
Se ogni tanto prende la nostalgia per i bei tempi andati, per scacciarla basta pensare a quante costrizioni, discriminazioni, pregiudizi c’erano in passato e con quanta fatica sono stati demoliti. Le donne ne erano tra le vittime principali (non a caso un tempo era in uso augurare “salute e figli maschi”).
Qualche decennio fa, se chiedevo perché le donne non fossero ammesse nell’esercito, nelle forze dell’ordine o in altre professioni analoghe si rispondeva di solito invocando la minore forza fisica.
In realtà, poiché non si era più al tempo delle spade e delle armature, la vera ragione era il ritenere che l’autorevolezza non fosse una dote femminile. Pregiudizio sociale che quando queste professioni si sono aperte alle donne si è dissolto come neve al sole.
Dalle Forze armate alla Magistratura, alle Forze dell’ordine fino alle più alte cariche dello Stato le donne si sono affermate e hanno cambiato in meglio la nostra Italia, parallelamente a quanto avviene in gran parte del mondo, mettendo fine ad una dimidiata societas che datava dalla notte di tempi.
La discriminazione, la relegazione delle donne nei ginecei e poi nell’ambito domestico è stata nei secoli passati una costante di quasi tutte le civiltà : deriva da un atteggiamento possessorio che privava le donne dei diritti, a cominciare da quello di avere una vita sociale o un potere decisorio nella stessa vita familiare. Tutto questo era evidenziato dal cambio del cognome giacché fino alla riforma del codice civile del 1975 la legge stabiliva che la moglie prendeva il cognome del marito. Che era ufficialmente il capo famiglia.
D’altronde, anche nelle successioni al trono, la legge salica prevedeva che avvenissero esclusivamente per linea maschile.
Nel costume si cercava,poi, in ogni modo di sottolineare la fragilità femminile. Nell’abbigliamento, ad esempio, la costrizione era sottolineata anche dagli abiti con una profusione di gonne e sottogonne motivata dalla protezione contro sguardi o atti indiscreti ma che rendeva la donna impacciata nel correre, nel cavalcare, nel praticare degli sport; il fatto di essere legata nei movimenti, induceva un senso di fragilità e, quindi, di necessità di protezione. Quando aveva difficoltà a superare un ostacolo come salire e scendere determinate scale, scale l’uomo le dava psicologicamente e fisicamente appoggio.
La “debolezza” femminile veniva, però, ignorata nei lavori di casa che fino all’avvento della lavatrice, della lavastoviglie e di altri elettrodomestici comportavano fatica muscolare, e un impegno continuativo durante tutta la giornata. E anche nelle fabbriche e nei campi svolgevano lavori pesanti,
Eppure, l’immagine della fragilità femminile era pervasiva. Era usata come argomentazione per escludere le donne da molte attività e, quindi, anche da percorsi scolastici. Fino a metà degli anni ’60 permeava anche i testi delle canzoni dove la donna era spesso chiamata paternalisticamente “bambina”. E le canzoni sono sempre state specchio della mentalità corrente.
Sono abbastanza anziano per ricordare che nei piccoli centri (in città la mentalità era diversa) se andavi a una riunione di partito, a un’assemblea sindacale o anche semplicemente in un bar, per non parlare degli eventi sportivi, trovavi solo uomini. Con gli occhi di oggi lo vedo come un mondo assai impoverito dalla mancanza di presenze femminili.
Anche la scuola, almeno dalle Medie superiori, era, per lo più, una prerogativa maschile. E questa era la radice dell’emarginazione sociale. Quando il maggior benessere economico portò anche a una crescita di ragazze che frequentavano le scuole superiori e l’università, si “sbloccarono” anche l’accesso a molte professioni, l’affermazione nel mondo del lavoro e, di conseguenza, nella vita pubblica.
Credo che fosse legata alla scuola anche il decollo delle discipline sportive femminili.
Con soddisfazione il 2 ottobre 2022 ho scritto un articolo sulla prima donna arbitro in una partita di calcio maschile di serie A . Era un traguardo che oltrepassava l’ambito sportivo. Infatti, l’arbitro è una figura carismatica, che nell’immaginario collettivo incarna autorevolezza e determinazione. (Pensiamo al celebre aforisma di Boskov “rigore è
quando arbitro fischia”).
Non c’è solo lo sport. Anche nella musica si diceva, ad esempio, che le donne non avevano il fisico adatto per suonare la batteria. Abbiamo constatato che non è affatto così.
Per fortuna oggi le cose sono cambiate.
Allora , il futuro si tinge di rosa? Speriamo. Ma perché sia davvero “roseo” dobbiamo fare in modo uomini e donne insieme che si ponga fine all’orribile sequenza di femminicidi, stupri, violenze che attestano il perdurare di vessazioni di quanti considerano le donne come loro proprietà. Un’erba velenosa che dobbiamo assolutamente estirpare. In modo drastico, definitivo. E subito.
Gabriele Parenti

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