
L’attacco del 7 ottobre, concepito da Hamas come atto di forza simbolica e strategica, si è rivelato paradossalmente un evento catastrofico soprattutto per il sistema di alleanze che lo ha reso possibile.
Lungi dal rafforzare l’“asse della resistenza”, esso ne ha messo a nudo la fragilità strutturale, accelerando un processo di logoramento che colpisce in primo luogo l’Iran, regista politico, finanziario e ideologico di Hamas e degli altri proxy regionali. La scelta di Hamas di portare il conflitto a un livello di brutalità e visibilità senza precedenti ha costretto Israele a una risposta non solo militare, ma sistemica, che ha avuto come effetto l’indebolimento profondo, se non la neutralizzazione, delle articolazioni periferiche del potere iraniano: da Gaza al Libano meridionale, dalla Siria all’Iraq e Yemen.
In questo senso, il 7 ottobre non è stato soltanto un trauma per Israele, ma un colpo strategico per Teheran. Ha rotto l’equilibrio ambiguo su cui il regime iraniano aveva costruito la propria proiezione regionale: una guerra permanente ma a bassa intensità, combattuta per interposta milizia, senza mai assumersene pienamente il costo politico e militare. L’azione di Hamas ha reso impossibile questa ambiguità, esponendo l’Iran a una pressione internazionale crescente e costringendo i suoi alleati a scelte difensive, caute, spesso contraddittorie. Hezbollah, in particolare, ha mostrato tutti i limiti di una forza che vive di deterrenza simbolica ma teme il confronto aperto; gli altri proxy hanno rivelato una dipendenza strutturale che li rende vulnerabili non appena il centro vacilla.
Il risultato è che Israele, pur pagando un prezzo altissimo in termini umani e politici, ha colpito al cuore la strategia iraniana: non solo indebolendo le singole organizzazioni, quanto erodendo la credibilità e la funzionalità dell’intero sistema.
Il 7 ottobre, pensato come atto fondativo di una nuova fase del conflitto, sarà ricordato come l’inizio del declino dell’architettura regionale iraniana.
Se questo processo condurrà davvero al crollo del regime di Teheran resta al momento una speranza più che una certezza; ma è difficile negare che, da quel giorno, l’Iran e i suoi alleati ne escano più esposti, più deboli e meno padroni del tempo lungo della storia.
David Pacifici

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