Ma perché non si parla mai delle ingiustizie che tutti i giorni vengono commesse in nome dello Stato? Ad incominciare dal problema delle carceri.
L’editoriale di questa settimana è redatto in prima persona, trattando un tema di non facile condivisione. Il titolo “I tromboni di Stato” si riferisce a tutti quei personaggi che intendono l’amministrazione della cosa pubblica come un atto d’imperio. Loro, i tromboni sono lo Stato e noi siamo i sudditi. Questa è la realtà in un Paese come l’Italia, dove la democrazia è incompiuta. Personalmente, provo un gran fastidio quando sento certi personaggi, che non hanno mai fatto nulla nella loro vita al di là dell’attività politica, pronunciare la parola Stato a sproposito. Lo Stato secondo il “Contratto sociale” di Rousseau, e la costituzione siamo tutti noi cittadini. Invece nella pratica non è così. E quando si parla in senso dispregiativo della burocrazia, non è una generalizzazione nei confronti di tutti coloro che lavorano per lo Stato, ma il modo di porsi dei più, nei confronti dei cittadini. L’arroganza e la maleducazione sono l’ordinaria amministrazione quando si entra in un ufficio pubblico. Quando trovo delle persone gentili e collaborative, mi meraviglio. Burocrazia a parte, il discorso più importante rappresenta i politici di professione e gli alti dirigenti dello Stato.
Quando si sente un presidente della repubblica invocare il rispetto per coloro che operano per le istituzioni, il discorso non fa una piega. Ma perché non si parla mai delle ingiustizie che tutti i giorni vengono commesse in nome dello Stato? Ad incominciare dal problema delle carceri. Non a caso lo storico leader radicale Marco Pannella, da decenni, definisce “flagranza criminale dello Stato italiano” la situazione carceraria del nostro Paese, (già duramente condannato dalla Ue) che fa vivere le persone in celle sovraffollate, dove non riescono neppure ad andare avanti e indietro per passare il tempo. In alcuni penitenziari i detenuti sono condannati a stare sdraiati a letto, per ragioni di spazio vitale. Il 70 per cento delle persone, che finiscono di scontare una pena, reiterano il reato e ritornano in carcere, perché la detenzione non ha nulla di rieducativo; è solo afflittiva. Il lavoro in prigione dovrebbe rappresentare un diritto e non una benevola concessione E che dire di coloro che sono entrati in un posto di polizia o stazione dei carabinieri vivi e sono usciti morti. Come non ricordare i fatti del G8 di Genova, dove inermi cittadini vennero seviziati in nome dello Stato. In buona sostanza, chi rappresenta lo Stato dovrebbe sentirsi al servizio dei cittadini, porsi con umiltà nei suoi confronti, smetterla di parlare da tromboni, e cercare di fare del nostro Paese una democrazia compiuta. E che dire delle sentenze pronunciate in nome del popolo italiano? I penitenziari italiani sono pieni di extracomunitari che non hanno avuto la possibilità di difendersi, perché privi di quattrini e conseguentemente senza avvocato. Due terzi sono in attesa di giudizio; i più sono stati condannati per aver fatto uso di droga. Situazioni che potrebbero essere fronteggiate con pene alternative alla limitazione della libertà personale. Di fronte ad una situazione carceraria come la nostra, viene da chiedersi se le condizioni disumane, in cui lo Stato obbliga a vivere i detenuti, non siano una pena assai più forte e aggiuntiva, a quella inflitta dai giudici. Signori tromboni, evitate di blaterare; vi conviene meditare sulle vostre gravi responsabilità.

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