In cerca di Europa
Europa invertebrata? Europa all’ultima spiaggia? Di sicuro, se l’Unione nelle elezioni del Parlamento europeo affondasse trascinerebbe tutti nel gorgo. Tutti. Da Berlino a Seborga. È già accaduto. Per l’Europa (e non solo per l’Unione, anche per quella che va sino agli Urali, o a Vladivostok) l’elezione diretta del parlamento europeo è la prova d’appello. Ogni suo cittadino ha il diritto-dovere di deciderne le sorti. Libero di affondare o di dare un colpo di pinne per risalire alla superficie della Storia. Non è tempo di propaganda. È l’ora di scegliere “ex informata conscientia” sulla base, indispensabile, della Memoria. Mai dimenticare che, con tutti i suoi limiti e difetti, questa Europa, cresciuta lentamente dalla CECA al MEC e via progredendo, per la prima volta dopo millenni ha garantito settantacinque anni di pace almeno al suo interno.
Sonnambuli e giocatori d’azzardo nel 1914…
Il centenario del Congresso per la pace (Parigi, 1919) dovrebbe aprire gli occhi sui pericoli oggi incombenti: o più Europa oppure il caos, con danni imprevedibili per ogni cittadino. La sicurezza si basa sui sistemi informatici integrati di livello supremo. Lo spiegò bene, a futura memoria, il Generale Claudio Graziano alla vigilia di congedarsi dal Comando dello Stato Maggiore delle Forze Armate. Sembra un secolo fa, se si esaminano le chiacchiere dilaganti sulla “sovranità”, ignare che l’Italia perse la seconda guerra mondiale e non ha alcuna difesa “autonoma”, né in cielo né in terra né in mare.
Riflettiamo. Cinque anni di studi sulla Grande Guerra (1914-1918) hanno riportato il giudizio storiografico al punto di partenza. La conflagrazione esplose come conflitto inizialmente circoscritto in un’Europa governata da sonnambuli e da giocatori d’azzardo. Imperatori, re, presidenti di repubbliche, diplomatici, militari, banchieri, grandi industriali, filosofi, storici, artisti, dame più o meno virtuose…, tutti i protagonisti di quell’immane convulsione a distanza di tempo risultano accomunati dall’incapacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni, a breve e a lungo termine. Si condussero da irresponsabili, con alto tasso di infantilismo, senza un progetto né una via alternativa al tunnel della guerra.
Dall’estate 1914 le proposte di armistizi e le trattative sottobanco furono più numerose delle sempre più sanguinose battaglie (a volte di dieci mesi con un milione di morti l’una), ma fallirono sempre. La guerra si alimentò da sé. La pace fu messa all’angolo. Da quando la conflagrazione divenne Grande Guerra mancò un vero piano per uscirne prima che degenerasse in catastrofe generale, per vinti e vincitori. Anche Carlo I d’Asburgo (1887-1922, nel 2004 proclamato beato da papa Giovanni Paolo II e bene biografato da Roberto Coaloa) fu del tutto al di sotto della difficile missione storica. Non avrebbe concesso all’Italia un metro di terra dei suoi avi, in linea con Francesco Giuseppe “l’ottuso”. A svuotare l’irredentismo italiano (talora facinoroso) sarebbe bastato concedere una Università al di qua delle Alpi o almeno corsi in lingua italiana Oltralpe e qualche autonomia: piccole cose, oggi ovvie. Invece niente di niente. Il “No”, figlio dell’aridità di spirito, genera astio e e provoca la rivolta. Ne profittarono tanti occhiuti mestatori.
All’origine di tre guerre mondiali striscianti
Nell’ottobre-novembre 1918, dopo la caduta dell’impero turco e della Bulgaria, anche Germania e Austria-Ungheria) collassarono. A quel punto, però, erano iniziate altre tre guerre mondiali. La prima era quella dei bolscevichi di Lenin, Trotsky e Stalin, giunti al potere in Russia e decisi a scatenare la rivoluzione planetaria. In caso diverso, il “comunismo in un solo paese” (come poi il bolscevismo si ridusse) era condannato all’involuzione economica, militare, poliziesca e alla sconfitta politica: poteva durare cinque o cinquant’anni ma era comunque destinato a divorare i propri figli, come Saturno, e se stesso, sino all’estinzione. La seconda grande guerra era l’imposizione all’Europa della pax americana. Suo regista fu il presidente degli USA, Woodrow Wilson. Inizialmente venerato quale profeta di sublimi ideali (venne persino creduto massone, mentre era privo di dubbi e di spirito critico), nel cilindro nascondeva il suo vero disegno: l’applicazione all’intero pianeta della dottrina Monroe (l’America agli Americani, cioè agli USA), poi insinuata come articolo 21 nei trattati di pace imposti non solo ai vinti ma anche ai vincitori. I Quattordici punti enunciati da Wilson l’8 gennaio 1918 quale manifesto della pace nascondevano il progetto vero di Washington: spacciare l’immane conflitto come “guerra di religione”, epilogo di una lotta “di civiltà” dei buoni contro il militarismo teutonico, la brutalità tedesca, la barbarie germanica. Tutti luoghi comuni predicati dal 1914 in Europa per giustificare la guerra “sino alla vittoria finale”e sollecitare l’intervento dei paesi che via via entrarono nella biblica “fornace ardente” (fu il caso dell’Italia, nel maggio 1915). La terza guerra planetaria iniziò tra il 1917 e il 1918, dalla “rivolta araba”, intuita nella sua vera identità dal colonnello Thomas Edward Lawrence (è salutare rileggerne le opere, a cominciare dai “Sette pilastri della saggezza”), a quella in India, dall’Egitto, ove Allenby faticò a trovare un punto di equilibrio, al sanguinosissimo conflitto nippo-cinese, con l’avanzata dei giapponesi in Manciuria e in Mongolia condotta con i metodi arcaici: violenze inenarrabili e stragi spaventose (ne scrisse Mario Appelius, a torto demonizzato e dimenticato).
La delegazione italiana allo sbando
Quello scenario apocalittico non venne affatto compreso dalle delegazioni raccolte al Castello di Versailles il 18 gennaio 1919 per l’inaugurazione del Congresso di pace. Eppure esso doveva risultare chiaro ai rappresentanti delle Grandi Potenze (USA, Gran Bretagna, Francia e Italia, che vi partecipò col presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, e il ministro degli esteri, Sidney Sonnino) come ai loro alleati di seconda e terza fila. La precipua attenzione dei cogressisti andava invece alla fungaia di conflitti piccoli e grandi in corso dappertutto. Mentre in Russia le armate bianche tentavano la riscossa contro i bolscevichi dall’Ucraina all’Estremo Oriente (anche con soccorsi di “occidentali”), truppe anglo-francesi erano, ma inerti, a Murmansk: attaccare o non attaccare i “rossi”? o continuare a usarli come minaccia verso la Germania o quali spaventapasseri per dividere i socialisti “occidentali” tra riformisti, massimalisti e filobolscevichi?
La Germania e l’ex impero asburgico erano nel caos, preda di insorgenze rivoluzionarie (gli spartachisti di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht ne costituivano solo uno spicchio) e di corpi franchi nazional-reazionari. Le armi abbondavano, il sangue scorreva, molto prima che Hitler sintetizzasse il tutto nello “Svastika”. Altrettanto accadeva nell’ex impero austroungarico, collassato per la fame e per l’epifania dei nazionalismi eterodiretti dal Grande Oriente di Francia, proteso a “repubblicanizzare l’Europa”, come spiegato da François Fejto, presidente dei Comitates pro libertatibus, in “Requiem per un impero defunto”.
Nell’intervallo tra l’armistizio italo-asburgico (3 novembre, con efficacia il 4: lo ricorda Giuseppe Novero nella succosa biografia del generale Gazzera, ed. Rubbettino) e quello tra Germania e Intesa (11 seguente), il 7 novembre venne proclamato il regno di Jugoslavia, assegnato al “fratello” Pietro Karageorgevic di Serbia, con Alessandro per reggente. Esso coronò il patto di Corfù tra serbi, croati e sloveni, siglato all’indomani del Congresso di Parigi delle massonerie dell’Intesa (in realtà solo la francese e, in parte, la italiana: fraternamente litigiose) e dei paesi neutrali (28-30 giugno 1917). La nascita del nuovo stato non comportò affatto la stabilità dei Balcani, per le fatali ripercussioni della revisione di tutti i confini a vantaggio dei vincitori (Romania) e dei Paesi di nuovo conio (Cecoslovacchia) ai danni dei vinti (Bulgaria, Ungheria, a tacere dell’Austria ridotta a una grande testa, Vienna, con un corpicino gracile).
“Fiume o morte…”
Lo Stato jugoslavo fece anche da bastione contro le aspirazioni dell’Italia ad aumentare il già pingue bottino di guerra garantitogli dall’applicazione dell’accordo di Londra del 26 aprile 1915. Con l’intervento l’Italia poteva ripromettersi tre scopi: l’annessione delle terre italofone (quasi tutti identificavano la lingua con la razza: termine, questo, oggi “politicamente scorretto” ma all’epoca usuale in diplomazia e nel giornalismo); il conseguimento del confine naturale (il crinale alpino dal Trentino a Monte Nevoso); il dominio sull’Adriatico, fatalmente in contrasto con l’Austria-Ungheria (quali fossero gli Stati successori dell’impero asburgico) e gli slavi del sud. Le prime due opzioni erano in armonia con la visione “risorgimentale” della guerra (sia mazziniano-garibaldina, sia liberal-liberistica: gli Stati Uniti, o Federazione, d’Europa, propugnata da Luigi Einaudi Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati). Era anche quella di Luigi Cadorna, uno stratega dalla visione politica del conflitto. La terza aveva invece ispirazione e valenza imperialistica: comportava di rimanere in tensione permanente nei confronti dei vinti e degli alleati, anglo-francesi e “americani”, contrari ad accettare che l’Adriatico divenisse un lago italiano.
A Parigi la delegazione italiana (ampliata con ideologi, quale Salvatore Barzilai, e “tecnici” come Silvio Crespi e Aldrovando Marescotti) si arroccò sulla rivendicazione di Fiume in aggiunta al già corposo bottino previsto dall’accordo di Londra e ne fece la posta irrinunciabile per l’adesione di Roma al trattato di pace. All’inizio del Congresso Wilson aveva proposto e imposto lo statuto della Lega delle Nazioni, del tutto diversa rispetto alla Società delle Nazioni a suo tempo configurata nel congresso massonico di Parigi del giugno 1917 e molto più esplicita sull’autodeterminazione dei popoli: una vera e propria confutazione degli obiettivi bellici delle Potenze europee vincitrici. La delegazione italiana non trovò di meglio che abbandonare Parigi (24 aprile), ove gli altri congressisti, sollevati da intralci, decisero in sua assenza i termini della pace “contro” la Germania e l’Austria. Orlando e Sonnino dovettero quindi tornarvi di corsa (5 maggio) per non sfigurare e compartecipare alle conclusioni dei lavori.
L’esito di quella serie di errori mise a nudo la pochezza politica del governo italiano, fatta di piazzate e di grida unilaterali. Orlando (poi ricordato quale “presidente della vittoria”) venne messo in minoranza e costretto alle dimissioni. Il 23 giugno si insediò il primo governo presieduto da Francesco Saverio Nitti, con i giolittiani Tommaso Tittoni agli Esteri, Francesco Tedesco alle Finanze, i massoni Carlo Schanzer al Tesoro e Alfredo Baccelli all’Istruzione, Achille Visocchi all’Agricoltura, Dante Ferraris all’Industria e Cesare Nava alle Terre Liberate.
Il diktat di pace venne imposto alla delegazione germanica cinque giorni dopo, il 28 giugno 1919: esattamente sei anni dopo il mortale attentato all’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, assassinato a Sarajevo con la moglie, Sofia Chotec: la scintilla che aveva incendiato l’Europa e il mondo.
Motivo in più per domandarsi chi avesse armato la “Mano Nera”…
La pace cartaginese
Come noto la “pace” ebbe una premessa ideologica del tutto estranea alla tradizione millenaria dei conflitti tra Stati: l’addebito ai tedeschi della “responsabilità della guerra”, un giudizio metastorico, moralistico, “religioso”. Su quella base la Germania (che non era più l’Impero di Guglielmo II Hohenzollern ma la speranzosa e vacillante repubblica di Weimar) fu condannata a pagare le “riparazioni”: 269 miliardi di marchi oro, da saldare in 42 annualità. Essa venne privata dell’Alsazia e della Lorena (restituite alla Francia cui erano state sottratte a conclusione della guerra del 1870-1871), di Posnania, Prussia orientale e Alta Slesia, assegnate alla Polonia, dello Schleswig (che andò alla Danimarca) e di un territorio meridionale assegnato alla Cecoslovacchia. Dovette cedere quanto rimaneva della flotta, compresa gran parte di quella commerciale, macchinari e materiali, nonché, particolarmente bruciante, la sovranità sulle vie d’acqua continentali e sull’aria, mentre la sinistra del Reno fu cautelativamente occupata dagli alleati per quindici anni. Si comprende perché Goering, cresciuto nella pattuglia del Barone Rosso, non abbia nutrito gratitudine per i vincitori. Francia e Gran Bretagna si spartirono le più vaste colonie tedesche in Africa, come poi l’impero turco-ottomano. Il Ruanda-Urundi andò al Belgio, che vi si condusse in maniera miserabile, come in Congo. L’Australia ebbe le ex colonie germaniche nella Nuova Guinea e le isole Bismarck; la Nuova Zelanda ottenne le Samoa occidentali; il Giappone incorporò Marshall, Caroline, Palau e le Marianne, che la Spagna aveva venduto a Berlino per smacco contro gli USA che nel 1898 avevano alimentato la rivolta di Cuba e delle Filippine contro Madrid.
Rissa continua
Il Trattato di Versailles, una “pace cartaginese”, nutrita da spirito di vendetta, fu alla base dei successivi vent’anni di “revisionismo” e della seconda guerra europea destinata a divenire a sua volta mondiale (1939-1945). Nel 1918-1919 alcuni riuscirono a non perdere la guerra; tutti, però, persero la pace e continuarono a battersi come gli energumeni dipinti da Francisco Goya in “La rissa a bastonate” (1819-1823): con i piedi e le gambe affondate nel fango (quasi fossero in una trincea), spossati, sanguinanti, con gli occhi sbarrati e tuttavia incapaci di fermarsi. Belluini.
Dopo essersele date “di santa ir-ragione” nel maggio prossimo i cittadini dell’Unione Europea sono chiamati a ragionare, lontani da neonazionalismi devastanti, in quello spirito di progresso civile e di fratellanza tra i popoli che caratterizzò il primo Novecento. Irridere la Belle Epoque come età di ingenui “buoni sentimenti”, di fatuo pacifismo umanitaristico (lo fece persino Benedetto Croce) vuol anche dire chiudere gli occhi dinnanzi a quanto poi avvenne davvero: due guerre mondiali (con almeno 70 milioni di morti tra militari e civili, malati a parte), i totalitarismi e i loro campi di sterminio: olocausto non di un solo popolo ma di una civiltà, come intravvide Oswald Spengler in “Il Tramonto dell’Occidente”.
Un’ultima considerazione s’impone: con l’ “arrangement” del 1915 il governo Salandra-Sonnino aveva ottenuto dall’Intesa l’esclusione della Santa Sede dal Congresso della pace. Era convinto di aver fatto il colpo grosso. A quel modo, invece, fece sì che papa Benedetto XV, non rimase immischiato in trattati che avvelenarono le acque e generarono i disastri dei decenni seguenti. Eterogenesi dei fini. Metastoria: là dove regna lo Spirito.
Aldo A. Mola

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