
Vorremmo parlare dβaltro. Di geopolitica come architettura per la pace, non come scenografia del rancore. Di soluzioni, di futuro, persino di memoria. E invece, ancora una volta, siamo inchiodati a fare gli anatomopatologi dellβinformazione: ingrandire foto, verificare metadati, stanare lβennesima bufala travestita da dolore.
Γ il paradosso dellβinfodemia: piΓΉ il conflitto si allunga, piΓΉ aumentano le immagini false e la “domanda” di sofferenza, che viene spettacolarizzata, manipolata, incollata a narrazioni che hanno bisogno di unβestetica straziante, non di veritΓ . Chi dovrebbe raccontare i fatti si limita a condividere emozioni. E chi nega la complessitΓ di una guerra, ha la faccia tosta di presentarsi come umanitario. Ma lβumanitΓ , quella vera, non tollera l’uso pornografico della sofferenza.
PerchΓ© il punto Γ¨ proprio questo. Lβuso sistematico, strumentale, impudico che rivela la piΓΉ grande mancanza di rispetto verso gli stessi palestinesi: ridurli a carne da propaganda, a figuranti in un racconto prefabbricato. Γ il meccanismo per cui chi dice di volerli difendere li tratta esattamente come fa Hamas: come strumenti, non come esseri umani. Nessuno spazio per le contraddizioni, per la dignitΓ , per la normalitΓ .

Prendete il caso del fotografo Rizek Abdel Jawad (su Instagram @rizek_eldremle), divenuto celebre dopo il 7 ottobre. Il suo profilo Γ¨ un altare della sofferenza: bambini scheletrici, uomini che urlano, madri disperate. Sempre le stesse inquadrature, sempre il medesimo βpathosβ costruito. Ma osservando meglio si notano volti ai margini che sorridono, ridono, si fanno selfie: abitanti di Gaza che semplicemente non si attengono al copione. PerchΓ© – come testimoniano le decine di profili TIkTok delle attivitΓ commerciali – a Gaza la vita continua. Ma anche un solo fotogramma di normalitΓ rovinerebbe la sceneggiatura.
Il culmine si raggiunge con il caso del bambino disabile, presentato in questi giorni come vittima della fame. Immagini strazianti, rimbalzate su ogni testata. Ma basta uno sguardo onesto per capire che si tratta di tuttβaltro: una patologia degenerativa, probabilmente rara. Non denutrizione, non embargo. Solo malattia. Ma in questa guerra di pixel, anche la diagnosi diventa un atto politico.
Lo stesso era accaduto con le foto del presunto uso del fosforo bianco da parte di Israele: quando i bagliori nel cielo non bastavano a smuovere le viscere dei lettori, spuntarono immagini di bambini piagati da malattie dermatologiche. Senza fonti, senza conferme. Ma perfette.
Ora: ricordate i grandi proclami sulla lotta alle fake news? Le task force, le commissioni parlamentari, i convegni? Ecco, oggi β quando il bersaglio Γ¨ Israele β il fact-checking scompare, le domande si spengono, e lβinformazione si inginocchia allβalgoritmo dellβindignazione.
CosΓ¬, mentre lβumanitΓ viene ridotta a sceneggiatura e il dolore a clickbait, a perdere sono tutti: la veritΓ , i morti senza immagine, i vivi che non servono al racconto, e persino i palestinesi reali, che nessuno piΓΉ ascolta perchΓ© sono diventati personaggi.
E noi, che volevamo parlare di futuro, ci ritroviamo a fare lβautopsia a una foto truccata.
Alex Zarfati

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