
Sono passati trenta giorni. Trenta giorni di guerra, non quelli raccontati dai giornali e dai TG. E lo scenario, contro ogni narrativa costruita a tavolino, è rimasto inchiodato lì. Non evolve, non si chiude, non si risolve. Si trascina.
I due attori principali, Israele e Stati Uniti, hanno mostrato con chiarezza che le motivazioni di fondo non viaggiano sulla stessa linea. Da una parte c’è una guerra che Israele considera necessaria per sopravvivere. Una pressione costante, asimmetrica, che dura da decenni, alimentata dall’Iran degli ayatollah, fatta di proxy, minacce, destabilizzazione continua. Non è una novità, è una condizione cronica.
Dall’altra parte c’è un intervento americano che è chiaramente posto su un orizzonte ottico completamente diverso, non legato alla contingenza e alle necessità vitali israeliane, ma molto più vicino a una logica di riposizionamento strategico-commerciale globale. Il ritorno al centro del gioco, il bisogno di rimettere il timbro su ogni scacchiere strategico. Una mossa che sembra più dettata da una visione di potere che da una reale necessità operativa.
Eppure, dopo un mese, il risultato è sotto gli occhi di tutti. L’Iran, pur colpito duramente, con una catena di comando indebolita e una struttura militare e religiosa ferita, non solo è ancora in piedi ma continua a giocare la sua partita. Non arretra. Si adatta, fa quello che può, cerca di vendersi cara la pelle.
E lo fa usando quello che ha in mano: la leva energetica. Il controllo dello stretto di Hormuz non è solo una posizione geografica. È un interruttore globale. Basta sfiorarlo per mandare in tensione mercati, rotte commerciali ed equilibri economici. E infatti sta succedendo, velocemente e in modo costante.
A questo punto è ora di ringraziare ironicamente Donald Trump per aver trasformato una guerra complessa in un teatro globale senza copione, per aver accelerato dinamiche che, forse, avevano ancora margini di contenimento almeno regionale; e per aver acceso i riflettori su una crisi che oggi pesa su tutti, non solo su chi l’ha iniziata.
E non basta; a peggiorare il quadro vediamo Trump che continua a inventare quotidianamente accordi e risultati completamente scollegati dalla realtà. Annuncia vittorie che non esistono, intese mai formalizzate, scenari risolti che sul campo non trovano alcun riscontro. È una narrazione che corre parallela ai fatti, e che ormai fatica a reggere l’urto della realtà.
Per questo gli alleati NATO fanno bene a non seguire queste derive. Tenere una linea autonoma, prudente, ancorata ai fatti, è oggi l’unico modo per evitare che una crisi già complessa degeneri ulteriormente. Assecondare certe spinte significherebbe allargare ancora di più il perimetro del disastro. Lui si incazza minacciando ritorsioni in ambito NATO, ma è così.
Perché la realtà, se la si guarda senza filtri, è più semplice di come la raccontano. Israele non è entrato in questa guerra per ambizione o protagonismo. C’ è dentro da decenni, sotto pressione costante, in una guerra asimmetrica fatta di attacchi indiretti, minacce continue, logoramento sistematico, proxy e quant’ altro.
Qui non si tratta di simpatia o antipatia né di guelfi e ghibellini. Si tratta di sopravvivenza. Israele ha reagito come fanno gli Stati quando vengono messi con le spalle al muro. In modo duro, diretto, senza troppi proclami. Non è una scelta comprensibile per molti, ma è una scelta necessaria. Israele sta combattendo la propria guerra a prescindere dalle decisioni folli di Trump.
Il salto, quello vero, lo ha fatto Washington. Trasformando un conflitto regionale in una partita globale, caricandolo di significati, ambizioni e soprattutto conseguenze che vanno ben oltre il Medio Oriente. Ed è lì che il gioco si è maledettamente complicato.
Perché mentre qualcuno inseguiva l’idea di rimettere ordine nel mondo con le follie MAGA e con l’America con l’economia in ginocchio, l’Iran ha fatto quello che sa fare meglio. Ha incassato, si è adattato e ha spostato il baricentro dove fa più male. Energia, rotte, tensione economica. Senza bisogno di vincere sul campo.
Questa guerra, a trenta giorni dall’inizio, non ha prodotto un vincitore. Ha prodotto un allargamento del rischio. Ha trasformato un conflitto regionale in qualcosa di più instabile, più imprevedibile e più costoso per tutti.
E la verità, alla fine, si riduce solo in un esercizio di buon senso: Non è difficile capire che quando entri in una guerra senza una via d’uscita chiara, non la stai conducendo. La stai subendo.
Per tutti, meno che per Trump.
Piero Terracina

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