La politica romana è stata stretta, sempre più, da una morsa che le portava via decisionalità: dall’alto con i parametri di Bruxelles e dal basso con la spendacciona autonomia regionale.
Ultimo caso, quello della bocciatura del sistema di inversione contabile dell’IVA (quasi un miliardo), penultimo quello del blocco degli adeguamenti delle pensioni (da 2 a 18 miliardi). Ritorna un problema-chiave della democrazia moderna, quello della decisionalità reale della politica.
Si dirà che l’assioma della sovranità esercitata dal popolo attraverso i suoi rappresentanti, è stato contraddetto da quando la sacralità dell’investitura popolare è stata delegittimata, un pò per colpa dei politici stessi, molto per fenomeni di protesta, generati dalla difficoltà oggettiva di fronteggiare la grande crisi, che è mondiale.
Fu Berlusconi per primo a lamentare che a Palazzo Chigi non c’erano bottoni da schiacciare, e che la vagheggiata decisionalità era una palude regolamentare nelle Camere e burocratica nei Ministeri. Ma forse quella della stanza dei bottoni era stata solo la chimera romantica di Pietro Nenni, nel proto centrosinistra dell’epoca. La democrazia non funziona a bottoni; è cosa assai più complicata.
Da Maastricht in poi, con la devoluzione dei poteri all’Europa, che prima sembrava solo la festa domenicale della retorica, si è capito che c’era un vincolo verso gli inquilini di uno stesso condominio: gli schiamazzi e gli sprechi ricadono su tutti. L’intera politica economica sta da un pezzo a Bruxelles, e a noi, non solo ai greci, che pagano l’idea iniziale di aver cercato di fare i furbi, resta solo il gusto amaro di prendersela con i burocrati di lassù.
La politica romana è stata stretta, sempre più, da una morsa che le portava via decisionalità: dall’alto con i parametri di Bruxelles e dal basso con la spendacciona autonomia regionale, specie quella a statuto speciale, prima considerata una ricchezza e poi un privilegio.
Ora abbiamo visto che l’Europa vieta le scorciatoie per l’incasso dell’IVA, e ad anni di distanza la Consulta può imporre la restituzione di svariati miliardi, tagliati con voto parlamentare quasi unanime nel momento del pericolo, quando si temeva di non potere pagare le pensioni, altro che limarle. Se la politica non può neppure avere il coraggio di penalizzare i suoi elettori di fronte ad emergenze obiettive…
Si pensava di aver fatto gran cosa “abolendo” le Province? Arriva la Corte dei Conti a dire che è una follia condannare centinaia di migliaia di dipendenti all’incertezza esistenziale.
In democrazia, è fisiologico che certe istituzioni di garanzia limitino la sovranità, sia pur esercitata in nome del popolo. Basti pensare al conflitto con la Magistratura, che si è spesso sostituita all’Esecutivo nel bloccare non solo carriere personali ma progetti generali. E che dire del giornalismo, altro potere di garanzia, sia pur non istituzionale? Da Bruno Vespa si sono celebrati riti riservati al parlamento, e la pubblicistica di Stella e Rizzo ha dettato direttamente le scelte mettendo spesso la politica con le spalle al muro: avrete anche ragione, ma volete forse scontrarvi con l’opinione pubblica che noi influenziamo?
Tutto questo, riconosciamolo, non è un bene per il nostro sistema, perché la confusione consente poi ad un Grillo di dettare, in nome magari della “rete”, le linee di politica industriale della più strategica impresa nazionale, l’ENI, o di zittire Veronesi sulla cura del cancro.
In questa tempesta, è evidente lo sforzo di un politico a 360° come Renzi di riconquistare spazi e ruolo. Non potendolo fare contro Europa e Corti Costituzionali, prova con i corpi intermedi della democrazia, quelli che Tocqueville giudicava presidio della libertà. E, profittando dei loro errori, se la prende con il Sindacato, la cultura, le corporazioni scolastiche, le minoranze politiche interne. Cosa assolutamente legittima, ma preoccupante perché, contemporaneamente, mette in campo una legge elettorale che sembra fatta apposta per frantumare l’opposizione (quella di Calderoli era un porcellum perché faceva l’opposto: frantumare il Governo) e una riforma del Senato che può solo ridurre gli spazi di compensazione e articolazione del sistema democratico.
Proprio nel momento in cui la compressione del legittimo ruolo di guida della politica avrebbe bisogno di contrappesi ed energie interne reattive e vivaci.

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