Che cosa c’era nel nostro futuro 10 anni fa, dopo che un pugno di terroristi aveva infranto, con il crollo delle Torri Gemelle, il mito della superpotenza Usa e, soprattutto, la fiducia nelle ‘magnifiche sorti e progressive’ di questo scalcagnatissimo globo? Non lo sapevamo. Avevamo già da tempo lasciato, dopo il crollo del Muro del 1989, i lidi della terraferma, di un mondo che ci aveva offerto certezze con la formula del terrore nucleare, sapientemente brandito dai due blocchi Occidentale e Sovietico; avevamo già compreso che la liberazione di energie, aspirazioni e interessi troppo a lungo tarpati poteva condurre ad esiti imprevedibili, eppure eravamo ancora convinti che il sistema nel quale vivevamo potesse, in certo qual modo, assorbire, farsi carico di tutti i problemi e portarli, nel volgere anche di un lungo termine, a soluzione. Oggi – mi pare – anche questo pensiero, questa speranza sono svaniti.
Il terremoto scoppiato venerdì scorso con le dimissioni del ‘falco’ Stark dal board della BCE, con i correlati contraccolpi borsistici, è un ulteriore segno, a due giorni dal tragico anniversario, che nel sistema in cui abbiamo vissuto e, in parte, prosperato per tanti decenni, si sono aperte serie incrinature. Il decimo anniversario dell’attentato alle Twin Towers suona beffardo: nel 2011 hanno fatto fuori Osama Bin Laden ma questo, piuttosto che alleggerirli, ha appesantito i già numerosi dubbi sulla coerenza e la trasparenza di una strategia di guerra al terrorismo che è ben lungi dall’essere all’epilogo; per la prima volta abbiamo visto, poche settimane fa, un Presidente degli Stati Uniti completamente afasico e irretito, dinanzi all’evidentemente impasse sul debito pubblico americano; tutte le misure con cui le Banche centrali – Fed e Bce in primis – hanno cercato di raddrizzare le sorti di una crisi mondiale che si protrae ormai da tre anni, si sono rivelate insufficienti, se non inefficaci; il Medio Oriente e tutto il mondo arabo e islamico sono una immensa pentola in ebollizione di cui sono assolutamente incerti i destini; l’Unione Europea sembra nel pieno di una bufera ormai anche politica, che rischia di trasformarne il nome – rammentando Metternich – in poco più che un’espressione geografica; il nostro Paese, l’Italia, è letteralmente affondato in una spirale viziosa (comunque datata), politica, morale, economica, finanziaria, dalla quale mostra ogni giorno di più di non saper come uscire.
10 anni fa non conoscevamo, no, il nostro futuro ma di certo non pensavamo che 10 anni dopo saremmo entrati in un’epoca che non sa più promettere il benché minimo sogno di gloria e che in compenso offre ogni giorno un carnet di incognite senza precedenti: siamo alla frutta, appunto, e prima ce ne rendiamo conto, meglio sarà.
Che sia giunto il tempo in cui ciascuno debba trovare o riscoprire la capacità di mettere tutto in discussione, di travolgere e mettere da parte assunti che appaiono, peraltro, già irrimediabilmente compromessi? Che sia necessario e urgente ripensare il senso e i valori della civile convivenza, i fondamenti e i limiti di uno Stato, le regole e i controlli sulla politica e sulla finanza?
Il male non è solo italiano, come sappiamo, anche se da noi la sua virulenza è al massimo.
Il decimo anniversario dell’11 settembre ci mette di fronte alla cruda realtà e se il sistema è – come è, per l’appunto -, visibilmente alla frutta, urge progettare e realizzare qualcosa di nuovo. Osama Bin Laden ha, in un certo senso, avuto una vittoria postuma e forse insperata. Tuttavia, così come con lui non è morta la minaccia del terrorismo, così non dobbiamo a lui, né al tremendo 11 settembre di 10 anni fa, altra responsabilità se non, forse, di aver innescato una (o la) miccia. Le ragioni dell’esplosione (o forse dell’implosione) di un assetto di regole e di una ‘governance’ (come è in voga dire) – anche mondiale – ereditate dal XX° secolo, erano già tutte presenti e attendevano solo occasioni (anche tragicamente) propizie per portare i vecchi equilibri a definitiva marciscenza.
Senonché, mentre assistiamo a questo lento e inesorabile processo di consunzione strutturale, nessuno sembra avere la ricetta del cambiamento, quello autentico, che è capace di aprire le porte di una nuova stagione, di una nuova era. Nessuno sembra avere la benché minima idea di dove andare, cosa fare e come farlo. La fiducia, più preziosa dell’oro, dell’acqua, del petrolio, è divenuta pertanto il bene scarso, introvabile per eccellenza.
In questo decimo anniversario non è la tempesta ma la navigazione a vista, la perdurante inadeguatezza di ogni livello decisionale e di comando, è questo il crollo, il vuoto che sempre di più opprime le società, la vita stessa di ciascuno di noi.
Paolo Marini

Lascia un commento