L’eredità di Mattei, oltre alla mitologia che ancora lo avvolge, è quella che sappiamo: il monopolio petrolifero e una lotta senza quartiere per mantenerlo, anche con armi non convenzionali.

Partiamo da Mattei. Esistono in giro numerose biografie, più o meno spalmate sul continuum che va da “santo subito” a “santo dopo rapido processo di beatificazione”. Unica eccezione, a mia conoscenza, è il lavoro di Carlo Maria Lomartire, che quanto meno problematizza il personaggio e che pertanto raccomando (qui una recensione che avevamo scritto con Alberto Mingardi). Mattei fu uomo indubbiamente geniale, e ugualmente spregiudicato. Terminata la Seconda guerra mondiale, durante la quale si era distinto tra i partigiani, venne nominato commissario liquidatore dell’Agip, la compagnia petrolifera di Stato creata sotto il fascismo. Fregandosene della missione ricevuta, Mattei decise di fare dell’Agip la base per la creazione di una sua propria prelatura personale – certo, con tanti discorsi sull’indipendenza energetica e altra aria fritta – guidato costantemente dall’ossessione prima di entrare nei “circoli che contano” (le “Sette Sorelle” che dominavano il mercato petrolifero mondiale) e poi, non essendovi ammesso, di contribuire al loro crollo.
Lo fece in due modi, dimostrando, come dicevo, tutta la sua genialità e tutta la sua spregiudicatezza, non esitando a ricorrere alla corruzione, all’assistenzialismo e alla sistematica indifferenza per quello che la legge diceva. Sul fronte internazionale, cavalcò le rivolte del mondo arabo cercando di accreditarsi come interlocutore sensibile ai problemi dei paesi produttori, in parte riuscendovi anche se non di rado come mosca cocchiera. Sul fronte interno, promuovendo la benzina di Stato e, con grande anticipo sui tempi, la metanizzazione del paese ben prima che il gas naturale si affacciasse alla competizione globale tra combustibili (cosa che avverrà solo dopo, e in risposta a, la nascita dell’Opec). Un aneddoto: i maligni sussurravano che Snam stesse per “Siamo nati a Matelica”, in riferimento alla cittadina in provincia di Macerata dove Mattei aveva vissuto e dalla quale aveva chiamato dipendenti e fedelissimi. All’atto pratico, la risposta di Mattei alle Sette Sorelle fu quella di creare, in Italia, un piccolo Grande Fratello – l’Eni appunto – che ottenne il monopolio su tutte le attività estrattive e che addirittura, per replicare alle poche e isolate critiche, decise di dotarsi di un organo di stampa, Il Giorno. Investimento quanto mai azzeccato se ancora oggi si parla di lui quasi esclusivamente in termini agiografici. Tra i pochi oppositori, il popolare Luigi Sturzo, che ne combatté in ogni modo sia la condotta diciamo disinvolta, sia gli obiettivi politici (Salvatore Rebecchini ne ricostruisce qui la dialettica). Ma la definizione più precisa la dobbiamo a Giovannino Guareschi che di Mattei, “furibondo statalista”, diceva: “è il più spietato nemico dell’iniziativa privata che vorrebbe schiacciare con l’iniziativa di Stato”.
L’eredità di Mattei, oltre alla mitologia che ancora lo avvolge, è quella che sappiamo: il monopolio petrolifero e una lotta senza quartiere per mantenerlo, anche con armi non convenzionali come la guerra all’energia nucleare vincendo la quale ottenne grassi profitti con la svolta verso l’olio combustibile che seguì il referendum del 1987 (la vicenda è ricostruita dal compianto Paolo Fornaciari, pur con tutte le cautele da tenere verso un racconto che è inevitabilmente segnato dalla vicenda personale dell’autore). Oggi l’Eni è qualcosa di ben diverso: non è più, in larga misura, carrozzone e si è fatta multinazionale. Ma il vizietto del monopolio sembra non averlo perso. (E anche un po’ quello della propaganda, almeno se bisogna giudicare da alcune delle risposte date da Paolo Scaroni a Stefano Agnoli nella sua bella intervista sul Corriere Economia di oggi).
Il sogno di Mattei, interrotto dalla sua morte prematura, era la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la riunione di tutto il settore energetico all’interno di un unico ente pubblico, che avrebbe voluto chiamare Ene. Il sogno non si realizzò interamente, ma in parte sì. Proprio nel 1962, infatti, poche settimane dopo la morte di Mattei, prendeva vita – esecutore materiale Ugo La Malfa – l’Enel, il monopolista elettrico che faceva piazza pulita del mercato abbastanza vitale che esisteva allora, coi privati attivi nella generazione elettrica e attenti esploratori delle nuove tecnologie (incluso l’atomo che, a dispetto delle credenze odierne, in Italia nacque privato).
L’avvento dell’Enel ebbe, secondo i suoi sostenitori, l’effetto di razionalizzare e centralizzare investimenti prima effettuati in modo disordinato e decentrato. E’ vera la seconda parte della frase: il settore venne centralizzato, facendo piazza pulita della vitalità pre-esistente (con l’unica eccezione di alcune imprese municipalizzate la cui esistenza venne tollerata), ma non necessariamente l’esito fu quello di una razionalizzazione. Anzi: scelte relative alle tecnologie in uso, con tutto quello che ne consegue, vennero di fatto politicizzate con una serie di ovvie ricadute negative, per esempio, sulla modernizzazione del paese e sulla capacità di generare innovazione e creare un ambiente favorevole all’innovazione o attento alle esigenze del consumatore (una ricostruzione degli eventi, pure sostanzialmente positiva sugli effetti della nazionalizzazione dato il contesto e alla luce degli analoghi fenomeni nel resto d’Europa, si trova nel bel volume I due volti del mercato elettrico di GB Zorzoli). Come hanno imparato, sulla loro pelle, i consumatori elettrici, è solo con la fine del monopolio legale nel 1999 che, per esempio, la qualità del servizio è andata migliorando. E come hanno osservato quanti hanno seguito la storia dell’Enel post-liberalizzazione, rilevando quanto – in meglio – l’azienda sia dovuta cambiare (e sia cambiata).
Il risultato dei quarant’anni di monopolio è che, per quattro decenni, l’Italia ha seguito una traiettoria tecnologica ortogonale rispetto agli andamenti del mercato. I bisogni dei consumatori si sono potuti manifestare solo, in forma perversa, attraverso l’intermediazione politica, e si sono tradotti nell’erogazione di favori a destra e a manca per poter massimizzare l’incasso di voti. Il paese è così arrivato agli anni più recenti in condizione semplicemente insostenibile: con costi elettrici alle stelle dovuti all’accumulazione di costi fissi (prima il nucleare e il suo smantellamento infinito, poi l’olio combustibile e la sua graduale espulsione per ragioni economiche prima che politiche, infine i sussidi regalati con eguale nonchalance a categorie di produttori e di consumatori politicamente influenti).
In breve: mezzo secolo di monopolio ci ha regalato inadeguatezze, insufficienze ed extracosti. Non dico, perché sarebbe sciocco, che né l’Eni pubblica né l’Enel pubblica non abbiano fatto nulla di buono: se l’Italia, nonostante tutto, ha un sistema elettrico e uno metanifero è grazie a loro. Ma credo sia di palmare evidenza che da questo non si possa dedurre che, senza le nazionalizzazioni, non avremmo oggi quello che abbiamo. Verosimilmente, avremmo quello e qualcosa in più (oppure, che è lo stesso, quello e qualche costo in meno).
Nel celebrare l’italica furbizia di Mattei, i quotidiani hanno per un attimo sotterrato l’attenzione all’etica e alla trasparenza che la fine del berlusconismo sembra aver restituito agli italiani. Sta bene: non sta bene che si siano dimenticati che Mattei e i suoi epigoni erano corsari della politica il cui successo personale e la cui indubbia dotazione di materia grigia, attributi e propensione al rischio non spostano di una virgola l’unico giudizio che è possibile esprimere sulla pirateria.

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