
L’11 settembre 2001 non crollarono soltanto due torri. Cominciò a crollare anche l’idea di un’America invulnerabile, sola al comando del mondo dopo la fine dell’Unione Sovietica. Al Qaeda colpì New York e Washington, ma la conseguenza strategica più profonda si sarebbe vista negli anni successivi: gli Stati Uniti reagirono consumando potenza, denaro, credibilità e tempo, mentre il resto del mondo cambiava rapidamente alle loro spalle. La Russia era piegata, la Cina cresceva ma non era ancora una potenza globale, l’Europa viveva sotto l’ombrello americano. L’11 settembre non distrusse quella superiorità. Indusse Washington a utilizzarla nel modo peggiore possibile.
La data porta con sé anche una singolare assonanza storica. Nel settembre del 1683 Kara Mustafa era alle porte di Vienna. L’11 settembre le forze cristiane di soccorso erano ormai schierate e il giorno successivo Giovanni III Sobieski e la coalizione spezzarono l’assedio. Marco d’Aviano ebbe un ruolo determinante nel tenere insieme quell’alleanza, mentre il progetto attribuito a Kara Mustafa guardava ben oltre Vienna, verso Roma e San Pietro, il cuore simbolico della cristianità. Vienna segnò l’arresto della grande espansione ottomana verso l’Europa centrale.
La storia mostra del resto una caratteristica ricorrente. La pressione verso Occidente delle potenze e dei movimenti politico religiosi nati nel mondo islamico non procede in linea retta. Avanza, arretra, cambia forma e periodicamente ritorna. Prima furono gli imperi, poi l’islamismo politico, il jihadismo, le organizzazioni transnazionali e infine la radicalizzazione diffusa. Questo non significa confondere l’Islam con il terrorismo. Significa riconoscere una ciclicità storica che l’Occidente tende puntualmente a dimenticare proprio quando crede di averla definitivamente superata.
L’11 settembre fu una delle manifestazioni moderne più violente di questa dinamica. L’intervento in Afghanistan fu inevitabile. Il problema venne dopo, quando la guerra contro Al Qaeda si trasformò in una strategia globale senza confini chiari e soprattutto senza una conclusione possibile. Arrivò l’Iraq, arrivarono occupazioni, governi da sostenere, eserciti da addestrare, basi da mantenere e guerre da finanziare. Per vent’anni l’America consumò uomini, denaro, attenzione politica e credibilità.
Il paradosso fu enorme. Al Qaeda non avrebbe mai potuto sconfiggere militarmente gli Stati Uniti, ma riuscì a trascinarli in una guerra senza fronte e senza fine. Washington entrò in Afghanistan con i talebani al potere e ne uscì vent’anni dopo lasciando nuovamente Kabul ai talebani. In Iraq eliminò Saddam Hussein, ma aprì un vuoto che favorì l’influenza iraniana e successivamente lo Stato Islamico.
Mentre l’America guardava Kabul e Baghdad, la Cina guardava il mondo. Produceva, esportava, conquistava mercati, acquisiva tecnologia e trasformava progressivamente la propria forza economica in potenza geopolitica. Il ridimensionamento americano cominciò anche lì. Non perché diciannove terroristi avessero la forza di abbattere una superpotenza, ma perché riuscirono a spingerla a disperdere per due decenni una quantità enorme delle proprie risorse nella direzione sbagliata.
Poi arrivarono la crisi finanziaria del 2008, l’ascesa cinese, il ritorno aggressivo della Russia, il debito, le divisioni interne e la crescente stanchezza di una società sempre meno disposta a sostenere il costo del ruolo di garante dell’ordine occidentale. Il mondo unipolare nato dal crollo dell’Unione Sovietica cominciò definitivamente a scomparire.
Il prodotto politico più evidente di questo lungo ripiegamento oggi ha un nome: Donald Trump. Un presidente ottantenne che continua a comportarsi come se gli Stati Uniti fossero ancora quelli del 1991, convinto che dazi, minacce e ultimatum possano piegare contemporaneamente avversari, concorrenti e alleati. Una concezione quasi personale della potenza americana, nella quale Washington può mettersi contro mezzo mondo continuando a pretendere che mezzo mondo obbedisca.
Ma quel mondo non esiste più. La Cina non è il Giappone degli anni Ottanta, la Russia non è quella di Eltsin e persino gli alleati occidentali hanno cominciato a interrogarsi sul prezzo della propria dipendenza dagli Stati Uniti. Il paradosso di Trump è tutto qui: pretende di ricostruire la grandezza americana mentre indebolisce quella rete di alleanze che per ottant’anni ha rappresentato uno dei principali moltiplicatori della forza di Washington.
Gli Stati Uniti rimangono la principale potenza militare del pianeta, conservano una straordinaria capacità tecnologica, finanziaria e industriale e nessun concorrente dispone ancora di un sistema di alleanze paragonabile. Ma essere la prima potenza non significa più essere l’unica.
L’11 settembre segnò l’inizio di questa trasformazione. I terroristi non distrussero l’America. Riuscirono però a farle consumare vent’anni inseguendo il nemico del momento mentre alle sue spalle nasceva un mondo completamente diverso.
Venticinque anni dopo Washington continua troppo spesso a parlare come se fosse ancora la padrona assoluta del tavolo. Trump non rappresenta il ritorno dell’America onnipotente. Rappresenta qualcosa di molto meno rassicurante: la difficoltà dell’America ad accettare che quell’epoca sia finita.
Piero Terracina

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