Dopo un anno, o poco più, dalla prima nazionale Tea Party Italia (il movimento coordinato dal giovane David Mazzerelli) torna a Prato e l’occasione è ghiotta (si fa per dire): il 25 giugno (la data è simbolica, perché i calcoli non sono univoci) è come se tu finissi di lavorare per lo Stato ovvero è come se lo Stato smettesse di rapinarti e dal giorno dopo tutto ciò che resta fosse per te, per la tua famiglia, per i tuoi progetti di vita, per viaggiare, fare tennis, andare a puttane o qualunque altra cosa ti saltasse in testa di fare.
Questa, però, non è libertà. E’ evidente che questo Stato ha passato ogni misura, le politiche hanno svenduto, nel tempo, pezzi di spesa pubblica ai vari gruppi di pressione e non è dato sapere dove vada e come resti inghiottito l’immenso patrimonio che ogni anno viene drenato dalle tasche (di una parte, perché alcuni o molti sono evasori) degli italiani.
Lo ha affermato l’economista Francesco Carbone: bisogna anzitutto tener presente la provvigione che la politica si autoattribuisce e che non è nemmeno paragonabile a quella di un consulente finanziario (come lui è): in un articolo apparso sul Sole 24 Ore del giorno dopo (26 giugno) a firma di Carlo Carboni si snocciolano un po’ di numeri sull’argomento: 320 mila cariche direttamente istituzionali (cioè nelle istituzioni elettive e negli enti pubblici, per lo più) oltre ai numerosi portaborse, ai dipendenti e alle burocrazie dei partiti, per un totale di circa mezzo milione di cittadini che vivono sulla politica, mentre i costi del sistema politico vengono riferiti – cito l’articolo – “attorno ai 13-17,5 miliardi di euro”, che è come dire, per l’ampiezza della banda di oscillazione, che non si conoscono con esattezza – salvo rendersi comunque conto che si tratta di numeri spaventosi.
Ma i costi della politica non sono il più: i soldi dei contribuenti vanno infatti a finanziare una burocrazia ipertrofica e incontrollata, servizi spesso inefficienti e privilegi, esenzioni, prebende, favori e contributi a pioggia. E tutto ciò che genericamente e talvolta impropriamente viene etichettato sotto il nome di ‘tasse’ è l’insieme del prelievo che subisci anche quando non ci pensi, quando compri marche da bollo, benzina, sigarette, soltanto per citare beni o valori ricorrenti della vita quotidiana.
Il punto è, per Carbone, che la riforma fiscale ormai non è più sufficiente, anzi probabilmente è inutile e l’Italia, purtroppo, è ormai su un crinale pericoloso, per non dire che sta in un baratro ed è – con ciò – destinata a fare la fine della Grecia. E’ quanto il giovane economista sostiene da quasi dieci anni: lo Stato fallirà.
Nella calura pratese di giugno la notizia non è delle più confortanti. Ma prende la parola la vera sorpresa di questo evento, Enrico Montesano, che avevamo lasciato simpatizzante di sinistra e che racconta ai presenti come ha scoperto di essere, da sempre, un amante del Tea: un giorno, uscendo da teatro, un giovane lo saluta e gli regala un libro, è un libro che propone una visione dello Stato e della libertà dei cittadini completamente nuova, una filosofia che l’Italia non conosce e/o non apprezza, sicuramente a partire dal Fascismo. Ed è dalla propria personale esperienza della conoscenza, iniziata con scetticismo ma anche con curiosità e poi con interesse fino a trasformarsi in convinzione e – perché no – in un pizzico di follia, che Montesano prende lo spunto per esortare a comunicare queste idee nuove – senza farsi illusioni, naturalmente: un po’ perché gli italiani sono stati abituati a chiedere e ad aspettare, più che a darsi da fare; un po’ perché, come la storia insegna, alla rivoluzione non si arriva finché non si ha fame.
Dunque non è un pensiero isolato: la parola rivoluzione (già usata anche da chi scrive su queste stesse pagine) l’ha gettata sul tavolo anche lui, il celebre attore, che parla tuttavia con sano realismo e ci mette, quando può, una vena di ironia: “Noi – afferma – siamo l’antimateria”, come qualcosa che deve essere ancora scoperto, afferrato, compreso. Bisogna trasformare la protesta in proposta, certo, una proposta digeribile per questo Paese, per la refrattarietà e vischiosità culturale già commentate: nondimeno “dobbiamo liberare l’Italia, liberare i giovani, mobilitare i talenti. E lo Stato deve sostenere, non finanziare i cittadini”. Torna di nuovo la parola rivoluzione, stavolta seguita dall’aggettivo culturale, come un filo neanche tanto invisibile che percorre la manifestazione fino a quando non viene data la parola ad alcuni politici e rappresentanti istituzionali locali: con il che è come se ispirazione ed emozione, slancio e poesia si liquefacessero. Si torna alla prosa, per di più (come sovente in politica) trita e di non eccelsa qualità.
Paolo Marini
(25 GIUGNO) TAX FREEDOM DAY/ MENO TASSE, PIU’ LIBERTA’? MA LA RIFORMA FISCALE NON BASTA OCCORRE UNA RIVOLUZIONE, RIFARE L’ITALIA DAL BARATRO
Tutto ciò che genericamente e talvolta impropriamente viene etichettato sotto il nome di ‘tasse’ è l’insieme del prelievo che subisci anche quando non ci pensi, quando compri marche da bollo, benzina, sigarette, soltanto per citare beni o valori ricorrenti della vita quotidiana. Di Paolo Marini

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