Non so a voi, ma a me piacevano, da bambino, le grandi feste civili per le ricorrenze che scandiscono la storia dell’Italia. All’epoca mi sembrava una storia ammantata di gloria. Caspita, ce n’erano di vittorie ed eventi memorabili: il 24 maggio, che magari non era segnato in calendario con il colore rosso, ma era vacanza a scuola, il 25 aprile, il 2 giugno, il 4 novembre. E per tutte c’era il fascino delle sfilate, della banda, delle caserme da visitare, dei carri armati, dei cannoni e della armi da vedere e toccare.
L’innamoramento non durò a lungo. Sfumò con l’adolescenza. Mi avevano detto che la loro funzione era di celebrare l’unità del Paese e rafforzare il sentimento di identità nazionale. E perché, allora, il 24 maggio ed il 4 novembre, oltre alle note trionfali che scandivano il “passaggio dei primi fanti il 24 maggio” e la soddisfazione per la disfatta “di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo”, nelle orecchie mi risuonavano le imprecazioni di molti anziani perché solo i poveracci erano stati mandati al macello, mentre i generali e lo stato maggiore… E, il 25 aprile, perché mentre osservavo sfilare le donne e gli uomini impettiti con i loro fazzoletti al collo e con i distintivi da partigiani, sentivo non solo gli applausi ma anche le frasi mormorate a mezza bocca che schernivano i tanti liberatori del giorno dopo? E il 2 giugno, perché era una festa per la maggior parte degli italiani ma erano così tanti quelli che rimpiangevano il re o, addirittura, ghignavano che la vittoria della repubblica era truccata?
All’epoca non riuscivo a trovare risposte. Nella girandola di dubbi che mi agitavano la mente, una sola radicata certezza: la retorica non fa bene, non unisce; anzi, annebbia le menti.
Tutto ciò mi torna in mente ora che, per l’ennesima volta, ci apprestiamo a celebrare il 25 aprile e sembra di trovarsi in medio oriente invece che in Italia. E si rafforza la sensazione che non si voglia celebrare affatto una ricorrenza per quello che ha rappresentato e ancora oggi potrebbe rappresentare. Mi pare evidente che si intende utilizzare la ricorrenza a fini di lotta politica. Con le conseguenze, certo messe nel conto, di provocare dispute e divisioni. Per non sottrarmi e sembrare ipocrita, dico con chiarezza che trovo scandalosamente avvilenti le offese degli scorsi anni (e le prossime) rivolte alla brigata ebraica. E aggiungo che, ormai, l’ANPI ha la stessa attualità dei reduci della repubblica romana del 1848 ma si ostina, almeno in certe aree del Paese, a volere prendere parte alla attualità politica. E’ suo diritto, ma le conseguenze e i risultati non sembrano esaltanti.
Nicola Cariglia

Condivido in toto!
C’è stato uno scadimento di valori spaventoso caro Nicola. Dalla fine degli anni 80, gli interessi hanno prevalso sull’unità dello Stato e sappiamo tutti perché
condivido in pieno ma… ma la responsabilità è di quei tanti democratici – riformisti, moderati o conservatori – che hanno in fondo abbandonato la Resistenza alla sinistra ex comunista che ora la usa per scannarsi sul tasso di fedeltà alla Resistenza (ovviamente tradita). Un tempo, oltre all’ANPI, esisteva la FIVL, la Federazione Italiana Volontari della Libertà. Ch fine ha fatto ? perché non la riportiamo in vita per ricordare i mille colori della Resistenza che non su solo rossa?
Oggi, 25 Aprile 2017, ho issato la bandiera italiana sul balcone di casa mia. Lo faccio sempre e poi non vado ai cortei o ai comizi della Liberazione. Lo faccio perché avevo in famiglia uno zio medaglia d’oro della Resistenza, comandante partigiano, arrestato e poi fucilato dai nazi-fascisti. Si, egregio Nicola Cariglia, la retorica annebbia le menti e la maggior parte dei sedicenti “resistenti” di oggi si vuole prevalentemente disegnare visibilità politiche, infischiandosene di coloro che l’hanno veramente fatta negli anni ’40 del secolo scorso. E’ certo vero che oggi la Resistenza, per i giovani, è importante come la vittoria di Roma su Cartagine. Se finalmente un giorno si farà l’Europa, allora celebreremo quella data ed archivieremo definitivamente il 4 Novembre ed il 25 Aprile, come feste di paese. Ma fino ad allora teniamocele e non insudiciamole con i partitismi e gli interessi di bottega.
PS: come dice il Sig. Franco Guerrazzi, anche io nel ’45 avevo 4 anni. I veri Partigiani oggi devono avere almeno 90 anni ! E ne rimangono pochi.
Sarebbe stato magnifico se in questi settant’anni fosse accaduto qualcosa di notevole da mandare in soffitta tutte le festicciole nazionali pilotate e le nostre nostalgie patriottarde. Una grande scadenza che cancellasse le nebbie delle vecchie scadenze. Ma non sapemmo fare nulla se non prendere e essere presi per i fondelli dalla retorica del quotidiano ben più velenosa di quella delle festicciole messe su da nonni e padri. Ora poi che è ammesso e incoraggiato lo stravolgimento etnico e antropologico della nazione, a chi interesserà il 25 aprile o il 2 giugno tra pochi, pochissimi anni?
Non ho da aggiungere nulla a quello che hai scritto, soltanto che una ricorrenza, più che festa venga sciupata dalle idiozie che vengono fatte….ma che c’entrano i palestinesi con la LIBERAZIONE….. e mentre si cerca di bloccare la partecipazione alla festa della brigata ebraica che vi ha partecipato….Ma l’ANPI non la riconosce questa brigata ? Ma io sono sempre dell’ idea che io sono vecchio ed alla fine della guerra avevo 5 anni…..ma ha che età hanno fatto la resistenza quelli che si professano tali ?
Marzio ha ragione, la retorica sull’antifascismo plana sulla Francia, tranne che il pensiero unico e il razzismo sembrano piu nel campo di Macron che in quello di Marine Le Pen……complice la stampa, la cui libertà è ormai una chimera.