Il permanere nel post-colonialismo di società clanistiche – peraltro esasperate da afflizioni pan-religiose e mistiche – ha consentito la sedimentazione di poteri isolati ed isolanti, conflittuali e dominanti.
L’etica richiede regole virtuose ed eque; la morale, adattamenti e mascheramenti, quindi vaniloqui e ricatti.
Così, la colte di morti che, oggi, ricopre i mari; ieri, . la Tlatelolco degli atzechi – oggi per pietismo, ieri per redenzione- sconvolge e abbacina i giudizi.
In una comunità – che si ritiene adulta di autonomia critica – gli effetti di una carneficina dovrebbero portare non a compiacimento per la propria capacità ad emozionarsi, ma a nude consapevolezze sulle cause scatenanti gli eccidi; finanche – e per estremo – al di là delle valutazioni, feroci e ferali, che possano attribuirsi, per la cultura di ciascuno, alla condizione umana.
Senza inondare, provocare, alimentare, sostenere le convinzioni con le ignoranze di politiche e necessità monetarie di una economia da liberculi enigmistici; dove si propugna una barbuta esaltazione della morale dell’eccesso.
Sfugge, allora, il viceversa contemporaneo delle pan-europa (l’ ”eurafrica”), del teorema geo-politico sviluppato durante gli anni 1930/1940.
All’epoca, l’Italia e la Germania prospettarono la creazione di una unione federale degli stati europei, includente anche le colonie francesi e con esclusione dell’Inghilterra e i suoi dominions.
Un progetto politico che aveva motivazioni da tre dati interconessi: il primo, nell’assenza di autosufficienza dei sistemi produttivi (l’Africa); il secondo, nella necessità di fonti di materie prime (l’Europa); il terzo, nella opportunità di svuotamento dei propri territori (l’Europa) da una manovalanza industriale in eccesso.
Cerniera del progetto: il mediterraneo, inteso come “spazio vitale eurafricano”.
Il permanere nel post-colonialismo di società clanistiche – peraltro esasperate da afflizioni pan-religiose e mistiche – ha consentito la sedimentazione di poteri isolati ed isolanti, conflittuali e dominanti, con esclusione delle popolazioni dai rapporti culturali e sociali con cui erano stati ammansiti – e di cui avevano goduto – i referenti del comando – oggi “signori della guerra” – nel periodo coloniale.
Con una perseguita dissimulazione delle potenzialità delle fonti di materie prime sul territorio, stasi ad una economia pre-agricola, con svendita delle risorse minerarie; anche, con tacitazioni, prezzolate e convenienti, concordate (e/o subite) con assi geopolitici/economici.
Qui il motivo del “viceverso” contemporaneo dell’ ”eurafrica”.
L’allontanamento dai territori di un corpo sociale agricolo, operaio, intellettuale, non inserito nei criteri di accaparramento e sfruttamento – in ogni soluzione- delle risorse primarie.
Con similitudini inquietanti: la influenza europea della Germania, la sponda mediterranea, il rigidismo isolazionista nordico (volto alle risorse energetiche petrolifere del Baltico), la necessità di una numericamente rilevante mano d’opera (a basso costo, se clandestina e ricattabile, o a tempo determinato) per vanificare le pressioni di tutela sociale dei sindacati.
Con un sottinteso politico oggi inindagato, ovvero taciuto e, forse, finanche inconsapevole: il popolamento dell’Europa, da parte di migranti africani, potrebbe rivelarsi in una deflagrante consapevolezza di etnia; questa condizionante una subalternatività politica, europea, all’accesso alle fonti minerarie africane.
Decadendo, anche, il ruolo di protagonismo industriale e culturale dell’Europa; con una conseguente necessità di una inversa migrazione del corpo sociale agricolo, operaio, intellettuale, per eccesso di popolamento del territorio.
L’ ”eurafrica” potrebbe essere una previsione geopolitica sull’osservazione dell’oggi, ma le condizioni di progressivo sovrappopolamento della Cina e dell’India – con il protagonismo tecnologico che mostrano e che hanno connessione necessaria alle risorse minerarie del “centrafrica” e della “subsahariana” (in specie di tantalio -essenziale tra i componenti dei sistemi informatici-, oltre l’uranio, il rame, il titanio) – potrebbero convergere per l’attuazione di un nuovo asse geopolitico/economico: “afrasia”.
Quest’ultimo in grado di sconvolgere gli ambiti-mercato attivi tra l’Europa e l’Asia – traversando il medio oriente – sull’asse “eurasia”; asse, comunque, già minato – e vacillante – dal pan-islamismo africano.
E l’Australia? E il sud America? E gli Stati Uniti?.
Nelle teorie delle influenze, per la velocità della globalizzazione, tutto è mutevole, tutto è posto in discussione.

In verità non era mia intenzione – né mi appare, rileggendomi – operare sul terreno della discriminazione. Credo che alle discriminazioni – a lettura della bibbia – si sia adoperato Abramo tra discendenza legittima e non. Ma è altra storia.
I momenti secolari si succedono in realtà – o pseudo realtà – che si possono osservare. Con o senza compiacenza; con o senza condivisione. E la tematica geopolitica “eurafrica” resta come teorema, ieri come oggi, ad indicare colleganze di interessi macroeconomici tra i due continenti. Interessi connessi -e coinvolgenti- al dispiegamento della tecnologia e della necessità di materie prime e mercati.
Temo fortemente le confusioni “buonistiche”. La generica “apertura delle frontiere” è una divagazione emotiva e moralistica che, in buona sostanza, disprezza le diversità – vera energia del pianeta – tendendo ad una sovrapposizione di identità che è demolizione della eguaglianza dei diritti nei luoghi, anche genetici, della storia e della cultura di ciascuno e delle genti.
Importare e/o esportare l’uniformismo, oltre ad accentuare la costituzione divaricante di sovrastrutture sociali -e proprio per questo- , potrebbe comportare – e in un domani non lontano– la creazione di “parchi antropologici”, di cui già sono avvisaglie le periferie urbane dei paesi industrializzati e, più in generale, i ghetti metropolitani dei paesi in via di sviluppo.
Ho scritto che la migrazione è facoltata “per vanificare le pressioni di tutela sociale dei sindacati”. Occorre allora che il sindacato fosse un “altro” di aggregazione antagonista in un “altro” istituzionale antagonista a se medesimo. Ma questo è diverso e ulteriore discorrere.
Soluzioni? Se io fossi (…) ma non sono e non vorrei, potrei tentare (…): a dire che ognuno ha le proprie presunzioni solutive inestricabili.
Il mondo contemporaneo sovrasta le illusioni di ciascuno; anche di potere.
Non è buonismo. Si chiama gestione dell’emergenza.
Se si dovesse operare in Toto secondo quanto da lei preferiti, bisognerebbe che gli USA nonoagassero IS per distruggere il governo di hassad e non scapperebbero. Non si dovrebbe continuare a sfruttare l’Africa tutta ed in tanti non scapperebbero e tante e tante cose, brutture che il nostro mondo fa.
I sindacati, dove sono i neri sfruttati poco ci sono. Tutto in mano ai caporali.
Però io ci credo e ci spero e faccio il piccolo scoglio.
Buongiorno a tutti,
Del leader mi piace il suo soffermarsi sulle contraddizioni. Questa volta lo ha fatto poco ed invece ci ha raccontato la storia è noi lo ringraziamo di questo. I migranti vengono,da terre lontane ed io sono d’accordo. Una società matura dovrebbe interrogarsi per trovare soluzioni. L’unica soluzione possibile, secondo il mio modesto parere, è aprire le frontiere. Non cè ne è un’altra per fermare il massacro. Fermerebbe anche il traffico illecito. Ci rendiamo conto di quanta assoluta mancanza di volontà ci sia da parte dell’asse mittleuropea nell’attuale questa soluzione.
Io temo caro leader che questa gente la vecchia Europa non la voglia tanto ormai il servilismo ce l’ha in casa, visto la condizione cui ha ridotto i lavoratori attraverso la vanificazione di tutte le leggi di tutela.
Al momento vedo due blocchi contrapposti il TITIP ed i BRICS. Può essere una brillante sorpresa per il futuro.
concordo su molte cose non darei etichette politiche e non sono d’accordo sulla discriminazione in tutti i sensi… è un mondo che evolve purtroppo in modo malato…