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1997-2007: DIECI ANNI PERSI. LA SINISTRA RIFORMISTA E’ COME L’ARABA FENICE

Tutto come nelle previsioni dei più pessimisti. Al summit della maggioranza che si è tenuto a Caserta vince, alla grande, l’ala sinistra. La debacle dei moderati, meno riformisti oggi di quanto lo fossero nel 1997, al tempo della Bicamerale e del secondo congresso del Pds.

di Redazione Pensalibero.it | 15 Gennaio 2007

“Li abbiamo fermati”, è stata questa la frase più citata dagli organi di stampa dopo la conclusione del vertice di Caserta. Parole dette dal segretario di Rifondazione comunista per commentare, con soddisfazione, lo stop dato ad ogni ipotesi di riforma delle pensioni. In effetti è stato quello il senso del tanto atteso conclave del centro sinistra, lo stop alla “fase due” o al varo di un’agenda riformista per il governo che aveva nelle pensioni il suo punto di forza. Alla vigilia dell’incontro, mercoledì 10 gennaio, il Manifesto pubblicava un’intervista a Fabio Mussi, leader della corrente di sinistra dei Ds. Titolo: Prima riforma: basta con i riformisti. Detto e fatto. In perfetta sintonia con l’auspicio del ministro dell’Università, da Caserta è uscita così una sola novità: a sinistra i riformisti, se mai sono esistiti, sono morti. Profetiche, a questo riguardo, le parole dell’economista Nicola Rossi, al momento della sua uscita dal partito. Il problema non è, comunque, solo quello delle pensioni. Che fine hanno fatto la Tav, la riforma della legge elettorale, i Pacs, le liberalizzazioni? Lettera morta. Tutti gli argomenti che potevano essere fonte di divisioni sono stati accantonati. L’unica misura di rilievo decisa è stato lo stanziamento di 100 miliardi per lo sviluppo del Sud, una cifra composta in gran parte da fondi dell’Unione Europea contrattati, fra l’altro, dal precedente governo. Un po’ poco per aprire una fase nuova nella vita dell’Esecutivo.
A distanza di 10 anni dal tentativo precedente, il centro sinistra sta perdendo così un’altra occasione importante sulla strada di dar vita ad una moderna sinistra di governo. Era il 1997 infatti quando D’Alema tentò di dar vita ad una svolta riformista, come presidente della Bicamerale e come segretario del Pds. Rileggendo oggi le conclusioni della Bicamerale si resta meravigliati di come il confronto fra i partiti fosse arrivato, allora, a posizioni molto più avanzate rispetto a quelle su cui si discute oggi, lo stesso accade per il dibattito congressuale, e le scelte politiche, del Pds. Basti per tutti un esempio, sotto il secondo profilo. Ricordiamo che allora il confronto interno al Pds, poi Ds, era incentrato sul dualismo D’Alema Veltroni. Prendiamo uno dei temi più delicati, ed anche oggi più che mai attuale, quello della riforma del welfare. Citiamo testualmente dal libro “Politica in Italia” edito dal Mulino, una collana che anno dopo anno riporta e commenta la vita politico-istituzionale del nostro Paese: “Per Veltroni e D’Alema (quindi per tutto il partito, ndr) la sinistra dovrebbe coniugare gli ideali del passato con una valutazione realistica delle condizioni presenti (mondializzazione, etc.), abbandonando, per esempio, la tradizionale difesa del posto di lavoro a tutti i costi e riconoscendo la necessità di una maggiore flessibilità del mercato del lavoro: Veltroni ha per esempio sostenuto che i salari dovrebbero essere collegati ai livelli e all’andamento della produttività e che si dovrebbero favorire strumenti come il lavoro interinale e i contratti d’area. Il governo del presidente Clinton che, con politiche rispettose dei vincoli di bilancio, ha permesso la creazione di undici milioni di posti di lavoro, è stato uno dei modelli indicati dal vice di Romano Prodi (che allora era Veltroni, ndr.) (La politica in Italia, i fatti e le interpretazioni, ed. 1998, pag. 91).” Non importa essere dei politologi per capire che siamo lontani anni luce dai contenuti del dibattito su cui oggi indulge la sinistra. E pensare che correva l’anno 1997. Un’ evoluzione tipica del gambero, un passo avanti e due indietro. Posizioni più liberali nel ’97, più conservatrici nel 2007, un’involuzione che va di pari passo con l’accresciuto peso, numerico e politico, che la sinistra alternativa ha assunto, oggi rispetto ad ieri, all’interno dell’Unione.
Quasi patetico in questo contesto Piero Fassino. Dopo aver ingollato a Caserta la bocciatura della “fase due”, ha atteso la chiusura del convegno per rilanciare la necessità di fare la riforma delle pensioni. Una politica delle parole alla quale i riformisti, se davvero tali, non possono più abboccare.

Pubblicato in : Primo piano

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Enrico Castro

    15 Gennaio 2007 alle 17:38

    Mi trovo abbastanza d’accordo con l’analisi svolta da Beppi Lamedica, e ritengo appunto che quando non si fanno riforme è colpa principalmente dei riformisti, ma è anche vero che quando si fanno (penso a campi come la scuola, la sanità, la giustizia, il lavoro) spesso invece di risolvere un problema ne creano altri. A mio avviso il problema è il modo con cui vengono concertate le riforme che coinvolgono solo i partiti di maggioranza, i sindacali e le associazioni di categoria. Le riforme che ne vengono fuori (sempre se si trova un compromesso) rischiano così di non garantire benefici all’intera comunità. Qual è la soluzione? Io consiglio di seguire l’esempio anglosassone, di informare i cittadini sulle riforme da attuare con documenti in cui: si fa un’analisi della materia oggetto della riforma (supportata da grafici, tabelle, ecc), si descrivono gli obiettivi da raggiungere e si spiega come (attraverso le riforme) s’intende raggiungere gli obiettivi fissati. Ciò comporta che il governo non potrà mentire sui dati, perché gli oppositori avrebbero un facile argomento da utilizzare per contestare la riforma; saranno invece costretti eventualmente ad avviare un dibattito pubblico su proposte alternative di riforma.
    Tra l’altro in questo modo si cambia in modo profondo la politica italiana. Non più sistema autoreferenziale in cui il politico informa del proprio operato e cerca di convincere il cittadino solo nel periodo delle elezioni, ma quasi quotidianamente. Insomma la politica a servizio del cittadino e non il contrario. Questa a mio avviso è l’unica via praticabile per i riformisti, proprio perché come G.M. ricordava in passato le riforme in Italia sono state realizzate grazie alla spinta di rinnovamento presente nell’opinione pubblica tra gli anni ’60 e ’70; esaurita questa spinta, nella società italiana è prevalsa la paura di perdere quanto acquisito, ed è per questo che i conservatori hanno un peso politico così determinante. Come cambiare dunque la mentalità dei politici riformatori? Bastano le proposte liberali di Beppi Lamedica? Io a queste aggiungerei pure l’abolizione dell’ordine dei giornalisti e l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali, ma il problema è: come possiamo sperare di vedere attuati questi cambiamenti, quando da un lato abbiamo un centrodestra che approva una legge elettorale porcata e dall’altro abbiamo un centrosinistra che dopo aver gridato al complotto adesso non riesce nemmeno a trovare un accordo per modificarla?
    A mio avviso è ora che i veri laici, i veri liberali ed i veri socialisti capiscano che l’unica strada percorribile (ne va della loro sopravvivenza tra tutti i falsi laici, falsi liberali e falsi socialisti in giro) è proprio quella di cambiare mentalità nei confronti del cittadino: informando, illustrando gli obiettivi da raggiungere e proponendo soluzioni.

    Rispondi
  2. G.M.

    15 Gennaio 2007 alle 12:50

    Credo dovremo in futuro specificare molto bene cos’è stato in Italia (ma non solo) questo periodo.
    La mancanza di ideali, dovuti all’altrettanta mancanza di quello che Nenni ripeteva “le gambe degli uomini” impediscono ad un paese di camminare.
    Per cui stiamo confondendo il “riformismo” con il “decadentismo”.
    Il RIFORMISMO è scritto nella nostra Costituzione e, sono un po’ partigiano, ha avuto la sua soddisfazione solo dal 1963, al quale ha fatto seguito purtroppo una ulteriore e dolorosa scissione dei socialisti.
    E’ da quella data che si da seguito al precetto costituzionale art. 34: la scuola è aperta a tutti.
    E’ da quella data che si trasferisce ad un Ente di Stato, l’ENEL, il controllo dell’energia elettrica che permetterà la rformidabile industrializzazione del paese (art 48 cost).
    E’ da quella data che si mette in moto, il decentramento regionale che trova luce nel 1970 (art 114 e seg.)
    E’ da quella data che si por6ta avanti lo “statuto dei lavoratori” (legge 300).
    E’ da quella data che si ragiona sui DIRITTI CIVILI, in primis il divorzio, come affermazione dello Stato Laico contro la concezione della Sacra Rota.
    Cito solo le prime cose di un cambio di passo dell ‘ Italia in senzo “riformista”.
    Oggi i cosidetti “riformatori”, essendo riformista parola troppo impegnativa, non sono altro che dei DECADENTISTI, credendo che la DEPRAVAZIONE BORGHESE, come la chiamava Vladimir Jilich (droga, omosessualità ecc.)detto Lenin sia una DOVEROSA conquista proletaria.
    Spacciano per riforme l’eliminazione del balzello sulla ricarica dei telefonini o la liberalizzazione delle licenza di TAXI.
    E ciò è stata la lenta ma inesorabile conseguenza di una PRESA DEL POTERE da parte di un ceto PARASSITARIO, che si è autoproclamato POLITICO per garantirsi PRIVILEGI e PREBENDE “ad libitum, peromnia saecula saeculorum”. AMEN

    Rispondi
  3. Beppi Lamedica

    15 Gennaio 2007 alle 11:08

    La tesi centrale del commento che precede è che il centrosinistra è oggi più conservatore del 1997 perché è accresciuto il peso della cosiddetta sinistra radicale, di qui l’attuale ininfluenza della sinistra riformista.
    Ad avviso di chi scrive il ricorso alle categorie “sinistra-destra” fuorvia qualsiasi diagnosi cui consegue una terapia sicuramente sbagliata. Mi spiego. Chi scrive ritiene che il maggior tasso di conservatorismo riscontrato oggi nel centrosinistra fa il paio con il maggior tasso di conservatorismo riscontrato oggi nel centrodestra rispetto al 1994. Il centrodestra allora si presentava come l’alfiere delle liberalizzazioni e dell’antiburocratismo (lacci e laccioli da sciogliere), mentre nei fatti ha prodotto un aumento della spesa pubblica, contraddicendo così le promesse.
    Il fatto è che il conservatorismo è oggi maggiore rispetto a ieri sia nel centrodestra che nel centrosinistra e questo è avvenuto non tanto per il maggior peso della sinistra radicale o della destra teocon quanto per la mancanza di iniziativa delle componenti riformiste e riformatrici presenti (come belle statuine) in entrambi gli schieramenti di questo bipolarismo elettorale. I riformisti e i riformatori dei due schieramenti hanno pensato a sopravvivere illudendosi di poter inquinare con la loro aspirazione modernista due schieramenti sostanzialmente conservatori. La loro scelta di assecondare il bipolarismo elettorale li ha indeboliti facendoli affogare nei due schieramenti. Se questa è la diagnosi la terapia non può che essere riformisti e riformatori da una parte e destra e sinistra dall’altra. Riformisti e riformatori, secondo chi scrive, avrebbero potuto rivestire le vesti di protagonisti della lotta politica se fossero stati alternativi ai conservatori divisi tra destra e sinistra.
    Questa è la scelta politica da proporre ai cittadini per superare definitivamente questa transizione infinita. Conseguentemente diventa centrale il modo di favorire questa scelta politica. Di qui l’attenzione nei confronti del sistema elettorale e nei confronti del finanziamento della politica. Il combinato disposto di un sistema elettorale proporzionale e il finanziamento pubblico dei partiti impedisce, come l’esperienza insegna, la nascita di un soggetto politico di riformisti e riformatori antagonista dei conservatori di destra e sinistra. Perciò il favore nei confronti di un sistema elettorale maggioritario (personalmente per il sistema elettorale uninominale maggioritario secco, all’inglese) e l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti (personalmente per i partiti libere associazioni di cittadini e non statalizzati).
    Di questo se ne parlerà, sicuramente, nei prossimi mesi.
    Beppi Lamedica – attivista liberale

    Rispondi

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