elezioni evidenziavano anche il massiccio ridimensionamento delle forze di ispirazione liberale, che sino all’avvento del fascismo avevano dominato la vita politica nazionale.
Le donne ebbero un ruolo ed un peso determinanti, votarono infatti 12.998.131 donne, contro 11.949.056 di uomini.
Già all’inizio  del 1945, con il Paese diviso dalla Linea Gotica ed il Nord sottoposto all’occupazione tedesca, il Governo Bonomi aveva emanato un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n.23), in  risposta alla forte mobilitazione delle associazioni femminili interessate al voto: il Comitato femminile della Democrazia Cristiana – CIF, l’Unione Donne Italiane – UDI, il Gruppo femminile del Partito Repubblicano, la Federazione Italiana Laureate Diplomate Istituti Superiori – FILDIS, i Gruppi femminili degli altri partiti aderenti al Comitato di Liberazione Nazionale. Va ricordato, però, che il programma politico di emancipazione femminile, nacque in Italia con il socialismo. Tra le principali figure femminili di fine ottocento e inizio novecento è doveroso ricordare Anna Kuliscioff, Angelica Balabanoff e Flora Tristan.
Il voto del 2 giugno costituiva il punto di approdo di un processo di transizione che in Italia si era avviato già  a partire dalla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943.
Il processo di liberazione dalla occupazione tedesca e la ripresa democratica con i governi del CLN, che guidarono il Paese fin dalla primavera del 1944, vennero subito a coagularsi attorno ai due obiettivi fondamentali: la soluzione della questione istituzionale e l’approvazione della nuova Costituzione da parte di un’assemblea liberamente eletta.
La legge elettorale del 23 aprile 1946 suddivideva l’Italia in 32 collegi elettorali, nei quali eleggere 573 deputati (in realtà ne sarebbero stati eletti 556, poiché non vennero effettuate elezioni nell’area di Bolzano e nel collegio Trieste e Venezia Giulia – Zara, sottoposte alla giurisdizione del Governo Militare Alleato), e affidava alla Corte di Cassazione il controllo e la proclamazione dei risultati.
In questo clima maturò la concessione del voto alle donne (avvenuto già nel 1945 per le elezioni amministrative) e il 2 giugno 1946 tutte le donne italiane poterono recarsi alle urne ed essere elette in elezioni politiche.
Sui banchi dell’Assemblea Costituente sedettero le ventuno “prime parlamentari”, denominate, allora, “Madri Costituenti”, assai attente a non deludere le  speranze delle italiane, comprese le aspettative delle donne che da partigiane, staffette, antifasciste avevano contribuito alla Liberazione. Le donne elette alla Costituente, erano così suddivise:  nove provenivano dalla DC (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra Verzotto, Vittoria Titomanlio), nove dal PCI (Adele Bej Ciufoli, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella Molinari, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce Longo, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi), due dal PSIUP (Angelina Merlin e Bianca Bianchi) ed una dal partito dell’Uomo Qualunque (Ottavia Penna Buscemi). Cinque di loro sarebbero entrate nella “Commissione dei 75”, incaricata di scrivere la Carta costituzionale: Maria Federici, Angela Gotelli, Lina Merlin (amica di Anna Kuliscioff), Teresa Noce e Nilde Jotti.
Trent’anni più tardi, Nilde Jotti sarebbe stata la prima donna a ricoprire, per tre legislature, dal 1979 al 1992, la carica di Presidente della Camera dei deputati, una delle cinque più alte cariche dello Stato mai ricoperte precedentemente da una donna.
Tina Anselmi, ricordando il 2 giugno, scrisse: “E le italiane fin dalle prime elezioni, parteciparono in numero maggiore degli uomini, spazzando via le tante paure di chi temeva che fosse rischioso dare a noi il diritto di voto perché non eravamo sufficientemente emancipate. Non eravamo pronte. Il tempo delle donne è stato sempre un enigma per gli uomini. E tuttora vedo con dispiacere che per noi gli esami non sono ancora finiti. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica !”.
Per i motivi già accennati e per tanti altri che risiedono nei principi di uguaglianza sanciti dalla Costituzione, si potrebbe affermare che la “Repubblica Italiana è Donna”. Anche se ancora la Costituzione resta incompiuta nella sua attuazione, i tentativi ricorrenti per ridurne l’efficacia sono anacronistici, soprattutto quando si toccano i principi di uguaglianza, di libertà, di dignità e di giustizia sociale.

Salvatore Rondello

80 ANNI DI REPUBBLICA
Pubblicato in : Editoriale

Info Salvatore Rondello

Salvatore Rondello è nato a Trapani il 11 luglio 1954. Dal 1982 vive e lavora a Roma.
Dopo aver conseguito la maturità con il massimo dei voti, ha proseguito gli studi in economia e commercio presso l’Università degli Studi di Venezia “Ca’ Foscari”.
Studioso di problematiche sociali, economiche e politiche con particolare attenzione alle tematiche del credito, del welfare e del mercato del lavoro, ha organizzato diversi convegni ai quali sono intervenuti importanti personalità del mondo accademico, politico e sindacale.
Opinionista, consulente artistico e poeta, ha coordinato diversi dibattiti culturali tra i quali sono annoverati diverse presentazioni di nuove pubblicazioni librarie.
Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati in diverse riviste e quotidiani. Da settembre 2016 collabora con la Redazione del quotidiano “Avanti on line”.
Nel febbraio 2015 pubblica per Aletti Editore la raccolta di poesie “Vagazioni” classificata finalista nella II edizione del Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo”.
Si è sempre battuto socialmente per la tutela del patrimonio artistico e naturale, per la diffusione della cultura, per la difesa Resistenza dei diritti umani e dei valori della Costituzione della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza.

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